Intervista al Professor Stefano Garzonio

Professor Garzonio, è un onore per noi poter intervistare un accademico della sua levatura qui su RIT. Come si evince dal suo curriculum, nel suo bagaglio ci sono molti anni di esperienza come docente universitario, decine e decine di pubblicazioni scientifiche, diversi riconoscimenti internazionali.

È stato insignito della Medaglia Puškin per i rapporti culturali italo-russi nel 2007, dell’Ordine del Cherubino nel 2010, ha vinto il Premio per la traduzione letteraria nel 2011 e sempre in quell’anno il Premio letterario Globus. Senza contare che è stato Presidente dell’Associazione Italiana degli Slavisti dal 1999 al 2009 e dal 2006 è membro del ICCEES.

Per iniziare vorremmo porle una domanda che facciamo a tutti i nostri intervistati:

Quando, come e perché è cominciato il suo amore per la Russia, la sua cultura e la sua lingua?

Fin da piccolo ho amato la lettura.  Cominciai a collezionare i volumetti con copertina grigia della BUR, poi i “Capolavori Sansoni”, la cui pubblicazione quindicinale ebbe inizio nel 1965. Tra le prime uscite ricordo Delitto e Castigo di F. Dostoevskij e Resurrezione di Tolstoj. In casa poi avevo la celebre antologia Narratori russi (1946) della Bompiani. Insomma ben presto oltre che ai classici francesi mi appassionai alla letteratura russa e in un caldo agosto versiliese lessi d’un fiato i tre volumi di Guerra e Pace proprio nell’edizione Sansoni. Mi prefissi di leggere cento pagine al giorno e quando di primo mattino ne avevo lette già una cinquantina, allora potevo andare in spiaggia con spirito leggero e lieto. Negli anni del ginnasio, già alle prese col greco (il latino lo avevo cominciato alle medie prima della riforma del 1963) mi decisi ad intraprendere da solo lo studio anche del russo.

Acquistai una grammatica di un certo Fanti edita a Bologna, un libretto con copertina verde che cominciai a assimilare con impegno e passione. Mi ricordo che nel testo erano riportati testi poetici da apprendere a memoria. Io riuscii a imparare credo con molti errori di pronuncia la poesia di Puškin Я пережил свои желанья… Amavo ripeterla a scuola un po’ per scherzo, un po’ per vanteria.

Se ricordiamo bene, il suo primo soggiorno a Mosca è stato nell’ormai lontano 1975. Cosa si ricorda di quegli anni? Come erano visti gli stranieri che tentavano un approccio alla cultura russa? È stato difficile inserirsi in un sistema che per gli occidentali appariva quasi impenetrabile?

In realtà sono stato nell’URSS la prima volta nel 1973. Da studente universitario collaboravo alle iniziative dell’Associazione Italia-URSS e nel 1973 ebbi la possibilità di seguire un corso di Lingua organizzato dall’Associazione presso l’Università di Mosca MGU. Partii in treno, come era d’uso all’epoca. 72 ore di viaggio. Visto di transito ungherese e poi ingresso nell’URSS a Čop. Era l’anno delle Universiadi e fui ospitato in un dormitorio sulla via Šabolovka in uno stanzone insieme a un tedesco di Berlino Ovest col quale andai subito a visitare il Donskoj Monastyr’.

Nel corridoio dello studentato fui avvicinato da un signore distinto che in un perfetto italiano mi chiese della Prof. Rosanna Platone. Io allora non la conoscevo ancora e non seppi cosa dire. Ben presto arrivò la professoressa Platone con la quale feci la conoscenza e mi presentò il suo ospite: Giuliano Gramsci.

Oltre a seguire i corsi, grazie ad altri italiani e stranieri del mio corso, ma anche per le molte lettere e regali che mi era stato chiesto di consegnare, potei subito visitare molte case di russi e fare conoscenza con molte persone. Ricordo la linguista Tatiana Alisova e il marito, il compositore Aleksandr Lokšin, la collaboratrice del Museo Letterario A.P. Efimova, la regista Irina Venžer con la figlia Natal’ja e il genero, il geofisico Georgij Rejsner, nipote di Larisa Rejsner, e poi l’italianista Zlata M. Potapova la cui casa era un punto di riferimento per tutti gli italiani che venivano a Mosca, come peraltro la casa di Karolina F. Misiano, che conoscerò solo più tardi, nel 1975. Conobbi anche un giovane divertente e scapestrato, certo Mitja Volodin, che mi iniziò ai riti della convivialità russa, anche per certi suoi amici che lavoravano all’Hotel Minsk e allo Slavjanskij Bazar e ci facevano regolarmente trovare un tavolo libero. In generale, l’interesse per noi stranieri era molto vivo e era facile instaurare contatti e amicizie. Non era poi così difficile poter conoscere personalità della cultura e membri dell’intelligencija. Certo ne ebbi molte più occasioni poi nel 1974 (fu allora che conobbi Viktor Šklovskij e Nikolaj Chardžiev) e poi nel 1975, quando trascorsi un intero anno a Mosca e grazie a Karolina F. Misiano e Z.M. Potapova potei conoscere molti studiosi, scrittori e altri rappresentanti della vita culturale di Mosca e Leningrado.

Durante il corso del 1973 furono organizzate alcune gite. Potei così visitare il Cremlino (mi ricordo che nella stanza di Lenin era ben visibile un volume degli scritti di Bucharin) e Jasnaja Poljana. Qui comprai da una vecchierella un intero secchio di mele che poi alla partenza in gran parte rimasero tutte raggrinzite nella mia stanza. Grazie alla sorella dell’italianista Nikolai Živago (sic!) potei visitare Peredelkino e la tomba di Pasternak. Nei ricordi tutto mi ricompare oggi in una vivida, lontana solarità. Tornai a Firenze in treno con soste a Varsavia, Berlino (riuscii a procurarmi a Mosca i visti polacco e della DDR) e poi a Parigi…  

I giovani ora conoscono un’altra Russia rispetto a quella raccontata dai professori i quali, proprio come Lei, hanno mosso i primi passi in Unione Sovietica.

La Russia cosa dovrebbe rimpiangere dell’URSS e cosa mancava all’URSS che invece oggi la Russia ha?

Questa è una domanda a trabocchetto… Per quanto possa cercare di essere obbiettivo e distaccato, va da sé che gli anni dell’URSS sono gli anni della mia giovinezza e dunque ho paura di poter idealizzare qualcosa di allora, anche se, ovviamente, fin da subito ebbi possibilità di conoscere gli ambienti del dissenso e, anzi, non ebbi particolari contatti con l’apparato ufficiale sovietico. Visitai le mostre degli artisti d’avanguardia e la casa di Oskar Rabin. Certo quando si pensa, come erano e come eravamo, un po’ di nostalgia affiora, anche se la mia integrazione nel mondo russo, sia per motivi familiari, sia per motivi professionali, mi permette di ritrovare ancora oggi molti degli elementi e degli stati d’animo d’un tempo.

Certo allora i rapporti erano più diretti, più semplici, pur nella complicità di modelli comportamentali e di schemi di pensiero e di mentalità abbastanza rigidi. Allora mancava per noi stranieri la possibilità di spostarsi liberamente, di poter toccare in pubblico determinati temi e problemi, ma poi nelle cucine dei piccoli appartamenti sovietici, staccato o allontanato l’apparecchio telefonico, le conversazioni erano intense e interessantissime. Non era poi facile avere contatti con la patria. Qualche lettera che ci metteva qualche settimana ad arrivare, le telefonate su prenotazione al Telegrafo Centrale sulla Gor’kij duravano pochi minuti nei quali poi non si riusciva a dire granché. Insomma, l’immersione era totale. Oggi è tutto cambiato, non solo la gente, ma anche i luoghi, i nomi delle strade, delle stazioni del metrò. Le ristrettezze del socialismo reale sono scomparse, ma è scomparsa anche quella curiosità reciproca che animava gli incontri e le discussioni, anche se, devo ammetterlo, gli italiani sono anche ora sempre benvenuti in Russia.  

Sfogliando le sue pubblicazioni si capisce che fra le attività di ricerca da Lei privilegiate ci sono quelle che coinvolgono i rapporti culturali fra l’Italia e la Russia, o meglio, fra l’Italia e il mondo slavo in generale.

Ci può raccontare qualcosa di più su questo ambito e come mai vi si è dedicato con così tanto interesse?

Lo studio comparato delle letterature è di per sé un campo affascinante per quelle barriere naturali costituite dalle lingue nazionali e i tanti ponti sospesi e passaggi segreti (formali, tematici, ideologici) che permettono di definire i punti di contatto e interazione tra le diverse civiltà letterarie e, più in generale, le diverse culture.

Nella storia del verso russo, ad esempio, si notano i cosiddetti orientamenti culturali (dal verso sillabico di orientamento polacco a quello sillabo-tonico di orientamento germanico). Allo stesso tempo, lo studio della letteratura russa del XVIII secolo, ad esempio, permette di definire il cammino di ibridazione della nuova letteratura, di “illuminare” i tratti specifici della cultura russa nei suoi peculiari criteri di assimilazione e trasformazione degli elementi allogeni. Per quanto riguarda l’orientamento italiano, mi sono dedicato per lo più alla presenza e al significato del retaggio poetico italiano nella storia della poesia russa. Preparai un repertorio delle traduzioni, imitazioni e rifacimenti poetici di testi italiani che pubblicai poi autonomamente in anni nei quali ero ancora insegnante nella scuola media superiore.

Successivamente, anche sulla spinta degli studi formali e semiotici assai vivi al tempo, sia in Russia, sia in Italia (peraltro le mie prime pubblicazioni sono legate alla rivista torinese “Strumenti critici”), cercai di formalizzare meglio questo mio interesse partendo, da un lato, dal concetto di “peterburgskij tekst” a suo tempo elaborato da Toporov e trasferibile a quello di “testo italiano della letteratura russa” con tutte le implicazioni sia di carattere letterario, sia di carattere più propriamente culturologico che il concetto ha, e dall’altro, mi adoperai per definire in maniera più articolata e coerente il fenomeno delle “influenze letterarie”, cercando di evidenziare la specificità nazionale della lettura e ricezione dei classici italiani (Dante, Petrarca, Tasso, Metastasio, ecc.) da parte dei poeti russi nelle diverse epoche e scuole.  Questo mio interesse mi ha spinto ad occuparmi in maniera assai approfondita anche dei tanti autori minori della fine del XVIII-inizio del XIX secolo (autori sui quali ho avuto la fortuna di confrontarmi con Jurij Lotman, editore di una celebre antologia dedicata a questo fenomeno letterario). Ho passato tante ore alla Biblioteca Lenin a sfogliare le riviste letterarie del XVIII-prima metà del XIX secolo, cercando tutto quello che potesse essere collegato all’Italia e ancora oggi ho tanto materiale inutilizzato. Passai poi agli archivi e dunque al retaggio manoscritto e inedito, ottenendo un quadro ancora più ricco e variegato, che confermava tutta l’originalità dell’ibridismo culturale della letteratura russa.

Mi piace ricordare una canzonetta ispirata a Chiabrera e tradizionalmente attribuita al giovane Žukovskij, che poi è risultato essere un testo di Karamzin, o una canzone popolare russa che poi si è rivelata una traduzione di un’aria della Molinara di Paisiello, canzone citata da Turgenev in Terra vergine e sulla quale indirizzò la mia attenzione la musicologa O.Levašëva. Ma gli esempi sono moltissimi e credo ci sia in questo campo ancora tanto da fare. I miei eroi sono stati nel corso degli anni P. Katenin, O. Somov, F. Merzljakov, S. E. Raič per non parlare dei libretti italiani tradotti da V. Trediakovskij e poi a metà del XIX secolo quelli volti in russo da A.Grigor’ev.

Durante la sua carriera ha tradotto sia prosa che poesia. Nel 2011 ha vinto il Premio per la traduzione letteraria della Federazione Russa.

Quali crede che siano le caratteristiche indispensabili per aspirare ad essere un buon traduttore? E queste cambiano a seconda che si traduca prosa o poesia?

In realtà non ho tradotto moltissimo: in prosa Lermontov e Turgenev, molto di più in poesia, a partire dai poeti del XVIII secolo fino ai giorni nostri. Non credo di avere nessuna ricetta specifica, anche perché nel tradurre ci si può prefiggere scopi assai diversi. Si può pensare ad una resa formale e semantica quanto più vicina all’originale (anche se la forma dipende dalla lingua e dunque una corrispondenza formale in realtà è solo un’ipotesi: la rima in russo e in italiano sono fenomeni diversi, come, ad esempio, il funzionamento del testo poetico nella cultura, basti pensare all’esecuzione del testo poetico, della quale i traduttori non si curano). In altra prospettiva, si può dire che il traduttore possa trasformarsi in un coautore (era la convinzione di E. Sanguineti) e addirittura che la traduzione possa divenire una interpretazione-performance mutevole.

Certo, la lettura e interpretazione del testo poetico può essere accompagnata da un testo esplicativo (lo ha fatto Remo Faccani con Mandel’štam) e può realizzarsi così in una traduzione commentata. Per quanto riguarda la pratica traduttiva russa vale la pena ricordare le proposte sperimentali di M.L. Gasparov in una sua celebre antologia. Personalmente, ho cercato di rendere trasfigurandoli gli aspetti espressivi e musicali dei testi poetici facendomi guidare dall’istinto (in particolare nelle traduzioni da Afanasij Fet).

Il suo livello di lingua è tale da avere quella sensibilità linguistica necessaria a comporre poesie in una lingua differente dalla propria lingua madre. 
Quando e come ha capito che ne sarebbe stato in grado? È stato un processo complesso o piuttosto naturale? E proporrà mai al pubblico italiano una traduzione delle sue poesie russe?

In realtà ho cominciato per caso e con testi in prosa. Mi fu proposto dalla rivista “Znamja”, in concreto da Natalija Ivanova e Sergej Čuprinin di scrivere un testo di tipo memorialistico e io presentai di lì a poco Stranicy iz poterjannoj tetradi v klektu. Fu poi una piacevole sorpresa ricevere per questo testo il premio letterario “Globus” (tra i vincitori di quella edizione c’era anche Kibirov). Successivamente su proposta di Evgenij Popov pubblicai la povest’ Rabynja kudrjavaja sulla rivista siberiana “Den’ i noč’”. Scrivevo già versi in russo per lo più per esercitarmi nei metri classici russi, poi in una calda estate decisi di provarmi in qualcosa di più ampio e decisi di far nascere il mio alter ego Stepan Frjazin, poeta dilettante e samozvanec. Il nomme de plume, che sostituì un precedente pseudonimo-anagramma, Orazio Gastenoff, ha un’origine complessa. Da un lato, certamente il riferimento agli italiani nell’antica Rus’(Frjazy), dall’altro, i toponimi Frjazino e Frjazevo, due cittadine nella provincia di Mosca legate al mio peregrinare sulle linee in partenza da Jaroslavskij Vokzal.

Oltre a questo, in un incontro a Firenze in casa di Maria Olsuf’jeva nell’aprile del 1977, Aleksandr Galič mi chiamò scherzosamente Stenka Razin/Frjazin. Per prima cosa composi un ciclo di poesiole, in parte inserite poi nel mio primo di versi Moi bezdelki (2017), dal titolo Canti dell’Alzheimer. Poi mi sono provato in una corona di sonetti e poi, da lì, mi sono lanciato. Certo, per farmi coraggio e gettarmi col paracadute dall’aereo, ho avuto bisogno del sostegno di molti amici russi e poi di Sergey Zavjalov che mi ha aiutato nella preparazione delle mie raccolte (la seconda, Sijuminutnosti, è uscita quest’anno a Pietroburgo). Per quanto riguarda l’eventuale traduzione dei miei testi in italiano, ancora non ho deciso. Il mio doppio non intende aiutarmi più di tanto e, anzi, traduce lui stesso testi italiani in russo (ad esempio, Carducci) e non me li fa vedere per paura delle mie aspre critiche.

Quali sono i consigli che si sente di dare agli attuali aspiranti slavisti che vorrebbero tentare la carriera accademica oggi?

Siamo certamente in un periodo di grandi cambiamenti, sia per il travolgente sviluppo tecnologico, sia per il valore e il ruolo diversi che la cultura acquista nella società. Questo per dire che gli studi filologici e letterari si trovano, oggi per così dire, sulla difensiva per il ridotto loro appeal e una generale minore considerazione. Questo vale ancor di più per le filologie e le letterature straniere, proprio perché l’interesse è per lo più rivolto all’apprendimento pratico delle lingue e agli studi culturali interdisciplinari. Questo vale ancor di più per la Slavistica che anche come raggruppamento disciplinare scientifico è un ibrido nel quale rientra tutto ciò che concerne il mondo slavo nelle sue esperienze storiche, linguistiche e culturali, quando oggi la richiesta pratica nelle università è per lo più orientata verso la Lingua russa e non necessariamente applicata agli studi filologici, ma magari volta ad interessi di carattere storico-politico-economico o più generalmente culturale.

Il mio consiglio è di muoversi su due fronti, da un lato, uno propriamente scientifico coltivando un tema di particolare ampiezza, ma che permetta anche di produrre lavori più limitati su singole questioni e problemi (la scelta non deve toccare necessariamente l contemporaneità, ma può seguire gli specifici interessi personali), dall’altro, acquistare competenze concrete e spendibili in una lingua slava, in particolare il russo, che permetta di accompagnare l’attività propriamente di ricerca con un’attività nel mondo reale nelle sue diverse forme. Ciò è assai più necessario, se si tiene conto delle difficoltà e contraddizioni che caratterizzano l’organizzazione dell’università in Italia, la macchinosità delle carriere accademiche e, dunque, la maggiore elasticità e ricchezza del mondo esterno nei confronti delle angustie burocratico-manageriali della vita accademica. Altro elemento essenziale è il contatto con il mondo slavo, la necessità di inserirsi nella cultura in modo organico e critico, tanto da poterne divenire lettore attento e interpretarne la specificità nei confronti della propria cultura di partenza.