Bellezza omicida: belletto e crinolina, alleati mortali delle donne

Bellezza omicida: belletto e crinolina, alleati mortali delle donne

Dietro la sfarzosa moda dei secoli passati si nascondono non pochi terribili segreti. La biacca causava alle donne le cosiddette “coliche di piombo”, gli sgargianti abiti provocavano “avvelenamenti da colore”, nelle eleganti acconciature erano nascosti topi e le gonne sontuose si incendiavano ed impigliavano tra le ruote delle carrozze. Raccontiamo dunque a quali sacrifici si sottoponevano le modaiole per bellezza.

Pelle: cianuro di potassio al posto delle lentiggini e bianco di piombo

          

Già sotto il regno di Ivan il Terribile, a corte vi erano le “belil’nye rjady”, dov’era possibile vendere prodotti d’oltremare per uniformare il colore della pelle. Particolarmente apprezzati erano i “bianchi veneziani”, ad alto contenuto di piombo. Questi conferivano alla pelle un pallore aristocratico, ma d’altra parte causavano terribili avvelenamenti, le cosiddette “coliche di piombo”. Oltre al bianco, le giovani donne di città applicavano sul loro volto un belletto costituito da cinabro e da una soluzione tossica, ovvero cloruro di mercurio, per ammorbidire la pelle.

…Nelle città arrossiscono e s’imbiancano tutti, e per di più così grossolanamente e marcatamente, che sembra che qualcuno abbia gettato una manciata di farina sul loro viso e abbia dipinto le guance di rosso con un pennello. Anneriscono anche e talvolta colorano di bruno ciglia e sopracciglia. […] Poiché il candeggio e il rossore si verificano apertamente, lo sposo è solito alla vigilia del matrimonio, tra gli altri doni, inviare alla sua sposa una scatola di belletto…

Adam Olearij. “Opisanie putešestvija v Moskoviju”, 1647

Le dame tingevano le loro sopracciglia con l’antimonio. Seguendo l’esempio dato dalle nobildonne italiane, iniettavano spesso nei loro occhi del succo velenoso di belladonna: le pupille si dilatavano, lasciando spazio ad una ragguardevole lucentezza. Tuttavia, a questa pratica sono corrisposti effetti collaterali come cecità ed allucinazioni. Anche le donne nei villaggi si tingevano, ma si servivano di mezzi improvvisati: farina, polvere di gesso, bacche tritate, barbabietole e fuliggine.

La depilazione riguardava soprattutto viso e mani. Dapprima, con mollica di pane e resina, poi dal XVIII secolo si iniziò ad utilizzare la calce viva. Nel libro “Damskij tualet” del 1791, l’autore riporta la ricetta del composto di calce, zolfo, salnitro e liscivia, a cui bisognava aggiungere “olio di essenza di lavanda o qualsiasi altra essenza profumata”. O ancora, due secoli dopo, in alcune regioni si usava rimuovere persino i capelli per mezzo dei raggi X.

Nel XIX secolo, iniziarono ad andare di moda le vene blu sul viso pallido e plumbeo. Queste venivano dipinte con inchiostri a base di anilina, principale causa della diffusa anemia. Le lentiggini, al contrario, si era soliti rimuoverle con cianuro di potassio, nitrato di potassio o cloruro di mercurio.

Questo rimedio, essendo molto forte e in grado di avere un impatto sul benessere complessivo dell’organismo, dovrebbe essere usato solo nei casi più ostinati. Sciogliere nella quantità desiderata di alcool venti grammi di cloruro di mercurio e quindi versare questa soluzione in un bicchiere d’acqua. Applicare piccoli impacchi inumiditi di questa soluzione su lentiggini e macchie epatiche, tenendo conto di non superare i cinque minuti.

“Damskij sbornik”, 1882

Capelli: acconciature su telai e lavaggi con ammoniaca

           

All’epoca di Pietro I la moda russa conobbe le parrucche, che venivano indossate tanto da donne quanto da uomini. Esse erano realizzate non solo con capelli naturali, ma anche con peli di animali, erbe marine, fibre di mais. Dal 1730, divenne trendy cospargere la propria parrucca con pigmenti bianchi in polvere per porcellana. Proprio per questo gli acconciatori erano chiamati “merlan”, “merluzzo”, letteralmente “pesce infarinato”. In queste messe in piega si annidavano pulci, tarme e persino roditori.

Dal 1760, le acconciature artistiche e voluminose, che costituivano ormai un’alternativa alla parrucca, divennero popolari. Le strutture erano costruite con l’aiuto di telai di ferro o barre di legno, falsi crini di cavallo, piume e fiori. A volte le acconciature non venivano smontate per diverse settimane e infatti, per garantire la conservazione delle pettinature, le dame dormivano su speciali cilindri. Si pensi che a causa delle stesse le signore faticavano a salire sulle carrozze e si impigliavano nei rami degli alberi con i loro capelli.

La moglie di Pjotr Andrejč era una soave creatura… benché mettersi la cipria, secondo le sue parole, per lei fosse la morte. “Ti mettono” ella raccontava nella vecchiaia “un berretto di feltro in capo, i capelli li pettinano tutti all’insù, li ungono di grasso, li cospargon di farina, ficcano dentro forcine di ferro – poi non si può lavarsi via tutto; e andare a far visite senza la cipria non si può, se no si offendono; è un tormento!

Ivan Turgenev, “Dvorjanskoe Gnezdo” (“Il nido dei nobili”)

All’inizio del XIX secolo l’assurdo sfarzo fu abbandonato, ma a prendere il posto delle acconciature furono i gioielli per i capelli. Ghirlande di fiori sintetici mantenevano la forma delle pettinature grazie alle impurità del mercurio che lentamente avvelenavano le fashioniste.

Anna non era vestita di lilla, come assolutamente lo voleva Kitty, ma d’un abito di velluto nero tagliato basso… Sul capo, nei capelli neri, suoi senza mescolanza, aveva una piccola ghirlanda di miosotidi e una eguale sul nastro nero della cintura fra le trine bianche.

Lev Tolstoj, “Anna Karenina”

L’igiene del cuoio capelluto e dei capelli era problematica. Le sontuose acconciature venivano pulite con un panno inumidito, ma raramente si lavavano i capelli. Quando lo si faceva si ricorreva all’ammoniaca, sostanza che bruciava la pelle. Spesso, in inverno, si applicava sulla chioma una soluzione alcolica a base di uova o miele. Per debellare i pidocchi si usava pettinare i capelli o ricorrere ad essenze di lardo di manzo o maiale, ad unguenti di erba velenosa o aceto. Lo shampoo, come lo conosciamo noi, apparve solo all’inizio del XX secolo: nel 1903 quello in polvere, nel 1927 quello liquido.

Vestiario: “febbre da mussola” e abiti di seconda mano


          

All’inizio del XVIII secolo, la moda femminile si arricchì di abiti con lo strascico. La loro lunghezza era indicatore di nobiltà e stato sociale. Tuttavia, “spazzando” deliziosamente le strade, le donne accumulavano polvere e sporcizia sotto la propria gonna. In loro soccorso il “paggio”, una speciale cerniera che tratteneva il tessuto trascinato.

Se ne va per il viale, e di dietro lascia andare uno strascico di oltre un metro e spazza la polvere; come si fa a camminarle dietro? O corri per oltrepassarla, o salti da parte; se no, ti caccia nel naso e in bocca cinque libbre di sabbia.

Fëdor Dostoevskij, “Podrostok” (“L’Adolescente”)

Gli abiti da cerimonia non venivano lavati per anni. Le macchie di grasso si rimuovevano con sostanze chimiche tossiche e, nel caso in cui questa soluzione non funzionasse, erano semplicemente coperte con un altro ritaglio di tessuto. Spesso le zie ricche lasciavano i propri vestiti in eredità, così gli abiti di seconda mano, colmi di pidocchi nelle pieghe e nelle cuciture, passavano ad una nuova giovane padrona.

Ma il vestito non si brucia, e non si consuma per conto suo: la vecchietta è parsimoniosa, e anche la mantella è destinata a giacere a lungo in forma scucita, e poi a passare per testamento alla nipote della bisnipote, insieme a vario altro ciarpame.

Nikolaj Gogol’, “Mertvye duši” (“Anime Morte”)

Alla fine del XVIII secolo, dalla Francia napoleonica arrivò la moda degli abiti di mussola. La mussola è un tessuto di tela a trama molto sottile, dal nome della città irachena di Mossul. Dalle sue varietà sono stati realizzati ariosi abiti con scollature profonde in stile impero, che venivano indossati senza biancheria e spesso cosparsi di acqua per permetter loro di adattarsi perfettamente al corpo. Le fashioniste si vestivano di questi abiti “nudi” tanto in estate quanto in inverno, ammalandosi gravemente, procurandosi le cosiddette “febbri da mussola”.

Una delle prime vittime di tale consuetudine è stata Ekaterina Tjufjakina, moglie del principe Pëtr Tjufjakin, direttore generale dei Teatri Imperiali. Morì nel 1802 a causa di una polmonite, impedendo all’artista Élisabeth Vigée Le Brun di terminare il suo ritratto. Un anno dopo si spense di tubercolosi, a soli 24 anni, Marja Lopukhina, l’enigmatica damigella del dipinto di Vladimir Borovikovskij. Al quadro è legata persino una leggenda: la giovane donna che guarderà il dipinto, anche solo per una volta, incontrerà una morte sicura e imminente. Ad ogni modo, questo è per dimostrare in termini elementari quanto le ragazze si ostinavano a seguire ciecamente la moda.  

Negli abiti si annidava però un altro pericolo: i colori scintillanti. Nel 1778, lo speziale svedese Carl Wilhelm Scheele ideò un nuovo colorante verde. Nel 1814, i chimici perfezionarono la sua composizione: lavorando su una base di doppio sale con acido acetico ed acido arsenico di rame riuscirono a ricavare una tonalità smeraldo, che passò alla storia della moda come “verde parigino” nonché come causa scatenante di mal di testa, intossicazioni, ulcere sulla pelle.

A metà degli anni 50 dell’800, i coloranti all’anilina entrarono nei circuiti della produzione di massa. L’impiego di materiali economici ma tossici permise di ottenere colori saturi, tra cui il magenta, il corallo, il viola, il blu elettrico, il rosso scarlatto, il rosso carminio e così via. Le fashioniste indossavano sgargianti abiti, scialli, guanti e cappelli e col tempo erano soggette ad avvelenamenti “da colore”. L’uso eccessivo di nitrobenzene rendeva la pelle grigio cenere e le labbra livide.

Silhouette formosa: corsetti attillati, crinolina e “gonne zoppe”

          

Il vitino di vespa era lo standard di bellezza femminile del XVIII secolo. Fin dalla tenera età, le ragazze lavoravano sodo per averlo: con l’aiuto di corsetti di ossa di balena, di stecche di metallo o in vimini. Tali strutture erano la causa scatenante di svenimenti e crisi respiratorie, deformavano la gabbia toracica e comprimevano gli organi interni di chi le indossava.

Lizaveta Nikolavna ordinò alla cameriera di toglierle calze e scarpe e di slacciarle il corsetto, e lei, sedendosi sul letto, gettò con disattenzione il copricapo sul lavabo, lasciando la chioma fluire sulle spalle; – ma non continuo la descrizione: nessuno è interessato ad ammirare il fascino avvizzito, la gamba scarna, il collo venoso e le spalle asciutte, segnate da solchi rossastri provocati dallo stretto abito. Chiunque, probabilmente, ne ha viste abbastanza.

Mikhail Lermontov, “Knjaginja Ligovskaja” (“La principessa Ligovskaja”)

Sono state le femministe europee, nella seconda metà del XIX secolo, ad intraprendere la lotta per la liberazione dalla “schiavitù dei corsetti”. Dall’inizio del primo decennio del ‘900, nell’Impero Russo, le donne iniziarono ad indossare dei “portabusti”.

Le strutture realizzate con ossa di balena, in vimini o con sottili stecche di metallo per creare gonne sontuose e lussureggianti furono importate in Russia attorno al 1710 dalla Germania. I “fischbein” tedeschi entrarono a far parte del vocabolario russo come “fižmy” (sottogonna o crinolina). Tali “canestri” erano attaccati alla vita e sostituivano il cumulo di gonne inamidate sottostanti. Nonostante ciò, questi sottogonna avevano un peso notevole e ferivano le gambe se una delle stecche fuoriusciva dalla struttura.

Il decennio 1850-60 vide la modaiola “crinolina” all’apice del successo: altro non si trattava che di ampie gonne adagiate su anelli circolari. Meno pesanti, davano libertà alle gambe, tenevano gli uomini a distanza, nascondevano le imperfezioni della silhouette e talvolta la gravidanza. Ma queste “gabbie d’acciaio” a volte raggiungevano un diametro di quasi due metri e non sempre rendevano possibile passare attraverso le porte o sedersi in carrozza.

…Una passeggiata nel giardino d’estate mi ha decisamente convinto dell’inaudita sgraziataggine delle crinoline. Oh, mio Dio! a cosa può portare la moda! Queste gonne auto-fluttuanti, gonfie come palle, sono belle e comode? …supplico signore e signorine di altre città: non invaghitevi della raccapricciante moda della crinolina, bensì ripudiatela solennemente.

Rivista “Sovremennik”, n° 6, 1857

Era difficile dominare l’orlo, drappeggiato con metri di tessuto. Poteva finire sotto le ruote della carrozza o prendere fuoco. A tal proposito nacque persino un’espressione, “incendio da crinolina”. I tessuti più infiammabili erano quelli realizzati con tecnica di tessitura a gas come abiti in cristallo, marabù (tessuto di seta greggia simile alla mussolina), tessuti Chambery, Barège (simil taffetà), velo e anche le più economiche riproduzioni della seta, a base di cellulosa.

La tournure, inventata da Charles Worth, segnò il tramonto della crinolina. Servendosi di cuscinetti o di panneggi sovrapposti sul retro della gonna, creò una protuberanza al di sopra della parte posteriore del corpo femminile. La tournure, però, portava le dame a serrare le ginocchia il che, assieme al corsetto e alle calzature con tacco particolarmente elevato, provocava incurvamenti della postura: la cosiddetta “inclinazione greca”. Per le ragazze, sedersi era possibile solo lateralmente e, quando camminavano, “sventolavano” lo strascico così tanto da produrre un fruscio tale che nella vita quotidiana si iniziò a riferirsi alla tournure con l’espressione “fru-frù”.

La moda è generalmente capricciosa e bizzarra. Non saremmo sorpresi se le dame iniziassero ad indossare code di cavallo su cappelli o fanali al posto di spille. Non ci sorprenderemmo nemmeno delle tournures, a cui, “per sicurezza”, mariti ed amanti incateneranno cani. E tali saranno le tournures. Pochi giorni fa, le ha offerte un tale orologiaio a qualche dama di società.

Anton Čechov, “Oskolki moskovskoj žizni”, 1884

Ideate da Paul Poiret, le “gonne zoppe” costituirono una novità nella moda del primo decennio del ‘900. La gonna si stringeva alle ginocchia e ancor di più alle caviglie, obbligando le ragazze a “zoppicare”: si muovevano a piccoli passi, a malapena salivano sui marciapiedi e cadevano di tanto in tanto. Le femministe paragonavano le “gonne zoppe” alle catene dei prigionieri o ai cavalli claudicanti.

Accessori: cappelli al mercurio, spille affilate e lunghi foulard

          

Nella seconda metà del XIX secolo, l’ultima novità in ambito modaiolo riguardava i cappelli con uccelli imbalsamati. Per la loro imbalsamazione, i cappellai-tassidermisti utilizzavano l’arsenico. E la base stessa, se di feltro rigido di lana di pecora o di coniglio di scadente qualità, veniva trattata con mercurio per ottenere un materiale maggiormente morbido e duttile. A causa di queste pratiche soffrivano sia le fashioniste che i cappellai stessi: le sostanze chimiche causavano tremori, irritabilità e allergie.

Strambi cappelli esistono in questo mondo! Vedi, un cappello vale l’altro, ma guardalo… una vera tragedia: nei campi scavati, contraendo convulsivamente le zampe, spalancando impotente il becco, muore un uccello bianco o giallo e proprio accanto, “splendente di bellezza sfacciata”, fiorisce un bouquet di garofani.

Nadežda Teffi, “V Magazinach”

All’inizio del XX secolo, a San Pietroburgo, le donne raccoglievano i loro lunghi capelli in acconciature voluminose e poi li appuntavano con forcine da 30 cm. In una folla angusta, le loro estremità appuntite potevano graffiare i volti ed accecare i vicini. Per questo, le autorità emisero persino una disposizione amministrativa, ovvero l’ordine di vendere tali oggetti solo con dei copriestremità.

Un altro accessorio pericoloso erano le sciarpe lunghe e strette. I “boa” di piuma o pelliccia, dal francese “serpente strangolatore”, entrarono nella moda nazionale negli anni 20 dell’800. Nella vita di tutti i giorni erano chiamati “code”. Solo le donne sposate li indossavano, mentre le giovani avevano diritto ai “rat”, i cosiddetti “collari” di cigno o volpe.

Dopo il 1914, si iniziò a confezionare sciarpe e nastri con tessuti leggeri o lana. Fu proprio questo accessorio di seta a causare la morte dell’amante di Esenin, la ballerina Isadora Duncan. Il 14 settembre 1927, a Nizza, ella si sedette a bordo dell’auto sportiva ribassata “Amilcar” e avvolse teatralmente la sciarpa intorno al collo. Quando la macchina si mise in marcia, l’estremità rimasta libera finì tra i raggi delle ruote e strangolò la sua padrona.

 

Fonte: kultura.ru – di Tat’jana Grigor’eva, traduzione di Silvia Masi

Silvia Masi

Romana, classe ’96, laureata in Lingue Moderne per la Comunicazione Internazionale presso l’Università degli Studi Roma Tre. Sono una linguista e traduttrice specializzata in Francese e Russo, follemente innamorata delle diversità. Ho vissuto a San Pietroburgo per 3 mesi ed ho scoperto la bellezza di un ambiente multiculturale ed infinitamente dinamico, respirando a pieni polmoni le tradizioni ed immergendomi in toto nella straordinaria complessità della lingua, a stretto contatto con la riservatezza e l’estrema generosità del popolo russo. Nel tempo libero leggo, analizzo, traduco, sogno.