Sei ragioni per andare in Cabardino-Balcaria

Città di montagna, senso di libertà e altri motivi per trascorrere una vacanza in Cabardino-Balcaria. Il giornalista moscovita Dmitrij Zanin è andato alla scoperta di questa repubblica, così da permettere agli altri di scoprirla a loro volta.

Durante l’estate 2020 per colpa della chiusura dei confini i cittadini russi si sono precipitati a scoprire le grandi distese del proprio paese.
Il corrispondente di “Match TV”  Dmitrij Zanin già da tempo rifletteva sul fatto che il Caucaso non venisse valorizzato dai turisti come dovrebbe. La situazione attuale in Russia e nel mondo lo ha poi spinto a dare inizio alla realizzazione della sua idea: girare un filmato su una delle regioni del Caucaso del nord [la parte settentrionale del Caucaso, composto da repubbliche non indipendenti ma parte della Federazione Russa, N.d.T.].

Inizialmente Dmitrij aveva intenzione di recarsi in Daghestan ma, dopo aver passato in rassegna una miriade di video su YouTube e sui social, si è reso conto che su questa repubblica era già stato girato parecchio materiale. Sulla Cabardino-Balcaria, invece, proprio nulla.

– Mi sono chiesto che cosa sapessi della Cabardino-Balcaria – ricorda Dmitrij, – ma non sono stato in grado di rispondere nulla. Ho fatto una ricerca su Google e ho scoperto che è lì che si trova l’Elbrus. Okay, questo lo conoscevo bene. Ho provato a chiedere un po’ in giro tra i miei conoscenti: ci vado, che dici, vale la pena? Il nome “Cabardino-Balcaria” non diceva nulla a nessuno, non evocava alcuna immagine – né positiva, né negativa. Mi dicevano: “Cabardino-Balcaria? Figo, vai!” -.

E Dmitrij ci è andato, portandosi dietro pure la moglie Tat’jana e Roma, il figlio di due anni.

Il primo problema si è presentato già in fase di progettazione: a Nal’čik [la capitale della Cabardino-Balcaria, N.d.T.], così come in tutta la repubblica, non ci sono poi così tanti alberghi che avrebbero fatto al caso della famiglia Zanin. Alla fine però si è riusciti a scovare un hotel a Nal’čik, uno nei dintorni dell’Elbrus e uno vicino alla gola di Čegem.

Dmitrij ha fatto tutto quello che è possibile fare in una settimana e ha poi raccontato a “Eto Kavkaz” i motivi per cui vale assolutamente la pena andare in Cabardino-Balcaria e cosa invece manca nella repubblica.

Una gola. In tutta calma.

La prima ragione per andare in Cabardino-Balcaria è rappresentata, secondo Dmitrij, non tanto dai monti, quanto da una gola.
Nella repubblica ce ne sono molte: cinque molto grandi (Baksan, Čegem, Čerek, Chulamo-Besangijskoe e Malkinskoe) e un numero non definibile di altre più piccole.
Il nostro viaggiatore è riuscito a visitare quasi tutte quelle “principali” e anche a vedere quelle meno frequentate. La natura lo ha impressionato, ma qualcosa lo ha turbato.

– Sono rimasto un po’ perplesso dal fatto che i luoghi di interesse più pubblicizzati, le cascate di  Čegem e i Laghi Azzurri, siano diventati dei mercati – confessa Dmitrij. – Vicino alle cascate, nella parte esterna, in alcune rientranze della roccia sono già stati costruiti alcuni negozietti e punti di ristoro.

Dmitrij sottolinea l’importanza di pianificare il proprio tempo in modo da riuscire a visitare non solo i luoghi più famosi. Se si viaggia con uno degli ordinari tour in autobus, la repubblica potrebbe sembrare un museo di dodici quadri con noiose descrizioni. Meglio fare da soli, prendendosi il proprio tempo.

– Purtroppo non ho avuto tempo per riposarmi – racconta Zanin un po’ contrariato – Innanzitutto, perché viaggiavo con un bambino piccolo. Poi, io comunque passo tutto il tempo a lavorare, perciò a volte manca lo spazio per il più comune “Wow!”. Eravamo sempre in macchina, nel tentativo di far entrare tutto in una sola settimana. Ma qui bisogna venire per camminare, respirare, non per correre di fretta. – 

L’Elbrus da diverse prospettive

La seconda ragione per visitare la Cabardino-Balcaria è, ovviamente, l’Elbrus. Qui lo si può, così si dice, toccare risalendone le pendici con la funivia e rimirarlo dai piedi alla vetta da una rispettosa distanza. Dmitrij ha scelto entrambe le varianti.

Per prima cosa è stato con la famiglia ai piedi del monte ed è salito fino alla stazione più alta della funivia Gara-Baši.

– A essere sincero, è con dolore che guardo Terskol e la radura di Azau. – commenta Zanin – È un luogo tremendamente bello, ma la terra viene utilizzata in modo decisamente non razionale: si costruiscono in gran parte edifici non ben identificati, costruiti come senza piano preciso e dall’aspetto insolito. –

Dopo essere stato sul lato meridionale del monte e aver spedito la famiglia a Nal’čik, il viaggiatore ha deciso di dare un’occhiata all’Elbrus da nord.

– È così che mi sono ritrovato sul plateau Kanžol – racconta Dmitrij. – Abbiamo provato sulla nostra pelle tutta la mutevolezza del meteo in montagna. Abbiamo sperimentato un tratto strada immerso nelle nuvole, un tramonto davvero incredibile che abbiamo colto mentre eravamo ancora in viaggio e una pioggia molto fitta. Ma poi la montagna ci si è aperta davanti. Era una notte di stelle fantastica, ho visto una cometa senza ancora sapere che si trattava di una cometa.

La mattina sono stato svegliato dall’urlo “Dimas, svegliati! Che qui si comincia!”. Non ce la facevo proprio a sbucare fuori dalla tenda – mi sono preparato, ho afferrato l’apparecchiatura per filmare, e non appena ho aperto la tenda, ecco l’Elbrus… –

A dire la verità, sull’altopiano il nostro viaggiatore ha dovuto dire addio al drone che era stato acquistato espressamente per il viaggio. Mentre riprendeva alcune suggestive pareti a picco, il dispositivo ha iniziato a perdere quota, fino a spegnersi e precipitare. La bellezza dei monti però finirà ugualmente in un filmato: è comunque rimasto il video fatto con il telefono.

– Questo è importante, altrimenti non si capirebbe quanto sia bello. –

Tyrnyauz. Città sui monti

Secondo Dmitrij, l’highlight successiva per il viaggiatore deve essere Tyrnyauz. Si tratta di una città sviluppatasi vicino all’omonimo complesso estrattivo e di lavorazione. Ai tempi dell’URSS qui vivevano specialisti giunti da ogni angolo dell’Unione Sovietica e la città fioriva e si sviluppava. Oggi gli impianti non sono più in funzione e Tyrnyauz sembrerebbe che non si sia ancora ripresa dall’enorme frana di materiale detritico che si è verificata nel 2000.

– Tyrnyauz ha rappresentato per me l’emozione più forte di questo viaggio – confessa Zanin – Una città davvero inusuale: te ne vai per la gola senza che nulla lo faccia presagire, e all’improvviso ti trovi davanti costruzioni di più piani. Il fatto poi che questi pannelli non c’entrino nulla con il paesaggio di montagne e un altro discorso. –

Dmitrij ritiene che, ora che gli impianti non esistono più da tempo, sia proprio la storia della frana distruttiva a poter suscitare interesse verso la città.

– Ho parlato con diversi abitanti di Tyrnyauz. Ognuno ha la propria storia: quello che stava facendo al momento della frana e dove si trovava, chi ha purtroppo perso una persona cara e che si è salvato per miracolo. Non dico che bisognerebbe trarre beneficio dell’altrui male, ma è necessario parlare della vicenda, anche ai turisti. –

Dopo aver saputo della presenza di edifici di più piani non completati e in rovina da cui è visibile la diga che blocca i flussi delle frane, il giornalista ha deciso che doveva assolutamente salirci. E che sorpresa quando questa casa è spuntata in mezzo a due edifici perfettamente in uso, nel cortile in cui giocano bambini e brucano alcune mucche.

– Inizialmente cercavo di convincere i bambini a non venire con me, ma poi ho apprezzato la loro presenza. Senza di loro non avrei mai indovinato come trovare il piano e il balcone di cui avevo bisogno. Durante il tragitto una delle bambine mi ha raccontato che andava con suo fratello di sette anni proprio sulla diga, e quindi la cosa la incuriosiva. Il fratello si era portato dietro un coltello per uccidere i serpenti, perché ne aveva paura. Non riesco a immaginarmi un mio coetaneo trentenne uccidere un serpente a coltellate, figuriamoci un bambino. A stupirsi sono stato io, alla fine. –

 La storia. Sapere ciò che le persone hanno vissuto

Dmitrij ritiene che la storia dei popoli della Cabardino-Balcaria sia esattamente ciò che può risultare interessante per i turisti. Per la precisione, non solo antiche costruzioni e una semplice “storia impressa nella pietra”, ma anche gli eventi degli ultimi decenni.

– La deportazione, la tragedia del Čerekskij (nel 1942 i collaboratori dell’NKVD fucilarono centinaia di civili della zona, N.d.R.) – tutto questo costituisce un’esperienza traumatica per il popolo balcaro. Lo capisco, – dice Zanin. – e ritengo che il turista che arriva in Cabardino-Balcaria debba sapere che cosa è successo qui e che cosa le persone hanno vissuto. –

È all’incirca questo stesso interesse che suscitano, secondo Dmitrij, anche la frana del 2000 e gli avvenimenti dell’ottobre 2005 – l’irruzione dei militari a Nal’čik, di cui in Cabardino-Balcaria di solito di parla con reticenza.

– C’è ovviamente l’esempio di New York, dove al posto delle Torri Gemelle c’è ora un memoriale visitato da milioni di persone. Nel centro di Oslo, nel luogo dell’esplosione provocata da Breivik, c’è un museo molto bello e con un certo stile. Tutto viene reso interessante e comprensibile. Bisognerebbe fare anche qui qualcosa di simile.

Le persone. Libertà e ospitalità

– La Cabardino-Balcaria rappresenta un Caucaso davvero insolito, una repubblica laica– afferma Dmitrij. – Ed è proprio per questo che bisogna andarci. Si respira libertà, che decisamente non ti aspetti in forza a tutti i diffusi stereotipi sul Caucaso del Nord.
E sono le persone a dare forza a questa sensazione, sotto molti aspetti – dice il viaggiatore.

– Affermare che la gente del Caucaso sia ospitale è una cosa talmente abituale che non ci si fa nemmeno caso. È un po’ come dire che il cielo è azzurro. Una volta arrivato qui, però, ho capito che cosa significhi ospitalità. –

Preparandosi al viaggio in Cabardino-Balcaria, Dmitrij aveva iniziato a chiedere ad alcuni suoi conoscenti provenienti da altre repubbliche del Caucaso se conoscessero qualcuno a Nal’čik o in altre città.

– Mi sono quindi trovato con il fotografo Alim Kalibatov che, a sua volta, mi ha consigliato di rivolgermi a Ženja, che fa la guida, per quanto riguardava i vari spostamenti. E la sorpresa è stata grande: ci è stato fatto uno sconto per il semplice fatto che eravamo amici di Alim. Ho provato a spiegare che ci conoscevamo appena, ma non è cambiato nulla. Ženja ci ha accolti come se fossimo parte della famiglia. Alim ci ha fatto mille scuse per non essere riuscito a incontrarci, sebbene non lo avessimo nemmeno previsto.
Anche i ragazzi con cui ho avuto a che fare per la realizzazione del filmato sono stati molto amichevoli. –

Dmitrij racconta che prima di partire si era molto preoccupato per come sarebbe stato difficile viaggiare con un figlio di due anni. Alcuni contrattempi ci sono stati, ma sono stati compensati dal trattamento che le persone che hanno incontrato hanno riservato al bambino.

– Il bambino è un po’ capriccioso. Diciamo che con me e Tanja fa quello che vuole, – ride Dmitrij.
– In un cafè si rifiutava di mangiare e allora è stata la cameriera a imboccarlo. Ci ha aiutati senza alcun problema. –

Il cibo. I misteriosi chyčiny

A quanto pare, l’unico stereotipo sul Caucaso che Dmitrij rifiuta è quello sulle abbondanti porzioni di cibo delizioso.

– Da questo punto di vista non ho grandi pretese. Vivo ancora gli effetti del passato servizio militare. Mi sono quindi nutrito secondo la regola degli avanzi: stare dietro a quanto lasciato da Roma, che però è sempre stato soddisfatto di tutto. Il suo piatto preferito sono subito diventati i chyčiny [piatto nazionale di quest’area, sono pagnotte piatte servite con una grande varietà di ripieni, dalle patate alla carne, N.d.T.]. –

E sebbene il giornalista affermi che il cibo non tocchi il suo cuore, i chyčiny non hanno lasciato indifferente nemmeno lui. Dmitrij confessa che ogni volta che ordinava questo piatto in un cafè tirava a indovinare in quale momento e in che modo esattamente il ripieno sarebbe confluito nel sottile impasto. Tuttavia, questa domanda non l’ha mai fatta a nessuno. Evidentemente, ha deciso di lasciare questo mistero per gli altri turisti.

FONTE: Eto Kavkaz, 5 agosto 2020 – di Dar’ja Šomachova, Traduzione di Olga Maerna. 

Olga Maerna

Il fatto che mi sia stato messo un nome slavo senza che nessuno nella mia famiglia lo fosse è stato probabilmente un segno del destino. Mi sono laureata in Lingue e Letterature Straniere studiando tra Milano e Mosca. Ora sogno di riabbracciare presto una betulla siberiana e di aprire un giorno una mia casa editrice. Nel frattempo, recensisco libri e traduco.