Ljudmila Ulickaja: «Oggi l’arcaicità cede il posto al moderno»

L’intervista raccoglie le opinioni della celebre scrittrice sugli avvenimenti nello spazio post-sovietico, sulla «Peste» e sulla sopravvivenza.

Ljudmila Ulickaja è stata insignita del premio Siegfried Lenz 2020 in Germania. Il premio viene conferito agli autori di opere straniere affini in spirito a quelle del novellista e drammaturgo tedesco Siegfried Lenz, che è considerato uno degli autori più letti della letteratura tedesca del dopoguerra. Questo è un ulteriore punto di vicinanza tra l’autore e l’attuale vincitrice del premio, le cui tirature hanno da tempo superato il milione di copie. A cosa pensa oggi la famosa scrittrice?

— Penso e ripenso continuamente agli avvenimenti in Bielorussia. È in corso il processo di disgregazione dell’ultimo impero al mondo. L’arcaicità lascia il posto al moderno. È qualcosa di difficile, complesso e inevitabile. È un processo storico che scaturisce dalla storia sociale del mondo intero. La Bielorussia diventerà uno stato indipendente, si staccherà dall’impero così come hanno fatto le repubbliche baltiche e la Transcaucasia. A mio avviso, l’ideale sarebbe una vera federazione, come negli Stati Uniti, con una forte indipendenza e una gestione autonoma, ma non credo che questo sia possibile oggi. Vorrei tanto che gli avvenimenti in Bielorussia non producessero vittime, ma oggi questo dipende esclusivamente dalla flessibilità dell’autorità perdente. Ogni pezzo di terra dovrebbe essere gestito da coloro che amano quella terra, che si occupano di essa senza saccheggiarla e impoverirla.

— Nel nostro paese Siegfried Lenz è poco conosciuto. Si conosce di più Grass, vincitore del premio Nobel, e ovviamente anche Böll. Ci racconti del premio, chi l’ha candidata?

— Prima di ricevere il premio Lenz non conoscevo lo scrittore né sapevo che esistesse un premio simile. Il premio, come la maggior parte dei riconoscimenti letterari contemporanei, prende in considerazione l’apporto umanitario dell’autore in letteratura. Ricevere questo premio è stato del tutto inaspettato per me, ne sono stata informata via mail da Kristina Links, che un tempo è stata la mia prima redattrice tedesca. A quei tempi c’era ancora la RDT e Kristina lavorava per la casa editrice Volk und Welt. Il primo libro in tedesco è uscito negli anni Novanta, è stata la mia seconda pubblicazione all’estero. La prima era francese. In Germania il mio destino di scrittrice si rivelò straordinariamente fortunato, ancora oggi continuano a tradurre i miei libri.

Per tutti questi anni la mia traduttrice è stata Ganna-Maria Braungardt, con la quale è stata una vera fortuna lavorare! Non so chi mi abbia candidata al premio. Non penso che sia stata Kristina Links, gli ultimi anni della sua vita sono stati molto pesanti per via della malattia e della morte del marito, è difficile che sia riuscita a dedicarsi al suo lavoro con attenzione. Quanto a Ganna-Maria, è una persona molto discreta ed è improbabile che mi abbia fatto da PR. E in ogni caso non mi metterò certo a chiedere spiegazioni…

Un po’ di tempo fa, quando la decisione era già stata presa, Kristina mi ha scritto per informarmi della premiazione e poco dopo ho ricevuto la comunicazione ufficiale. Non so chi abbia vinto il premio in precedenza. So che è la quarta volta che viene assegnato e che il gruppo di scrittori di cui mi sono trovata a far parte con questa assegnazione è molto rispettato. Lo stesso Siegfried Lenz vinse il premio Nobel. E c’è ancora un dettaglio molto importante per me: Lenz era amico di Lev Kopelev, storico letterario, germanista, difensore dei diritti umani e figura assolutamente leggendaria della dissidenza sovietica. Anch’io conoscevo un po’ Lev Kopelev e per me è sempre molto importante riscontrare questo filo vivente che unisce persone sconosciute eppure collegate in modo non del tutto definibile da qualche idea vitale.

— Qual è la sorte dei suoi libri nel mercato letterario europeo? Da molto tempo noi russi non siamo più leader nelle vendite se escludiamo Tolstoj, Čekhov e Dostoevskij.

— Hanno tradotto i miei libri in più di 40 lingue. Negli ultimi dieci anni mi ha pubblicata una casa editrice di Monaco, la Hanser, e in precedenza era un’altra. In generale non ho molti scambi con le case editrici. Ho un agente letterario, Julja Dobrovol’skaja, e per fortuna è lei che si occupa di tutti i miei contatti di lavoro, oltre al lavoro con i traduttori. Per quanto riguarda i lettori, il loro ritratto d’insieme è meraviglioso. In paesi diversi vengono a incontrarmi le stesse persone: insegnanti, medici, quell’intelligencija di ceto medio alla quale io stessa appartengo. Le domande sono le stesse, così come le risposte. E come da regola tutti i miei lettori sono persone con cui si potrebbe andare subito a prendere un tè. Il mio destino di scrittrice è stato sorprendentemente propizio, non l’avevo assolutamente previsto. Anzi mi meraviglio di queste circostanze. Quanto alle previsioni di vendita, non mi hanno mai interessata. L’interesse per la letteratura è in calo ovunque e questo non dipende nemmeno dalla qualità della letteratura che viene offerta: semplicemente, nel processo di civilizzazione la letteratura occupa sempre meno spazio.

— Durante i primi giorni di isolamento mi ha scritto dicendo di aver riletto «Un banchetto in tempo di peste». Lo ha riletto perché ha recuperato dall’archivio la sua sceneggiatura «La peste»? Cosa la portò a scriverla, se non sbaglio, nel 1978 e ci sono già state delle proposte per metterla in scena? Qualche regista si è già messo all’opera?

 

— In preda alla malinconia da quarantena mi sono messa a riordinare l’armadio e ho trovato «La peste». Ho capito di aver detto la mia su questa pandemia già molto tempo fa. E credo che in quei giorni di isolamento tutti abbiano riletto «Un banchetto in tempo di peste» di Puškin… Ho appreso quella storia realmente accaduta nel 1939 da una mia conoscente, Nataša Rapoport, il cui padre è stato proprio l’anatomopatologo che si occupava di fare l’autopsia alle vittime della peste. Scrissi la sceneggiatura quando mi stavo preparando per l’ammissione ai corsi di sceneggiatura di Valerij Frid. Avevo 35 anni, di solito non ricordo mai le date ma questa me la ricordo perché ammettevano solo persone di età fino ai 35 anni, quindi era per forza il 1978. Non mi presero. Frid disse che sapevo già fare tutto. Era un grande complimento, ma in quel momento non riuscii a capirlo. Quella sceneggiatura è rimasta nell’armadio per più di quarant’anni e adesso con un certo tempismo l’ho ritrovata. Non ho ancora ricevuto nessuna proposta dai registi. Ma come avrei potuto? È sempre stata nell’armadio.

— Da giovane voleva lavorare nel campo scientifico, poi si è appassionata alla letteratura, ha tradotto dal mongolo. Un’occupazione piuttosto originale… Perché proprio la Mongolia?

— La Mongolia è stata un puro caso. Ho studiato per diventare genetista. Poi però mi hanno cacciato dall’Istituto di genetica generale. A quel tempo mi stavo orientando gradatamente verso l’attività letteraria. Un mio conoscente, il traduttore Sergej Severcev, una persona a me cara, mi assegnava delle traduzioni. E così ho ricevuto delle poesie in mongolo da tradurre letteralmente. Erano versi di rara bruttezza, così come lo erano le mie traduzioni. Ho ricevuto anche qualche altra traduzione da Sergej. Lo ricordo con gratitudine. Ma ancora oggi non sono sicura che la letteratura sia il mio pane.

Mi piace mettere insieme le parole in una frase, questo è vero. Ma se dovessi scegliere di nuovo una professione, opterei ancora per la genetica.

— Una volta a Varsavia Nataša Gorbanevskaja mi ha raccontato che l’episodio più importante della sua giovinezza sia stato conoscere Anna Akhmatova nel 1962. So che anche lei ha avuto un periodo poetico, era amica della Gorbanevskaja. Ed è stata una vera e propria fase della sua vita…

— Sì, Nataša era una mia amica. Penso che abbia ricoperto nella mia vita un ruolo molto più importante di quello che io posso aver avuto nella sua. Ciononostante, per tutta la vita l’ho aiutata come ho potuto. Ha vissuto dei momenti effettivamente molto difficili. E su questo ho scritto un libro intero.

— Gogol’ ripeteva che uno scrittore dovesse viaggiare per la Russia e poi scelse di trascorrere i suoi ultimi anni in Italia… Anche per lei i viaggi hanno l’effetto di attivare la leva dell’ispirazione?

— No, assolutamente no. Non sono un’amante dei viaggi paragonabile a Nataša Gorbanevskaja. E ancora meno a Gogol’. Ciononostante, mi è toccato viaggiare molto. Forse più per l’Europa che per la Russia. Quanto all’ispirazione non ne so nulla. Per me è importante solo una cosa: che mi lascino in pace e preferibilmente in solitudine. Forse più che di aiuto, i viaggi hanno un effetto di disturbo in quello che si potrebbe chiamare il mio lavoro. Anch’io come Gogol’ preferisco l’Italia. Non Roma, chiassosa e opulenta, ma la modesta campagna ligure, in cui ho trascorso parecchio tempo quando si poteva ancora prendere un aereo.

— Quali sono i suoi compositori e i suoi pittori preferiti? Quelli ai quali è impossibile rinunciare?

— Ascolto Bach quasi tutti i giorni. Il mio pittore preferito invece ce l’ho a portata di mano, è mio marito, il pittore Andrej Krasulin. Questo non significa che lo consideri superiore a Tintoretto o De Chirico, ma è possibile che negli ultimi quarant’anni abbia iniziato a vedere con i suoi occhi. E nutro un sentimento particolare per Bosch: l’ho studiato a fondo mentre scrivevo la sceneggiatura «I figli di Bosch». Anche questa non è ancora stata messa in scena.

— Oggi, in un’epoca di civilizzazione tecnotronica, di sviluppo di una cultura di massa, sempre meno persone sono in grado di legge Dostoevskij o Čekhov, di immedesimarsi in Puškin… Da qui la mia domanda: nel nostro secolo la Russia potrà ricoprire un ruolo culturale rispettabile, potrà ospitare la vera arte?

— Per quanto riguarda Dostoevskij, personalmente mi sono allontanata da lui già da tempo e Čekhov non è tra gli autori che preferisco. Senza Puškin invece la letteratura russa non esisterebbe, lui ne è al contempo il padre e la madre. D’altro canto, la Russia è diventata già da tempo una provincia del mondo. C’è un po’ di teatro, un po’ di musica, un po’ di poesia, ma i tempi dell’avanguardia russa si sono già conclusi da molto in ogni campo. L’arte invece c’è sempre ed è sempre vera. Quella che non è vera semplicemente non è arte.

— Se un giovane le chiedesse di consigliare due o tre libri da leggere quali indicherebbe?

— Dei racconti. Il mio racconto lungo «Funeral party». Non consiglierei invece il mio ultimo libro, «Sulla sostanza dell’anima». Non è scritto per i giovani, ma per coloro che sono interessati al passaggio dalla vita alla morte.

 

Novaja Gazeta, 17/08/2020 – Intervista di Evgenij Čigrin, traduzione di Paola Ticozzi

Paola Ticozzi

Nella rete di casualità e cambi di rotta che mi contraddistinguono ci sono due costanti: la letteratura russa e Mosca. La traduzione è il ponte di collegamento tra questi poli di attrazione e la mia vita quotidiana. Il tutto con un pizzico di goffaggine.