Recensione de “Il dono”, di Vladimir Nabokov

La capacità di Nabokov di “giocare” con il lettore raggiunge il picco in questo romanzo, l’ultimo che l’autore scriverà nella sua lingua-madre, prima di trasferirsi negli Stati Uniti.

Alla ricerca del libro perduto avrebbe potuto essere il titolo alternativo dell’ultimo romanzo russo del genio della decezione, Vladimir Nabokov. Lontano dal lolitismo che avrebbe finito (ingiustamente) per inghiottirlo (eppure qualche traccia è presente anche qui), Il dono rappresenta un punto di arrivo e, al contempo, un punto di partenza per il più grande illusionista della letteratura russa.

Come detto, si tratta dell’ultima opera scritta in russo da Nabokov, prima di volare negli Stati Uniti e adottare la lingua inglese. All’interno della bibliografia nabokoviana, Il dono è un punto di arrivo perché rappresenta un precocissimo testamento spirituale, una sorta di bilancio della propria esistenza.

Per quanto nella prefazione curata dal medesimo autore egli si sforzi di distaccarsi dal protagonista dell’opera, è impossibile non rivedere in Fëdor Kostantinovič l’alter ego di Nabokov: entrambi giovani emigranti russi a Berlino, figli di una famiglia abbiente e aristocratica; entrambi appassionati di scacchi e di entomologia, di letteratura e di poesia, costretti in terra straniera nonostante il cordone ombelicale che li lega alla madre patria.

Copertina de
Il dono, traduzione di Serena Vitale. Adelphi, 1998

Il dono è una riflessione sulla propria esistenza, ma anche una ponderazione sulla situazione dei russi emigrati e sulla letteratura russa, da Puškin in avanti. Chiunque abbia cercato una recensione di questo libro si sarà imbattuto in commenti che subordinano la comprensione dell’opera alla profonda conoscenza della letteratura russa. Ed è vero: è praticamente impossibile per il lettore medio, ma anche per quello allenato e avvezzo ai grandi romanzi ottocenteschi, afferrare tutti i rimandi, i doppi sensi, i calembour di cui è infarcita l’opera e che hanno ad oggetto la letteratura russa.

D’altronde, questo richiamo costante è tipico anche di altri romanzi dell’autore (si pensi solamente al famoso incipit di Ada o Ardore, in cui viene ribaltata la celeberrima introduzione di Anna Karenina). Ciò non toglie, però, che non si possa apprezzare ugualmente il romanzo, che si presenta come un misterioso poliedro carico di fascino.

Il dono è un atto di amore nei confronti della Russia e della sua cultura. Ma, come in ogni scritto nabokoviano, l’amore non si trasforma mai in deferenza: emblematico è il quarto capitolo, in cui uno dei più noti politici e pensatori dell’Ottocento russo viene preso di mira e ridimensionato, attirando l’ira della stampa patriottica.

Il dono è anche un punto di inizio per l’autore, perché da lì spiccherà il volo verso la prosa inglese per affrontare nuovi temi: dapprima la frammentazione dell’identità individuale nella società contemporanea (La vera vita di Sebastian Knight); poi, l’ingresso nel mito del lolitismo.

Nabokov, anche se malinconicamente rivolto verso la madre-patria (e qui sarebbe facile un gioco di parole degno dell’autore russo: più che madre, il genitore mancante, tanto atteso fino all’ultimo, è il padre), non poteva privare i suoi lettori di qualche trucco di magia. Da questo punto di vista, Il dono è come il gioco delle tre carte: l’autore sembra offrire la soluzione, per poi alla fine sorprendere con il prestigio finale.

L’inganno è tutto nel quarto capitolo, allorquando l’autore svela finalmente qual è il tanto agognato libro che il protagonista sta cercando di partorire: una biografia caustica di Nikolaj Gavrilovič Černyševskij, noto letterato e pensatore dell’Ottocento russo, condannato per le sue idee sovversive al carcere e poi all’esilio in Siberia.

Nikolaj Cernysevskij
Nikolaj Gavrilovič Černyševskij (1828-1889), intellettuale e uomo politico russo.

Nelle ultime pagine del quinto capitolo, però, Nabokov alza il velo e mostra la magia: il libro che il protagonista sta disperatamente cercando dentro di sé non è la biografia del personaggio del secolo precedente, bensì un’autobiografia, la storia della sua vita, così come Nabokov l’ha raccontata. Il cerchio si chiude: Il dono è il libro che il protagonista vuole scrivere, ma allo stesso tempo è anche il libro che il lettore ha tra le mani e che, proprio nel momento in cui scopre il gioco di magia dell’autore, si accinge a chiudere, ma che potrebbe rileggere daccapo infinite volte, visto che il finale si sposa con l’inizio (una concezione ciclica del tempo degna di Nietzsche e di tanta parte della cinematografia, a partire da Kubrick, non estraneo ai lavori di Nabokov).

Il movimento rotatorio che accompagna la lettura de Il dono ci permette di compiere lo stesso percorso a spirale e di tornare a quanto detto in principio: Alla ricerca del libro perduto. La recherche di Proust è circolare, proprio come Il dono, proprio come alcune poesiole composte del protagonista (Il pallone perduto e Il pallone ritrovato, ancora Proust). Il libro perduto dal protagonista è proprio Il dono, il libro che il lettore ha con sé, e che si forma sotto i suoi occhi man mano che Fëdor Kostantinovič prende coscienza che è proprio della sua vita che dovrà scrivere. Il dono diventa dunque il percorso di trasformazione di Fëdor Kostantinovic da personaggio ad autore.

Non solo Proust; l’altro illustre ospite è Joyce. Il protagonista si abbandona volentieri a un flusso di coscienza che richiama inevitabilmente l’opera joyciana. Il tutto condito dai soliti inganni à la Nabokov: l’uso disinvolto della prima e della terza persona costringe il lettore dapprima a identificarsi e subito dopo a guardare dall’esterno il protagonista, come se fosse rapsodicamente colto da una possessione che lo obbliga a immedesimarsi totalmente con Fëdor Kostantinovič (come d’altronde fa lo stesso Fëdor quando si sofferma a riflettere sulle vite di alcuni suoi amici); il tema del doppio (Černyševskij è sia il noto letterato russo che un suo amico, padre di un figlio suicida); la passione per gli enigmi scacchistici e per l’entomologia; il poliglottismo e la tecnica sinestetica.

Nella natura e nella vita le cose più incantevoli sono basate sull’inganno.

Recensione a cura di Mariano Acquaviva

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