“La saga di Mosca” di Katerina Uvarova

Katerina Uvarova, membro dell’Unione moscovita degli artisti, è nota per aver creato la “Saga di Mosca”: ormai da anni dipinge paesaggi urbani, carichi di un legame personale verso la città, che si tratti della Terza Roma o della peccaminosa Babilonia. “Kul’tura” ha intervistato l’artista sul fascino della vecchia Mosca, sull’amore per i cavalli e sulle ripercussioni della pandemia.

 –  In questo anno sarebbe dovuto uscire il suo album, ma la pubblicazione è stata rimandata. Adesso per quando è prevista l’uscita?

Ho già pubblicato alcune raccolte. Quest’anno volevo creare un album che fosse un resoconto per me e per gli altri, con nuovi lavori e con un articolo del grande critico d’arte Aleksandr Jakimovič. Quando uscirà l’album? Non dipende da me. In questo momento tutti hanno difficoltà economiche. Spero che un giorno venga pubblicato…

– Il Suo maestro è stato Vladimir Brajnin, che ha spesso raffigurato Mosca. Cosa ha imparato da lui?

Da lui ho imparato tutto. Inizialmente il mio insegnante è stato Evgenij Andreevič Dodonov, che anni prima aveva insegnato anche a Volodja Brajnin. Evgenij Andreevič mi ha dato le basi, mentre Volodja Brajnin mi ha dato un legame con l’arte. È il mio principale mentore riguardo alla pittura. Gli sono molto grata. Ma la mia percezione del mondo è diversa e con il tempo mi sono distanziata dalla sua influenza. È emerso un nuovo stile, una nuova plasticità pittorica.

– In letteratura esiste una tipologia di testo pietroburghese. Si può parlare anche di un tipico testo moscovita? O meglio, relativamente alla pittura, di una tipica immagine?

– Pietroburgo in letteratura significava Dostoevskij, Blok, Belyj. Mosca in letteratura significava originariamente Giljarovskij, poi forse Bulgakov… Nell’arte figurativa la “scuola di Leningrado” si distingueva alquanto per le tinte calme, laconiche, grigie. C’era il grande Moiseenko, Myl’nikov. Oggi mi sembra che non si possa più parlare di “scuola”, perché tutto si confonde.

La “tradizione moscovita” inizia probabilmente dal MOSH (Sezione Moscovita dell’Unione degli artisti dell’URSS [N.d.T.]), forse, con influenze francesi. Alla scuola moscovita appartengono, per esempio, Michail Vsevolodovič Ivanov, in parte Maks Birštejn, Irina Starženeckaja. Si forma “un’immagine di Mosca” nei primi lavori di Nazarenko, della Nesterova, persino in Brajnin, Glebova e più tardi in Sutjagin. I loro quadri rappresentano una tagliente “esperienza” lirica della città, legata al destino personale di ognuno.

– Nei suoi lavori moscoviti c’è uno stato d’animo nostalgico, ad esempio nella serie “La vecchia Mosca”. Le piace la nuova Mosca con grattacieli, cavalcavia? Per lei qual è la cosa più importante in questa città?

– La città utilitaristica fa per me. Mi piace il comodo messaggio “si può arrivare più velocemente, diciamo, da un punto A a un punto B”. Sarebbe più semplice. Ma la città contemporanea non trasmette la sensazione di pienezza interiore. Ho cari alcuni luoghi d’ispirazione, ma non ne sono rimasti molti: gli archi dai quali si arriva in un tranquillo cortiletto con i lillà, una piccola palazzina con le finestre vivaci, non ancora di plastica. Traggo ispirazione da quelle sensazioni infantili primordiali, affini ai vecchi film, alle persone che conoscevo o di cui ricordo le storie e che non ci sono più da tempo…

Su internet troviamo molte community dedicate alla Mosca che sta scomparendo. Lo si può chiamare un trend?

– C’è sempre un interesse per quello che è vecchio. Sta scomparendo la vecchia Mosca, si sta costruendo la nuova. È bello che ci siano certe community, ma mi sembra che questo sia piuttosto un modo per interagire. Qualcuno posta su internet foto fatte con il telefono in vari luoghi e da vari punti di vista, a volte dei selfie, come per dire “Io c’ero!”. Quando vengono postate vecchie fotografie, si condividono ricordi; quando vedi come è iniziato tutto e dove siamo arrivati, è un’altra faccenda. Oppure le fotografie degli anni ’40 -’60… sono storia. È bello che qualcuno sia interessato a queste foto.

Quali sono i suoi luoghi preferiti a Mosca?

– Amo il quartiere Begovaja con il giardino davanti all’ippodromo. Amo il quartiere Presnja, il giardino zoologico, il quartiere Zamoskvoreč’e…

Molti suoi quadri raffigurano una Mosca buia, piovosa, autunnale o invernale. Non le interessa la capitale soleggiata ed estiva?

– Certo che sì. Ho dipinto con piacere le chiazze di ombra e di sole che dagli alberi cadono sulle persone, sulle automobili.

– Ha più volte ritratto “la bestia con le corna”, il filobus. Recentemente il filobus di Mosca ha smesso di esistere – hanno promesso di lasciarne solo una tratta. Questo cambierà la città?

– Sì, hanno tolto i filobus. Mi ha sempre intrigato la rete dei cavi e adesso li hanno tolti. Ciò cambia il paesaggio, cambia la percezione del passato, dà un’impronta diversa alla città. I cavi sospesi, tesi, che ricordavano navi extraterrestri… Al loro posto ci sono lampioni, uccellini, palloncini… C’è a chi piace più adesso e a chi piaceva più prima.

Quale luogo occupa l’essere umano nei suoi quadri?

– Per me l’uomo è un accessorio, ciò che conta è il paesaggio. L’essere umano è come una macchia di colore sul quadro, è un personaggio del paesaggio, è semplicemente una presenza qualsiasi. Si chiama paesaggio con staffage: beh, è terminologia… In Canaletto è dominante, fu il primo a fare queste cose.

– Il tema del cavallo: perché le interessa?

– Amo i cavalli da quando li ricordo. Li ammiro e, se è vero che abbiamo vissuto vite precedenti, allora vicino a me c’erano sempre dei cavalli. Da giovane l’ho cavalcato sia all’ippodromo che all’istituto di addestramento, vicino a Ryazan’. Là ho conosciuto una persona speciale, il leggendario “mercante di cavalli” Aleksej Borisovič Voejkovyj. I suoi antenati discendevano dal boiaro Voejko, arrivato dal gran principe di Mosca nel 1384. Aleksej Borisovič mi raccontava dei comportamenti dei cavalli, delle varie razze. Quando è andato in pensione ha iniziato a disegnare e i suoi disegni sono stati ammirati da professionisti.

– Di solito come si svolge il lavoro sulla serie dedicata ai cavalli? Dipinge dal vivo?

– Una volta disegnavo e modellavo dal vivo. Adesso lavoro in un laboratorio, ma l’esperienza dal vivo mi è rimasta dentro e l’opera si basa su di essa. Ricordo com’è fatto un cavallo, il suo movimento, ma utilizzo anche vecchi schizzi, bozzetti e fotografie, non per copiare bensì per raggiungere maggiore precisione. Mi interessa la plasticità del cavallo, dei suoi movimenti. Ho creato una serie dal titolo “Cavalli in città”. Mi intrigava l’unione plastica tra cavallo e città. Allora questo tema pareva irrazionale. Ponevo il cavallo in città e creavo il mio mondo, così come lo vedevo, era il “mio cinema”. Ma ciò che proponevo allora, oggi non è niente di sorprendente, oggi per le strade si possono incontrare decine di persone a cavallo.          

– Le piace qualche artista animalista straniero o russo?

– Sverčkov, Degas. Ma Degas non è animalista… Comunque non distinguo gli artisti in animalisti e non.

– Ci racconti come i suoi quadri sono finiti al Museo Konevodstva.

– Un giorno ero a una mostra di cavalli di razza Akhal-Tekè e incontrai Julija Nikolaevna Kuznecova, direttrice della sezione scientifico-artistica del museo. Parlammo un po’, poi le mostrai i miei lavori. Il museo volle fortemente esporre il ritratto del vecchio Akhal-Tekè Melekuš. Ovviamente accettai volentieri e, basandomi su una foto in bianco e nero del 1953, feci il ritratto. Oggi nelle sale del museo sono esposti tre dei miei quadri.

Amo molto questo museo, e anche il Museo Polenov, che ha acquistato due mie opere.

– Come ha influito la pandemia sul suo lavoro?

– Ha influito pesantemente. Molte persone sono state contente di poter stare a casa e di avere più tempo per lavorare. Io invece ho lavorato meno. La situazione di chiusura forzata mi opprimeva. Le condizioni lavorative hanno cominciato a migliorare solo quando hanno permesso di uscire di nuovo.

FONTE: rivista online “Kul’tura” , 14.09.2020 – di Ksenija Vorotynceva, traduzione di Chiara Cardelli