Recensione di “Malia d’Italia”, di Marina Stepnova

Recensione de "Malia d'Italia" di Marina Stepnova

Quest’estate è tornata in Italia Marina Stepnova. A distanza di due anni dalla prima pubblicazione nel nostro Paese, Le donne di Lazar’, la casa editrice Voland ha rinnovato la collaborazione con Corrado Piazzetta per la traduzione di Malia d’Italia (e non è dettaglio da poco, vedremo perché).


Questo romanzo conferma la passione di Marina nel raccontare persone e luoghi. Se ne Le donne di Lazar’ la Storia si muoveva lentamente sullo sfondo delle vicende personali dei protagonisti, facendo in qualche modo sentire il suo peso ingombrante, in Malia d’Italia lo spazio per l’attualità e gli eventi contemporanei è davvero poco. Abbiamo coordinate temporali che permettono di tracciare un arco più o meno preciso, ma lo spazio narrativo è occupato massicciamente dal singolo e dal luogo determinato.

Malia d’Italia. Voland, 2020.

Ivan Sergeevič Ogarëv nasce nell’Unione Sovietica della stagnazione brežneviana e cresce in quel proiettile a caduta libera che nel 1991 lascerà stordita una nazione, forse il mondo intero. Cresce in un ambiente familiare meschino, frutto di una relazione incomprensibile tra una madre brutta e irrimediabilmente sciatta e un padre bello, austero, terribilmente lontano. Praticamente ignorato da chicchessia, Ivan diventa un adulto che riesce in tutto quello che fa, senza troppa difficoltà, probabilmente proprio per quella sua emotività ristretta, già vizza in giovane età.

Diventa uno sportivo di razza, frequenta i corsi di medicina con grande successo, si arruola per un periodo che conferma il suo sangue freddo, l’infallibilità di un individuo cresciuto senza amore. Dopo la laurea inizia l’attività privata con ottimi risultati; professione: pediatra. Eppure, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, il mestiere del medico è tutt’altro che semplice o gradevole, soprattutto quando sei un bravo medico: i pazienti e i loro parenti si riversano in ambulatorio, innumerevoli, irragionevoli, insopportabili.

Poi, ad un tratto, in quello studio che già odia da tempo, si siede Malja. Giovane, molto più giovane di lui, eternamente gaia e confusionaria, un po’ stramba per certi versi. Per quel soffio di vita e di amore, finalmente, decide di dimenticare tutto il resto, di lasciarsi andare a cose per lui impensabili fino a qualche tempo prima. Come prendersi un intero mese di ferie, abbandonando la clinica con tutti i suoi maledetti pazienti, per andare in Italia, più precisamente in Toscana, con Malja.

Marina Stepnova
L’autrice

Come ho già detto, Stepnova è una narratrice di luoghi, oltre che di persone, e le sbrigative descrizioni di Mosca – spesso più urbanistiche che paesaggistiche – lasciano il passo man mano alle tenere rappresentazioni delle vedute toscane. Le stesse sinuose colline e i borghi indefinitamente antichi che tanto affascinano anche l’autrice, che qualche anno fa ha comprato una casa in Maremma, dove passa le estati con il marito.

Nel romanzo l’ambientazione italiana assume un’importanza sempre maggiore, fino ad arrivare al paradosso di non capire più quanto siano i luoghi a delineare la fabula o se ci troviamo di fronte a sviluppi inevitabili, che si inseriscono casualmente in quello specifico luogo. Meraviglioso è lo sguardo attraverso il quale vediamo la nostra Italia, quello dello straniero che coglie dettagli dolci, a noi familiari, a tratti un po’ ingenuo nella sua esperienza di turista.

I posti nei quali si svolge la seconda metà del romanzo si animano fino a diventare quasi personaggio, hanno un importante ruolo nella vicenda di Ogarëv e Malja, attraverso i cui occhi noi li conosciamo. Questi luoghi si raccontano tramite le parole dei personaggi, e allo stesso tempo sembrano ribadire la loro esistenza a prescindere da questi ultimi.

Pitigliano
Pitigliano, la probabilissima ispirazione per il paese sulla collina di tufo descritto nel romanzo.

Il talento di Marina Stepnova è agile, facilmente tangibile; ha preso molto, moltissimo, dalla grande letteratura russa precedente, e in questo romanzo è decisamente evidente. L’autrice gioca continuamente con i suoi riferimenti letterari, citando apertamente a volte, nascondendo rimandi in altre occasioni. In tutto ciò, viene in nostro soccorso la figura del traduttore, che ci fornisce una breve ma esaustiva sezione di note di chiusura.

Credo che il rapporto tra Piazzetta e Stepnova sia un esempio dei più riusciti tra traduttore e autore: il primo è stato graziato da uno stile elegante che lo contraddistingue e che si adatta con perfezione commovente alla prosa della seconda. Quando si legge Stepnova tradotta da Piazzetta si ha la sensazione di avere sotto gli occhi la trasposizione giusta, perché la resa in italiano è di una fluidità non sempre scontata, e l’impressione che se ne ricava è quella di star leggendo l’originale, miracolosamente nella nostra lingua.

Chi avesse letto già il primo romanzo edito in Italia ritroverà in questo l’autentico stile di Marina Stepnova, con la sua attenzione ai nomi di persona (declinati in tutte le possibili varianti che la lingua russa permette), la presenza significativa della cucina come elemento di unione di persone e fatti, l’intreccio non sempre lineare che in alcuni punti si allontana e in altri torna a ricongiungersi, sostenuto dallo stile spezzato di certi paragrafi che emerge di tanto in tanto, apparentemente sconclusionato e illogico, e che torna ad acquietarsi quasi subito per lasciare spazio alla prosa ordinata.

Baklava
Il baklava, un dolce di origine mediorientale, è un elemento ricorrente nel romanzo.

Gli avvenimenti, che presi come fatti non brillano per eccezionalità, sono resi vividi e toccanti; chissà quanti Ivan Sergeevič Ogarëv esisteranno al mondo, quante Malja o Anna Nikolaevna. Però ognuno di loro, da eroe di carta qual è, diventa vivo, reale, i loro pensieri e le loro vite costellate di minuzie piccole, talvolta ridicole, diventano le nostre vite e per questo noi ci riconosciamo in loro. L’attenzione al singolo in un tempo individualista come il nostro serve a distrarci dalle nostre manie di unicità.

Tutti questi aspetti costituiscono l’usus scribendi di una scrittrice che stiamo imparando a conoscere anche nel nostro Paese, una sorta di canone stepnoviano in grado di raccogliere il favore del grande pubblico italiano, familiarizzandolo con una letteratura russa contemporanea ancora troppo inaccessibile.

[…] nel vagone ansavano, gemevano nel sonno, puzzavano di calzini e di cibo schifoso e mal digerito le persone più felici al mondo, i sovietici, una grande comunità, un grande popolo, e chi ravvisa in queste parole la benché minima ironia o ha dimenticato tutto o, ancora peggio, è nato dopo il 1985.

Giulia Cori

Nella mia migliore tradizione, ci è voluta una laurea in letteratura inglese per farmi apprezzare quella russa. Considero la letteratura russa e il suo modo di vedere il mondo semplicemente incantevoli.