Pagine di Russia: destinazione Leninburgo

Si è conclusa recentemente la settima edizione del festival letterario Pagine di Russia che, come ogni anno nel mese di novembre, anima la città di Bari, vera e propria capitale della cultura russa nel sud Italia. Organizzato da Stilo Editrice, che al festival ha dedicato appositamente una collana editoriale, Pagine di Russia si avvale della collaborazione della cattedra di slavistica dell’Università di Bari, sotto la direzione artistica dei proff. Simone Guagnelli e Marco Caratozzolo.

 

In un’edizione interamente dedicata alla Venezia del Nord e ai suoi svariati miti, la città di Pietroburgo qui è presentata nell’originale variante di Leninburgo, sintetizzando l’ambivalente storia della città, imperiale e sovietica. “Scintille da una finestra” è il titolo affidato, richiamandosi alla definizione con cui la città veniva indicata, “una finestra sull’Europa”, o meglio, come direbbe altrimenti Brodskij, “una porta spalancata”. In appena trecento anni di storia San Pietroburgo ha dato il la a un nuovo capitolo della letteratura russa, inaugurato dall’opera il cui titolo riecheggia quello della statua più famosa della città, il Cavaliere di bronzo, per sfociare in seguito nella prosa lirica del premio Nobel Brodskij, la cui opera è costantemente permeata dall’ombra pietroburghese.

Negli anni che intercorrono tra Puškin e Brodskij, Pietroburgo ha continuato ad essere teatro tanto di sconvolgimenti politici, quanto di ambientazioni letterarie: la prima giornata del festival è stata infatti dedicata alla figura di Vladimir Ul’janov, minuziosamente descritta nella recente autobiografia “dal volto umano” tracciata da Guido Carpi (Università di Napoli), per l’occasione affiancato da Massimo Maurizio (Università di Torino). Il saggio Lenin. La formazione di un rivoluzionario (1870 -1904) è suddiviso in due volumi e punta a dare nuova linfa al leader della rivoluzione, soffermandosi proprio sulla sua eduzione e formazione, senza tralasciare né l’ambiente circostante, né la componente psicologica.

Dalla Pietroburgo rivoluzionaria di Lenin, si è passati a quella in rivolta di Andrej Belyj, rappresentate del movimento simbolista russo e che alla città dedicò il romanzo omonimo del 1913, Pietroburgo. A presentare la genesi e la storia di uno dei testi più oscuri della letteratura novecentesca russa è stata Giuseppina Giuliano (Università di Salerno), specialista del secolo d’argento: la città, nell’universo simbolista di Belyj, traspare attraverso una musicalità della narrazione e grottesche geometrie che riprendono ed esasperano la razionalità tipica della città, il suo tratto distintivo.

 

“Il Nevskij prospekt è rettilineo (parlando fra noi), perché è una prospettiva europea; ogni prospettiva europea non è semplicemente una prospettiva, ma (come ho detto) un prospettiva europea, perché.. sì.. Perciò, il Nevskij prospekt è rettilineo” (Pietroburgo, Prologo).

 

E se vi capita di trovare una curva a Piter, come affettuosamente ancora oggi la città viene definita, bisogna ricordare che “non è per un preciso intento, ma solo perché Pietro era un disegnatore disordinato al quale il dito sfuggiva qualche volta oltre l’orlo del regolo e la matita seguiva questo lapsus.” (Brodskij, Fuga da Bisanzio).

Tra i mille destini poetici che si sono intrecciati con la storia di San Pietroburgo, non poteva di certo mancare la voce di Osip Mandel’štàm, esponente del movimento acmeista (movimento a cui parteciparono i poeti N. Gumilev, A. Achmatova, S. Gorodeckij) e dall’esistenza fortemente travagliata, che verrà definitivamente troncata nel 1938 in un campo di lavoro forzato a Vladivostok. Sebbene Mandel’štàm nacque alla periferia dell’impero russo, a Varsavia, il luogo della sua formazione e della propria dimensione esistenziale rimarrà sempre San Pietroburgo, città “conosciuta fino alle lacrime” (1), a cui si rivolgerà ora con l’appellativo ufficiale di Pietroburgo, ora con quello più intimo ed ellenico di Pietropoli (2), che adombra in sé quella “nostalgia per la cultura mondiale”, come il poeta descrisse una volta l’acmeismo, e come emerge chiaramente nella sua produzione poetica. Non a caso, Mandel’stam intraprenderà vari viaggi, alcuni dei quali lo condurranno fino al Caucaso, in particolare in Armenia. A questo suo viaggio e, più in generale, alla figura del poeta il pittore Giuseppe Caccavale ha dedicato parte della sua produzione artistica, “disegnando” i versi del poeta e “traducendo” in immagini la musicalità del verso russo.

Tradizione vuole che il festival si chiuda con un evento performativo: se negli anni precedenti si è tenuta la lettura di poesia russa in traduzione dialettale, dedicata alla memoria di Claudia Menga (2018), con la partecipazione del poeta lettone Semen Chanin, o lo spettacolo teatrale 17андо (2017), un omaggio alla rivoluzione russa in musica, versi e parole dei protagonisti letterari, quest’anno, in virtù della modalità telematica con cui si è svolto il festival, Simone Guagnelli ha deciso di concludere l’edizione presentando un proprio film, frutto della clausura della quarantena: DPS – Dad Poetry Society. 

Nato originariamente per la realizzazione di un altro progetto, l’idea si è poi sviluppata nella rappresentazione di un docente universitario che si ritrova catapultato nella surreale condizione di isolamento imposta dalla quarantena; una lettera ritrovata di un suo studente, però, gli fa riscoprire “nostalgicamente il senso di responsabilità e, dunque, di colpa che il ruolo che ricopre impone. Il viaggio, compiuto in uno stadio di quasi delirio onirico ed etilico, in compagnia – pur a distanza – di colleghi e studenti, condurrà prima a un incontro con il sé adolescente e poi all’annunciata alba delle università parzialmente riaperte, con il previsto passaggio dalla DaD (didattica a distanza) alla cosiddetta didattica ibrida.” Il film vede la partecipazione di studenti e professori, del personale dell’università di Bari e amici. È possibile attualmente reperirlo su youtube.

In seguito alla proiezione del film, la serata si è prolungata in un colorato e divertente simposio di alcuni degli slavisti che hanno preso parte alle precedenti edizioni di Pagine di Russia (Andrea Gullotta, Massimo Tria, Claudia Olivieri, Alessandro Cifariello, Bianca Sulpasso, Giulia Marcucci, Laura Piccolo, оltre agli organizzatori e i succitati Guido Carpi, Massimo Maurizio e Giuseppina Giuliano), condividendo i propri ricordi e le proprie esperienze legate sia a San Pietroburgo, sia alla Russia più in generale.

Per chi ha avuto la fortuna di vivere le precedenti edizioni in presenza, ha ben presente l’entusiasmo con cui gli studenti partecipino al festival, di come ne siano coinvolti e dell’atmosfera amichevole e stimolante che dopo ogni incontro si crea. Anche quest’anno, nonostante la modalità “a distanza” il pubblico pare non essersi demoralizzato, facendo sì che il festival registrasse un certo numero di utenti durante le dirette.

È bene dunque cercare di cogliere quello che di positivo c’è in queste momentanee frontiere che si è costretti ad adottare, ossia la possibilità di rivedere e recuperare gli incontri persi, di poter coinvolgere virtualmente molte più persone… cercando di mettere da parte l’amara consapevolezza che la realtà celata dietro a uno schermo sia di gran lunga superiore a quella virtuale. Proprio in quella realtà auspichiamo che le prossime edizioni di Pagine di Russia avranno luogo.

 

(1) Dalla poesia Ja vernul’sja v moj gorod, znakomyj do slёz / Sono tornato nella città, che conosco fino alle lacrime

(2) Vd. V Petropole prozračnom my umrёm / Nella diafana Petropoli moriremo

 

Anna Mangiullo

Originaria della Terra d'Otranto, ho poi intrapreso gli studi di Lingua e Letteratura Straniera presso l'Università di Torino, dove tutt'ora frequento la magistrale in Lingue e Letterature Comparate. Tra lo studio delle "cose russe" ci sono finita tramite la musica: galeotto fu Rachmaninov!, e da allora la Russia non mi avrebbe più abbandonata...