Puškin, Gogol’, Dostoevskij, che cosa unisce questi tre famosissimi scrittori russi?

Per tutti coloro che hanno avuto la possibilità di leggere almeno uno dei libri scritti da questi scrittori, la risposta è immediata: La follia. Non si tratta però di una follia generica, senza uno scopo, si tratta invece di una follia portatrice di un messaggio per molti non facile da accettare.

La cultura e soprattutto la letteratura russa sono profondamente intrecciate al difficile tema della follia; non a caso nella lingua russa sono numerosi i racconti, le favole e le opere che trattano di questo tema.

Ma perché questo grande numero di personaggi “folli” è riscontrabile proprio nella letteratura russa di fine Ottocento? Per poter rispondere a questo interrogativo è necessario analizzare la vita di alcuni dei massimi esponenti di quella che potremmo definire “corrente letteraria della follia”, come ad esempio Aleksandr Sergeevič Puškin, Nikolaj Vasil’evič Gogol’ e Fёdor Michajlovič Dostoevskij, tre “anime russe” che attraverso le voci dei loro personaggi hanno parlato di follia in un modo che ancora oggi fa discutere psicologi e studiosi. 

Quello che lega a doppio filo questi scrittori alla follia è proprio la loro diretta esperienza non solo con questo  disagio mentale, ma anche con la solitudine, con cui questi autori hanno dovuto fare i conti durante gran parte della  loro vita.

Basti pensare a Puskin, relegato ad Odessa dallo Zar Alessandro per la sua vicinanza ad alcuni gruppi rivoluzionari. Furono anni di solitudine che lo portarono a riflettere sulla lacerazione dell’anima e sulla follia, temi che si possono trovare nelle sue opere “ Il  demone”, “Il cavaliere di bronzo” e “La dama di picche”.

O ancora a Gogol’, tormentato e schiacciato dal suo complesso di inferiorità, dalla vergogna e dalla psicosi bipolare, che lo porteranno poi alla morte a seguito di un lungo digiuno.

Ed infine, a Dostoevskij, costretto sin dalla giovane età a convivere con l’epilessia, alla quale lui stesso attribuiva un ruolo importante nella sua arte, unita ad una forte mania di persecuzione, che lo influenzarono   nella creazione del protagonista de “Il sosia” e poi, successivamente, di quelli di “Delitto e castigo” e de “L’idiota”.

Dalle menti di questi scrittori nascono dunque diversi personaggi che possono essere definiti come l’uno l’evoluzione dell’altro, essi sono degli irreversibili sognatori, che finiscono per perdere tutto pur di inseguire le proprie fantasie e le proprie pulsioni; ma nel momento in cui questo castello di sabbia si distrugge davanti ai loro occhi, allora la mente si lascia andare alla follia, in un ultimo spasmodico tentativo di dare un senso alla propria vita. 

Prima di tutti troviamo l’Hermann de “La Dama di picche” di Puškin, il “precursore” dei suoi compagni di sventura nati successivamente, il giovane studente che impazzisce dopo aver perso tutta la sua fortuna per uno scherzo del destino,  a seguire l’Evgenij de “Il cavaliere di bronzo”, impazzito in seguito  alla  perdita della donna amata. A questi due personaggi sembra ispirarsi Gogol’ nella creazione del povero e ingenuo consigliere titolare Popriščin de “Il diario di un folle”, per poi arrivare alla caratterizzazione del pittore Čartkov accecato dal desiderio di raggiungere la fama nel racconto “Il ritratto”.  Dostoevskij  rielabora questo concetto di follia con il protagonista della celebre opera “Il sosia”, il signor Goljadkin, ; da cui partirà per arrivare poi a creare il Principe Miškin e il giovane Raskol’nikov. Questi sono solo alcuni della infinita schiera di personaggi dall’animo inquieto e, in alcuni casi, quasi ingenuo, che si lasciano andare alla follia di fronte a questo mondo spietato, fatto di regole e divieti che tarpano loro le ali.

Leggendo le opere sopracitate si può notare una costante per quanto riguarda il finale della maggior parte di esse: il protagonista, ormai ridotto allo stremo, viene inesorabilmente trascinato verso la follia e dunque verso il manicomio o la prigione, solo pochi fortunati di loro riescono poi a uscirne e a riprendere la loro vita. Il manicomio per questi autori rappresenta, probabilmente, un luogo simbolo, dove coloro che hanno scelto di non omologarsi e ribellarsi alla società sono destinati a scomparire per non turbarne l’apparente tranquillità.

Cosa si nasconde però dietro queste storie di follia? Con tutta probabilità un messaggio, un grido di aiuto. Quando il controllo e la censura (forte in quel periodo sotto i vari Zar, e che continuerà poi anche nel periodo successivo sotto il regime comunista) si fanno più intensi costringono questi scrittori ad avvicinarsi alla follia nella loro arte per poterla usare come unico mezzo al fine di  potersi esprimere liberamente e senza timore attraverso la voce di personaggi che ormai non hanno più nulla da perdere, che non temono di essere allontanati dalla società perché ormai essa stessa li ha cacciati e relegati all’ultimo gradino della scala, abbandonandoli a loro stessi.

Il folle si ribella ormai senza paura a tutte quelle regole insensate, che chi cerca disperatamente di far parte della società segue senza questionarne la reale utilità. I protagonisti di queste opere cercano in tale modo di rimanere sé stessi, di resistere nonostante i duri colpi subìti, ma finiscono inesorabilmente per rimanere schiacciati da questa immensa ruota che gira senza badare ai più deboli e indifesi.

Il mondo russo è da sempre terreno di dure lotte interne, con le sue contraddizioni, le sue rigide suddivisioni tra classi sociali e la sua apparente immobilità, causata dalla profondità delle sue radici strettamente radicate nella sua tradizione. Queste numerose fratture interne del tessuto sociale della Russia, unite a secoli di rigido controllo statale e alla onnipresente censura, hanno ovviamente portato alla necessità di una sorta di “fuga” dalla vita quotidiana, un espediente per potersi “liberare” dalla rigidità e inamovibilità della vita sociale. 

Questo desiderio, percepito da molti, trova ovviamente sbocco, come detto precedentemente, nella letteratura, dove, grazie a sottili allusioni, accenni e critiche velate si va a togliere quella patina dorata sotto la quale si celava il reale volto della società e della cultura russa.

E chi meglio dei poveri e dei derelitti, ridotti alla follia o alla demenza, emarginati dalla società, con le loro tristi storie e con alle spalle un numero infinito di angherie subite, poteva diventare il portavoce di un movimento tanto importante quanto contrastato, perché ritenuto una scomoda verità.

Silvia Marsili

Nata a Lucca nel 1997, si è laureata in Scienze della mediazione linguistica a Firenze nel 2019 ed è attualmente iscritta al corso di laurea magistrale in Lingue straniere per la comunicazione internazionale a Torino. Si è avvicinata alla lingua russa cinque anni fa, quando quasi per caso ha letto “Le notti bianche” di Dostoevskij, da quel momento si è appassionata alla cultura e alla letteratura russa tanto da decidere di iniziare a studiarne la lingua.

Questo editoriale nasce dalla collaborazione tra RIT e l’
Associazione Culturale italo-russa E’ ORA di Torino