Recensione de “L’adolescente”, di Fëdor Dostoevskij

Recensione de "L'adolescente" di Fëdor Dostoevskij

L’adolescente è un romanzo – per certi versi atipico – di Fëdor Dostoevskij. Se pensate di avvicinarvi al grande autore russo in punta di piedi, potrebbe essere un buon inizio.

Ogni volta che mi trovo di fronte ad un romanzo di Dostoevskij, mi domando se è quello il momento della mia vita più adatto per iniziarlo. Dopo aver letto i più famosi L’idiota, I fratelli Karamazov e Delitto e castigo, mi sono convinta che è necessario leggere Dostoevskij solo quando ci si trova in uno stato d’animo particolarmente conciliante, tranquillo e senza incombenti pensieri parassiti, affinché il tumulto interiore e il clima dark che Dostoevskij inserisce in molti dei suoi scritti non rischi di minare la vita quotidiana. Per cui l’estate post-lockdown mi è sembrata il momento adatto per leggere L’adolescente, tra i meno famosi dell’autore, romanzo che mi ha riservato più di una sorpresa.

Sicura di andare a impelagarmi in angoscianti monologhi e riflessioni sulla tragicità dell’animo umano, mi sono dovuta ricredere e sono andata alla scoperta di una faccia di Dostoevskij che non conoscevo. Protagonista del romanzo è il giovanissimo Arkadij Dolgorukij, appena diciannovenne, che crede di conoscere la vita e la verità, ma che nel corso del romanzo attraverserà un percorso di crescita e consapevolezza.

Copertina de "L'adolescente"

La situazione familiare di Arkadij è del tutto insolita: figlio illegittimo del nobile Versilov, Arkadij ha conosciuto pochissimo il padre e, anche se vorrebbe disprezzarlo, non ci riesce del tutto e il romanzo si snoda principalmente intorno al sentimento confuso di ammirazione e repulsione di Arkadij nei confronti della figura paterna. Molto spesso infatti, nel corso della narrazione, Arkadij fa sapere al lettore quanto dolore la sua condizione di figlio illegittimo gli abbia portato e di come molte volte abbia dovuto spiegare le sue origini a chi credeva che fosse figlio di un principe.

La madre di Arkadij è Sof’ja Andreevna, una serva della gleba che Versilov ha deciso di prendere con sé e dalla quale ha avuto anche una seconda figlia, Liza. Versilov non è un esempio di virtù, la sua indole è problematica, ha sperperato più di un’eredità e il legame con la mite Sof’ja è di un affetto vacuo e trasparente. Versilov si rende conto del fascino che esercita sul giovane figlio, ed è a causa di questo ascendente che Arkadij viene trascinato in una serie di intrighi, misteri e inganni.

Il giovane protagonista sembra essere una pedina all’interno di un gioco sconosciuto, tutti sono più esperti e scaltri di lui, tant’è che si ritrova spesso a dire di essere ingenuamente inconsapevole di cosa sta succedendo. L’idea totalizzante di Arkadij, quella di riuscire ad arricchirsi mettendo da parte tutto ciò che riesce, si scioglie come burro di fronte a una vita fatta di gioco d’azzardo, amicizia insana con il principe Sergej Solkonskij, attrazione fatale per la bellissima Katerina Nikolaevna e la voglia di proteggere e farsi proteggere dalla sorella Liza.

Arkadij ha solo il contorno del classico personaggio dostoevskiano, è ancora giovane, è insicuro, le sue idee cambiano velocemente, non riesce a capire gli altri e si lascia affabulare dalle parole e dalle azioni. Proprio per questo, egli incarna perfettamente l’incertezza giovanile, la ricerca della propria identità e dei valori che ognuno attraversa durante l’adolescenza. Il suo personaggio appare a tratti grottesco e a tratti ironico e può facilmente suscitare un sorriso sulle labbra del lettore adulto che riconosce i tumulti di un’età di passaggio.

Non mancano i grandi temi di Dostoevskij: la religione e i valori della morale – incarnata soprattutto dal vecchio Makar Ivanovič, marito di Sof’ja e padre putativo di Arkadij; lo sfruttamento dei più poveri e il suicidio, l’esistenza di un mondo di furfanti pronti a fare di tutto per accaparrarsi qualche soldo – come Lambert, ex-compagno di scuola di Arkadij che cerca di approfittare delle situazioni createsi a suo vantaggio –, e ancora la solidarietà e la compassione, l’amore e la pazzia.

Inoltre, è interessante notare come il romanzo sia ambientato in un momento particolare per la Russia, ovvero successivamente alla liberazione dei servi della gleba. Il vecchio Makar infatti, da quando non è più “un’anima” di Versilov, vaga pellegrino per la Russia e da queste su peregrinazioni la sua saggezza trae molto giovamento.

La voce narrante di Arkadij accompagna il lettore per il corso della storia, alternando il racconto delle vicende del presente con riflessioni, pensieri e flashback del passato, in pieno stile dostoevskiano. Lo stesso Arkadij, all’inizio del suo racconto, non sa perché sta scrivendo, o meglio, sa che nessuno leggerà mai il suo scritto, idea che però modifica alla fine del racconto stesso, dove allega i commenti del suo primo lettore. Il tempo della lettura scorre veloce, piacevolmente condotti nel mondo della torbida nobiltà e degli intrighi da essa veicolati. Una lettura tutto sommato più leggera rispetto agli altri titoli di Dostoevskij, che non tradisce mai il suo stile e le sue tematiche più care.

Recensione a cura di Simona Carosella

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