“Mi chiedevo quale fosse il modo migliore per morire”: storie di adolescenti con disturbi mentali

Circa un adolescente su cinque tra i 12 e i 18 anni soffre di almeno un disturbo mentale, e il 70% di loro non riceve una diagnosi corretta e un trattamento adeguato. Abbiamo parlato con adolescenti che soffrono di diversi disturbi mentali e con la mamma di una bambina di 10 anni che soffre di depressione della lotta per la salute, dei progetti per il futuro e dell’accettazione di sé.

Oksana, mamma di Julia, 10 anni

Depressione

Quest’anno Julia ha iniziato la quinta elementare. Prima della depressione mia figlia era molto attiva, prendeva parte a qualsiasi progetto, organizzava incontri, andava al gruppo di teatro, prendeva il massimo dei voti senza particolari sforzi. Ma all’inizio di quest’anno, all’improvviso, ha iniziato a prendere voti molto bassi, gli insegnanti erano disperati. La spiegazione di Julia per quei risultati, era che lei “non riusciva”. Mia figlia ha anche iniziato a chiudersi sempre più nella sua stanza: pensavamo stesse iniziando il periodo dell’adolescenza e con esso i cambiamenti ormonali e attribuivamo il suo cambiamento al desiderio di avere un po’ di privacy.

I problemi sono arrivati alla fine dell’inverno. Julia si stava preparando per andare a scuola, e all’improvviso ebbe un attacco di isteria che non riusciva a controllare. Per un’ora si dimenò in singhiozzi, incapace di spiegare quale fosse il problema. Io le chiedevo: “Cosa succede? Hai paura di qualcosa? Non hai studiato per il test? Dimmelo, così risolviamo il problema”. La bambina aveva capito che se non aveva fatto i compiti non ci saremmo arrabbiati, non sarebbe andata a scuola quel giorno, e sarebbe finita lì. Ma la risposta era sempre la stessa: “Non lo so”.

Lasciammo perdere la scuola e portammo Julia da uno psicologo, e scoprimmo che mia figlia stava avendo un esaurimento nervoso. Dapprima calmarono la fase acuta, poi le analisi diagnostiche e gli esami successivi dimostrarono che la bambina aveva sviluppato una depressione a causa del bullismo sistematico subito a scuola, a prima vista insignificante, ma per lei molto pesante. Abbiamo scoperto che alcuni bambini la prendevano costantemente in giro.

Abbiamo preso una pausa dalla scuola e siamo stati da un neurologo, che ha diagnosticato una depressione in fase iniziale e ha prescritto farmaci e psicoterapia, che però abbiamo dovuto interrompere a causa del coronavirus. Io accettai subito la diagnosi, anche se non riuscivo a credere che la malattia potesse svilupparsi così presto. Avevo sofferto di depressione post-partum, e avevo capito subito che le condizioni di Julia non erano segni di testardaggine né di pigrizia. Anche mio marito accettò subito la situazione.

Dovetti spiegare a mia figlia cos’è la depressione: il cervello non vede il lato positivo, si concentra solo sulle cose brutte, ma quei pensieri non sono un’immagine reale del mondo.

Julia dormiva venti ore, restava sdraiata per giorni. Se si alzava, era solo per mangiare e prendere le pillole. Ripeteva che era tutto triste e grigio. Arrivò ad avere una completa indifferenza per il suo aspetto: non si lavava i capelli, non si lavava i denti. Ha persino ammesso di provare un folle desiderio di stare in piedi sul davanzale. E sebbene noi parlassimo molto e io fossi praticamente sempre a casa (ero in maternità per il fratellino), decisi di far togliere le maniglie alle finestre per precauzione.

Julia prende ancora le medicine e le sue condizioni sono migliorate molto. Di tanto in tanto ci sono sbalzi d’umore e apatia, ma è diventata più attiva: incontra gli amici, disegna, comunica con le persone.

Julia si è trovata di fronte al fatto che il mondo non è affatto meraviglioso né giusto. Credo che anche se dovesse ricadere in depressione, sarebbe più emotivamente stabile e cauta.

Io e mio marito abbiamo cercato di ridurre al minimo l’impatto negativo sulla bambina di quelle persone che possono sottovalutare la sua condizione, quindi ad alcuni parenti non è stato detto della sua depressione. Gli amici di mia figlia sanno della malattia e hanno detto che la sosterranno molto di più.

La depressione viene romanticizzata: come se essere depressi significasse stare seduti di fronte alla finestra avvolti in una coperta e guardare la pioggia cadere. Ma questa è una malattia, che ti fa a pezzi e non ti lascia vivere. Allo stesso tempo però, la depressione non è uno stigma, non bisogna averne paura. Consiglio ai genitori di costruire un rapporto di fiducia con i propri figli: senza giudicarli o sminuirli. Anche i problemi dei bambini sono problemi. E consiglio di stargli sempre accanto, qualsiasi cosa accada.

Palina, 17 anni

Disturbo ossessivo-compulsivo

Sin dall’infanzia ho avuto problemi a contare, perché ero costantemente fissata su alcuni numeri. Dovevo anche ripetere le azioni un determinato numero di volte: tre, cinque, dieci, ma non quattro, per forza cinque. Io li chiamo numeri tondi.

Quando avevo tredici anni ho fatto un pensiero orribile su un mio parente, un pensiero piuttosto invadente, e da allora, il disturbo ossessivo-compulsivo ha lentamente iniziato a svilupparsi. Non riuscivo a guardare i piatti in disordine, il letto disfatto, qualsiasi piccola cosa che non fosse esattamente al suo posto mi irritava terribilmente. Sono diventata schizzinosa, ho iniziato ad avere la fobia delle infezioni batteriche e dei microbi, che si è trasformata in ansia, attacchi di panico, forti isterie ed esaurimenti nervosi. A volte mi lavavo le mani per due ore di seguito e la pelle sembrava pane raffermo. Iniziavo ad avere problemi nel rapporto con mia mamma e con i miei amici, ho avuto un calo di autostima, ho iniziato ad essere insicura. Non volevo più studiare, per me era diventato psicologicamente difficile andare a scuola: lì c’erano troppi microbi, quindi bigiavo. Però volevo avere dei voti normali in pagella, quindi mi sono costretta a frequentare le lezioni.

Un anno dopo cercai su Google “lavarsi spesso le mani”, e mi apparve un articolo sul DOC. I sintomi di cui parlava erano molto simili ai miei, e capii di avere bisogno di aiuto.

Quando ne parlai a mia madre, lei non mi credette. Diceva che avevo semplicemente letto delle sciocchezze su internet e che mi ero fatta influenzare.

Lei pensava che fossero tutte stupidaggini e mi diceva di darmi da fare. Non tutti i genitori sono disposti ad accettare che i loro figli abbiano un disturbo psicologico all’età di quattordici anni.

Facevo scenate a mia mamma, perché per me era tutto molto pesante e lei non capiva cosa mi stesse succedendo. Alla fine si arrese e mi portò da uno psicologo che non aveva idea di come affrontare il disturbo ossessivo-compulsivo e che mi diede una terapia che non funzionò. Quindi andammo da un neurologo, che mi prescrisse dei tranquillanti leggeri, che fecero poco effetto. Solo all’inizio del 2020, quando il DOC già progrediva, mamma decise di portarmi da uno psichiatra. La dottoressa non mi piaceva molto: quando io le parlavo dei miei problemi, lei commentava “Oh, quanti problemi, e hai solo sedici anni!” Però mi prescriveva antidepressivi e antipsicotici.

Gli antipsicotici hanno avuto un effetto terribile su di me e mi hanno portata alla depressione neurolettica. Mi era passata la voglia di vivere, avevo tralasciato completamente il mio aspetto esteriore, ero troppo pigra persino per alzarmi dal letto ed andare a farmi una doccia. Nella mia anima c’era una disperazione assoluta e la paura che non sarei mai riuscita a guarire. Non penso che gli antidepressivi abbiano avuto un particolare effetto su di me, so solo che le mie fobie e le mie paure sono peggiorate, e che l’ansia è schizzata alle stelle. La mattina mi sveglio per l’ansia, non riesco a trovare il mio posto. Mia mamma sta dalla parte della psichiatra e pensa che la cura che mi ha dato sia giusta e che sia solo necessario aspettare. Ma sono già passati cinque mesi e io non sto granché meglio.

C’è una mia amica di scuola che mi sostiene. Adesso quelli che ormai considero i miei ex amici girano il coltello nella piaga, mi chiamano psicopatica, in occasione di un litigio mi hanno addirittura detto: “Non ce l’hai la prescrizione? Vai a prenderti le pillole”. Quando avevo quattordici anni avevo tanti sogni: volevo trasferirmi a Mosca, trovare un lavoretto per comprarmi una macchina, imparare a guidare. Invece ora penso di non avere abbastanza forza e che per me sarà difficile entrare nel mondo degli adulti. L’anno prossimo sarò maggiorenne, ma non ho idea di come dovrebbe comportarsi una persona maggiorenne.

Tante volte la gente mi ha detto “Oh, ma non si nota affatto che hai un disturbo mentale!” Ma anche se mi comporto in maniera assolutamente adeguata, non vuol dire che sia tutto a posto. Il DOC non è solo perfezionismo, ma un circolo vizioso dell’inferno, e i pensieri ti uccidono e ti divorano il cervello. Non mi piacciono le affermazioni banali sui disturbi mentali, e per me è molto spiacevole quando la gente disprezza le persone malate e le considera anormali. Credo che a volte il dolore fisico non sia paragonabile al dolore psicologico.

Anton, 17 anni

Disturbo bipolare

È impossibile stabilire quando sia apparso esattamente il disturbo bipolare però, probabilmente, la patologia ha iniziato a svilupparsi in maniera attiva quando avevo quattordici anni, a causa di un trigger. I miei genitori portarono me e mio fratello in un campo tendato militare per due settimane senza comodità e senza possibilità di contattare il mondo esterno. Lì ci presero i telefoni, non potevamo chiamare nessuno per lamentarci. Erano abbastanza severi in termini di disciplina. Sono andato in ospedale tre volte a causa di intossicazione alimentare e perdita di coscienza, e i ragazzi più grandi hanno sfondato la mascella a mio fratello.

Non mi sono accorto dei primi segni di frustrazione, perché pensavo che il mio comportamento fosse abbastanza normale e ordinario. Durante il periodo di mania ero di ottimo umore, avevo questa specie di incredibile fiducia in me stesso, facevo grandi progetti per il futuro, pensavo di trasferirmi e di iniziare a studiare il ceco ed il danese. Iniziavano a piacermi le droghe e l’alcool. Per me, tutto ciò che facevo era logico, aveva senso, ma per chi mi vedeva dall’esterno ero molto strano: un ragazzo irrequieto, impulsivo, iperattivo, dagli occhi sfuggenti. Pensavo che tutta quell’energia fosse dovuta a tutto il caffè che bevevo e a quanto dormissi.

La particolarità di questo stato è che è presto dimenticato e non dura tanto a lungo quanto il periodo depressivo, ma solo un paio di settimane, un mese massimo. E la mania si trasforma in depressione molto bruscamente. Tutt’a un tratto ti rendi conto di quello che hai fatto, capisci che non sei che uno stupido, e la testa parte. Arrivano i pensieri suicidi. Io ho avuto un periodo di depressione nel quale sono stato a letto una settimana a guardare il soffitto. Non avevo la forza di alzarmi, di uscire, nemmeno di stare al telefono. Durante il periodo di mania i tuoi pensieri sono velocissimi e sembrano geniali, e tu non sai a cosa aggrapparti, mentre nel periodo di depressione i pensieri formano come uno sciame, e non sai come affrontarli.

Il mio bipolarismo era anche accompagnato da attacchi di panico. Ne avevo fino a cinque al giorno e duravano 10-20 minuti, pensavo di morire ogni volta. Fu allora che, di nascosto dai miei genitori, iniziai ad andare dallo psicologo del liceo. Parlavamo, e ad un certo punto mi disse “Anton, questo non è il mio campo. Tu hai bisogno di uno psichiatra.” Allora sono andato da mia mamma e le ho raccontato tutto, e lei mi ha portato dallo psichiatra.

È già un anno e tre mesi che vado dallo psichiatra e che prendo le mie medicine. Prima erano sette pillole al giorno, adesso sono già tre. Grazie alle medicine la mia situazione si è stabilizzata. Reagisco in maniera normale allo stress, le emozioni che provo sono correlate a ciò che succede nella mia vita: felicità, tristezza, rabbia. Prima durante il periodo di mania ero iperattivo: qualsiasi insulto o commento rivolto a me scatenava una reazione selvaggia. Ora se vuoi farmi male ti ci devi impegnare.

Adesso questo disturbo non mi dà praticamente più problemi. Alcuni miei amici bevono, io invece posso permettermi solo una bottiglia di sidro, perché mischiare pillole e alcolici non va bene. L’eterno astemio durante le festività. Un’altra cosa che non mi piace è vedere come i miei amici studino per prendere la patente, mentre perché possa farlo io, bisogna dimostrare ai medici che le medicine che prendo non influiscono sulla mia capacità di guidare. Alcuni risparmiano per comprarsi la macchina, altri ce l’hanno già, e tu resti seduto in disparte e pensi: “Cavolo, anche io voglio queste cose”.

Penso che sia molto stupido attribuirsi un disturbo mentale, perché quando hai queste malattie devi assumerti la responsabilità di te stesso e delle tue azioni.

Un disturbo mentale non ti rende né figo né unico. C’è chi pensa che sia come una pochette che va di moda, che metti quando esci e dici: “Ecco, guardate che carina la mia bipolarità”.

Olja, 14 anni

Disturbo da stress post traumatico

Per quanto posso ricordare, la situazione nella mia famiglia è sempre stata brutta. Quando avevo dodici, tredici anni, mia madre portò a casa un accattone e disse che questo era il suo socio in affari. Da lì vivemmo sei mesi di violenza domestica. Lui picchiava ed insultava me e mio fratello. Ci è stato tolto tutto, persino vestiti e cibo. Di conseguenza io e mio fratello (tredici anni io, dodici lui) siamo finiti in un orfanotrofio, poi ci ha presi mia nonna, e viviamo con lei tuttora. Dopo l’orfanotrofio è andato tutto più o meno bene. Ho iniziato ad avere nuovi interessi, nuovi amici, ma quando è iniziata la quarantena la mia condizione è peggiorata bruscamente.

Vuoti di memoria, insonnia, sbalzi d’umore, paranoia, persino allucinazioni, odio e paura delle persone. Mi andava proprio male, era spaventoso, ogni giorno mi portavo a questo stato nel quale stavo semplicemente nel letto a piangere. Ho avuto attacchi di panico, e fino a poco tempo fa non sapevo nemmeno si chiamassero così, pensavo fossero solo capricci. Facevo autolesionismo e mi chiedevo quale fosse il modo migliore per morire, ma non c’è mai stato un tentativo di suicidio vero e proprio.

Inoltre, ho reazioni violente quando succede qualcuno di inaspettato, se ad esempio qualcuno mi si siede a fianco all’improvviso oppure se sento un rumore forte. Sono cose che possono spaventare chiunque, ma in me scatenano forti attacchi di isteria. Una volta, qualcuno vicino a me ha fatto scoppiare un palloncino e io ho iniziato a piangere a dirotto, io stessa senza sapere perché. Ultimamente ho difficoltà a scrivere e a parlare: balbetto, farfuglio, mi incarto, per iscritto salto lettere. Ho una concezione alterata dello spazio: lo vedo, ma molti oggetti mi sembrano piatti, alcuni oggetti sono per me più lontani o più vicini di quanto non siano in realtà, molto spesso mi schianto contro qualcosa o semplicemente non noto qualcosa.

Ho chiesto per tanto tempo a mia nonna di portarmi da uno psichiatra, ma lei rimandava. Diceva: “Oh, ti senti così perché stiamo tutto il giorno in casa, questi sbalzi d’umore sono normali durante l’adolescenza, prendi della valeriana.” Ma alla fine siamo andati ad un dispensario psico-neurologico, dove mi è stato diagnosticato il disturbo di stress post traumatico e una possibile depressione.

Con il disturbo da stress post-traumatico, in linea di principio, si può fare solo psicoterapia, ma è il trattamento farmacologico ad alleviare i sintomi che interferiscono con l’apprendimento e con la comunicazione. Per questo ho chiesto di andare ad un dispensario psico-neurologico, perché sennò non potrebbero prescrivermi farmaci efficaci. Ora vado dallo psicoterapeuta, parliamo e mi sembra che vada un po’ meglio. Mia nonna non monitora davvero le mie condizioni, quando dico che sto male, mi consiglia di guardare qualcosa alla tv o di fare uno spuntino.

La mia memoria è peggiorata molto, prima riuscivo ad imparare a memoria qualsiasi regola, poesia, tema, ecc., ma ora non ricordo nemmeno se ero presente a lezione, se abbiamo fatto un test. Durante la lezione capita che entri in una sorta di trance e non faccio alcuna domanda sull’argomento. I miei insegnanti non sanno del disturbo e pensano sia una questione di mancanza di attenzione, infatti i miei voti si sono abbassati molto.

Finché mia madre non ha portato a casa quel ragazzo, le mie condizioni non mi preoccupavano così tanto: mia madre è sempre stata un’irresponsabile, io e mio fratello cercavamo solo di sopravvivere. Se parliamo di flashback, che tutti menzionano quando si parla di sindrome da stress post traumatico, li ho praticamente ogni notte, quando riesco ad addormentarmi. Mi succede di averne anche durante il giorno, ma raramente. Sono sempre immagini molto traumatiche appartenenti al passato, tipo percosse, o le overdosi di mia madre.

Vorrei che la gente sapesse che non sono una persona aggressiva e che non odio nessuno. Diverse persone, dopo aver assistito ai miei sbalzi d’umore, pensano che io sia cattiva. E non sono stupida, anche se dimentico le cose. Mi fa stare molto male, quando qualcuno mi racconta qualcosa e poi dice: “Ma non ti ricordi? Te l’ho già raccontato”. E io davvero non me lo ricordo.

Diana, 13 anni

Disturbo d’ansia generalizzato e depressione

Ho iniziato il trattamento solo quest’estate e sto ancora cercando di capire quando è cominciato tutto. Ma, molto probabilmente, la causa scatenante è stata una lite con un mio ex amico. Quando avevo dodici anni, lui è finito in ospedale e mi ha ignorata completamente, e questo mi ha colpita molto duramente. Letteralmente qualsiasi cosa poteva scatenare in me l’ansia, poteva succedere ogni giorno, ero costantemente ansiosa. Se, per esempio, andavo a fare shopping con mia mamma e lei si allontanava da me per dieci minuti di numero, pensavo che mi avesse abbandonato lì. Iniziavo subito a pensare a come poter tornare a casa, se avessi abbastanza soldi con me, o un telefono per chiamare. Mi calmavo solo pensando che se mia mamma aveva lasciato le sue cose accanto a me, sarebbe dovuta tornare per forza a prenderle.

Andavo a scuola e ogni giorno avevo attacchi di panico, una o due volte al giorno. Avevo tanta paura perché non riuscivo a spiegarmi di cosa avessi paura. Mi è capitato anche di sentire che la mia testa fosse sul punto di esplodere e che sarei morta. Sentivo arrivarmi come delle scosse; le voci dei miei amici, dei miei compagni di classe, dei miei insegnanti, mi arrivavano come attutite dall’acqua, non capivo niente e restavo seduta con le mani sudate e con le gambe molli, e volevo scappare via. Quindi chiedevo alla maestra di uscire ed andavo in bagno, sbattevo i pugni sul muro o mi tagliavo, e andava meglio. Ogni giorno mi veniva da piangere, ma non riuscivo a piangere, perché mi sentivo gli occhi secchi. C’erano anche pensieri suicidi. A quel tempo, stavo per compiere dodici anni.

I miei genitori sapevano della mia situazione, ma fino a quel momento, quando siamo andati dallo psichiatra, non pensavano che fosse nulla di serio. Attribuivano tutto all’adolescenza e pensavano che stessi drammatizzando. All’inizio capii che mi avevano portata da uno psicologo. Il primo psicologo non era molto bravo, minimizzava i miei problemi e mi diceva solo di sorridere, che sarebbe passato tutto. Quindi mi portarono da un’altra, ci andavo tutte le settimane, finché dopo sei mesi lei mi disse che dovevo andare da uno psichiatra. Mamma acconsentì.

Avevo letto così tanti articoli sul disturbo d’ansia che non sono rimasta affatto sorpresa quando alla fine mi è stato diagnosticato e mi è stato detto che avrei dovuto prendere delle pillole. Mi sentivo sollevata, perché fino a quel momento avevo paura di qualcosa che non conoscevo, continuavo a fare autolesionismo e non riuscivo a smettere di disprezzarmi. Pensavo di non soffrire abbastanza, che avrei dovuto soffrire di più per ottenere aiuto. Mi tagliavo per dimostrare che le mie emozioni erano reali. Prima di andare dallo psichiatra ero molto vicina a tentare il suicidio, e mi era stato raccomandato di farmi ammettere in ospedale, ma i miei genitori hanno rifiutato. Farsi curare in un ospedale statale è più costoso, ma non abbiamo soldi per un privato.

Prendo le medicine tutti i giorni. È diventato più facile vivere, sebbene a scuola sentissi che mancava poco e sarei caduta e sarei scoppiata a piangere, stanca com’ero di tutta quell’ansia e della paura che provavo. Ora pare ci siano buone notizie e che non vada tutto così male. Prima detestavo ogni tipo di sport, non riuscivo a lavarmi i denti, ora invece mi prendo cura di me, pulisco in casa, esco spesso dalla mia stanza, mangio di più e ho dei ritmi di sonno regolari. Sono ancora ansiosa, ma meno di prima, anche se non penso che riuscirò mai a liberarmene completamente: l’ansia è già una parte di me. Penso spesso al futuro e spero che la terapia possa aiutarmi, e spero di potermi trasferire in un’altra città quando starò meglio.

Non mi piace per niente che la gente pensi che gli adolescenti non abbiano problemi. Più volte ho avuto discussioni con queste persone, ma è abbastanza difficile convincerli, dicono che vedono in me solo una bambina che vuole essere al centro dell’attenzione.

Se una persona non piange e sorride, non vuol dire che stia bene. Essere malati non è per niente bello.

Gleb, 18 anni

Disturbo schizotipico

Penso che sia iniziato tutto in quinta elementare, quando ci siamo trasferiti in un’altra città.

Naturalmente ciò aveva significato perdere i miei amici, più il problema di fare amicizia nella nuova classe, dove i gruppetti si erano già formati. E nonostante poco dopo fossi riuscito a farmi degli amici, mi isolavo sempre di più e cresceva in me la sensazione che loro non avessero bisogno di me e che, praticamente, la mia esistenza non aveva alcuno scopo. All’inizio del penultimo anno di scuole superiori iniziarono a comparire problemi più gravi: avevo degli attacchi, che si manifestavano come disorientamento e problemi respiratori. Poteva causarli praticamente qualsiasi cosa, ma specialmente le folle e la temperatura della stanza.

Circa un mese fa sono andato da uno psichiatra con i miei genitori e lui ha detto che questa è depressione. Io prendevo delle pillole, sembrava che stesse migliorando, e ad un certo mi sono quasi dimenticato di essere malato. Ma iniziavo ad avere questi attacchi sempre più spesso, e durante l’ultimo anno di scuole superiori, nell’ora di sport, mi venne in mente un pensiero compulsivo depressivo, che mi incatenò così tanto che non riuscivo a muovermi.

Quindi andai di nuovo dallo psichiatra. Fui ricoverato in un dispensario psichiatrico per tre settimane, mi sottoposero ad un esame completo e mi venne diagnosticato un disturbo schizotipico. Mi capitò un medico bravo, una donna con il senso dell’umorismo. A quel punto avevo già capito che avevo un qualche tipo di problema, e quando annunciarono la diagnosi pensai: “Wow, a quanto pare sono proprio così!” È vero, ho una paura che è sempre con me: la paura di perdere completamente la testa.

Fondamentalmente, questa malattia si presenta sotto forma di problemi con le reazioni emotive. Il che vuol dire che le mie reazioni non sono quelle considerate tipicamente accettabili dalla società: ad esempio, non sempre capisco le battute, sono molto sensibile a qualsiasi commento e mi arrabbio per le critiche. Continuo ad avere tendenze ossessive. A volte mi capita anche di avere allucinazioni, uditive e sensoriali. Durante quelle uditive, sento il sussurro di una donna che chiama il mio nome. E durante quelli sensoriali, sento una sorta di essenza che cerca di rimpiazzarmi, per rendere tutto migliore. Inoltre, spesso mi trovo in uno stato di depressione, succede che quasi non riesca ad alzarmi dal letto e fare una qualsiasi cosa: non capisco a che scopo farlo, per chi dovrei farlo, che bisogno ne avrei io stesso di farlo. Tanto morirò comunque.

I miei genitori hanno sempre accettato la mia condizione, beh, a parte quella volta a sedici anni, quando mi lasciai dei tagli addosso. Non so cosa cercassi di provare, ricordo soltanto che dopo i miei episodi depressivi si fermarono per un po’, ma solo per una settimana. Mia mamma si preoccupò, mentre mio papà decise che lo facevo solo per attirare l’attenzione.

Quando nuova gente entra nella mia vita e viene a sapere della mia diagnosi, a volte si spaventa, ma la mia cerchia di compagni di classe e amici non di scuola è fatta di brave persone che non mi hanno voltato le spalle. La mia gioia nella vita viene dalla mia famiglia, dalla mia ragazza e dalla creatività: creo musica al computer.

A causa dei miei problemi di salute non ho finito la scuola, quest’anno darò il programma dell’ultimo anno di scuola superiore da esterno. Non ho ancora deciso cosa mi piacerebbe fare nella vita, ma ho sostenuto i test di orientamento professionale, che hanno rivelato una propensione alla pubblicità e alle pubbliche relazioni.

Romanticizzare i disturbi mentali è sbagliato, perché le persone che sono malate davvero potrebbero pensare di essere fighe e di non aver bisogno di un medico, mentre invece la malattia le divora dall’interno e porta a non si sa quali conseguenze. È anche però vero che romanticizzarle aiuta in parte la società ad accettare queste persone, perché questo argomento non viene più considerato tabù e la gente non ha più paura di parlare di problemi mentali.

 

FONTE: daily.afisha.ru , 22/09/2020 – di Ellina Orudzheva, traduzione di Elena Vaccaro

Elena Vaccaro

Laureata in Mediazione Linguistica. Il russo è stato una forza che ho sentito tirarmi molti anni fa, ma che ho ignorato: pensavo che l’attrattiva sarebbe presto scomparsa. Dopo nove anni, immensi giri, e la certezza che il desiderio di studiare russo mi avrebbe perseguitata per sempre, ho finalmente ceduto e mi sono trasferita in Russia. Ora che l'ho lasciata, la nostalgia si fa sentire. Tradurre per RIT è per me un modo per colmare la distanza che mi separa da questo Paese così affascinante e così mal rappresentato.