Recensione di “La morte di Ivan Il’ič”, di Lev N. Tolstoj

Tutti volevano bene al giudice istruttore Ivan Il’ič Golovin. L’amico Feder Vasil’evič, il compagno di studi Pëtr Ivanovič, la consorte Praskov’ja Golovina. Nonostante ciò, alla notizia apparsa e letta sul giornale “Il Messaggero”, il primo pensiero dei presenti ruota attorno alle conseguenze sul lavoro: promozioni, aumenti, trasferimenti e sostituzioni già programmate con tacito accordo durante il periodo di malattia di Ivan Il’ič.

La sensazione che determina l’atmosfera è una sorta di soddisfazione malcelata: è morto lui, non loro. In ognuno inizia il calvario di convenevoli, la noia delle convenzioni da rispettare. Così Pëtr Ivanovič è incerto sul da farsi e per essere “più convenzionale possibile” procede con inchini e segno della croce. Ma lo sente, quell’ammonimento ai vivi, e perciò si sente a disagio, è “fuori luogo”, e poi non lo riguarda neppure, del resto. Peccato che tale disagio gli fa goffamente perdere di vista le convenienze: se ne va
”troppo svelto”.

Per fortuna lo rinfranca Schwartz: non è nulla, stasera si giocherà a carte. Tuttavia la vedova Golovina si aspetta commozione, ed ecco che la si serve, coscienti della propria ipocrisia.

Copertina di
La morte di Ivan Il’ič, traduzione di Paolo Nori. Feltrinelli, 2014.

In quello che è uno dei più importanti e più significativi racconti del conte Tolstoj, ognuno è minacciato dall’inevitabilità della morte, dalla coscienza che questa non risparmia nessuno, e allo stesso tempo ognuno fugge da questa coscienza, l’evento è del tutto estraneo al proprio vivere. Qualche spiraglio di moralità Tolstoj decide di mostrarlo attraverso lo sguardo di rimprovero della figlia di Ivan Il’ič e con la figura di Gerasim, servo contadino forte, deciso, operativo.

Ma chi è Ivan Il’ič? Segue un lungo flashback. “La storia della vita di Ivan Il’ič era la più semplice, la più comune e la più terribile”.
Figlio di un funzionario, “membro inutile di numerose inutili istituzioni”, cresce con l’idea che bisogna fare il proprio dovere, e che il proprio dovere è ciò che le persone altolocate ritengono tale. È così che si sposa con una donna approvata dalla propria cerchia e che presto vivrà una vita familiare spesso frustrante e deludente, fatta di pretese e di fughe dalla stessa nel lavoro, nel gioco, nel decoro esteriore in società e nella vanità.

Ma il decoro esteriore e le ricchezze materiali di cui si è circondato e va fiero costano: “aveva riposto tanta fatica nell’allestimento di quella casa che ogni minimo guasto lo faceva star male”.
Quello che Tolstoj fa è mostrare insistentemente come la vanità, gli onori, le ricchezze materiali, il gioco non solo siano piaceri vuoti, ma che accecano l’uomo e gli sottraggono valore anziché aggiungerne e finiscono, prima o poi, per rovinare l’esistenza.

Lev Tolstoj
L’autore

È così che un giorno, nell’arrampicarsi su una scala “per mostrare al tappezziere come voleva un certo drappeggio” Ivan Il’ič cade, battendo il fianco contro la maniglia della finestra. Le domande della moglie sul fatto lo fanno ridere. Il dolore, però, il male a cui nessun medico saprà dare un nome, crescerà e sarà incurabile.

Il lettore si chiede che male sia, ma basta poco per accorgersi che questo male non è altro che una metafora, al di là della sua funzione nella trama. È un male non innato in Ivan Il’ič, un male che risiede prima di tutto nella propria coscienza, che come
molti mali umani cresce quanto più lo si ignora, distratti, accecati o occupati troppo in qualcosa, sia anche una sciocchezza.

Malato, vede finalmente tutte le ipocrisie che lo circondavano e ciò lo fa stare peggio. L’unica luce viene da Gerasim, il giovane servo che mostra compassione e rispetto. Morente, il protagonista capisce l’artificialità della propria esistenza e una nuova forza lo libera e gli svela la tragedia della sua vita.

Era molto cambiato, ancora dimagrito da quando Petr Ivanovič l’aveva visto l’ultima volta, ma, come
sempre nei morti, il suo viso era più bello e soprattutto più espressivo di quando era vivo. Vi si leggeva che
tutto quanto si doveva fare era stato fatto, e fatto bene. Si leggeva anche un rimprovero o un
ammonimento ai vivi.

Recensione a cura di Giordana Carbone

Russia in Translation

Siamo un progetto online che si prefigge di tradurre in maniera fedele ed imparziale articoli dalle principali testate giornalistiche della Federazione Russa. Informare al meglio, raccontare storie, un’ulteriore versione dei fatti per aiutare a capire il mondo russo. In traduzione.