La Via Lattea nell’oscurità: Aleksej Ivanov, paesaggista cosmico

La Via Lattea nell’oscurità: Aleksej Ivanov, paesaggista cosmico

Leggere le prime storie di fantascienza del grande scrittore Akesej Ivanov, scritte a Sverdlosk a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, è tanto eccitante quanto guardare i cortometraggi di diploma e di corso dei registi più famosi: si può accidentalmente vederli muovere i primi passi, come da una finestra privilegiata. La critica Lidia Maslova ci presenta oggi proprio una di queste storie.

Caccia all’Orsa Maggiore: racconti

Mosca: Casa editrice AST: a cura di Elena Shubina, 2020 – 526 p.

Nonostante la crudezza di alcune delle scene di guerra intergalattica, la space opera di Ivanov può tranquillamente definirsi adatta al “ragazzino tipo,” come si diceva nell’epoca sovietica. Tanto più che il ragazzino tipo di oggi, esperto com’è, sul grande schermo ha già visto scene ben più crude di qualche guerra stellare. Nei più grandi la raccolta provocherà invece una piacevole sensazione di nostalgia: si pensi infatti che molti studenti delle scuole superiori della generazione di Ivanov, svegli, e annoiati dalle lezioni dell’addestramento militare di base, cercassero di scrivere racconti di fantascienza ispirandosi a Il Pianeta Smistatore.

Lo scrittore Aleksej Ivanov. Foto: IZVESTIJA/Zurab Džavahadze

È questo il titolo del primo racconto, nel quale gli alieni assumono il controllo dei corpi degli abitanti del villaggio Sortirovka (Smistamento) vicino ad una stazione remota, evento seguito dall’ultima e decisiva battaglia tra i servizi speciali del despotismo spaziale e i dissidenti-ribelli. (Il lettore, nella quale memoria ancora è fresco il recente Pusheblok, della stessa penna, trarrà immediatamente un’analogia con un campo di pionieri, dove si sta svolgendo una battaglia con i vampiri che hanno assunto il controllo dei pionieri stessi.)

Ci si presenta così una comica simbiosi tra la vita di villaggio e la vita in orbita (lo stregone locale, che è in realtà una spia galattica, distilla il samogon da un disco volante), così come citazioni abilmente inserite nei dialoghi, ad esempio, dagli Strugatsky (“Durante la missione, ti verranno fornite armi per accrescere la tua autorità. Ma in nessun caso ti sarà concesso di usarle!”). È anche interessante notare come Il Pianeta Smistatore non solo sia stato scritto in prima persona (per bocca del giovane Vovtjaj), ma contenga anche le riflessioni di uno scrittore alle prime armi sui meccanismi della creazione letteraria. È questa la conclusione con cui Ivanov chiude ogni capitolo, imitando la goffa scrittura piena di errori tipica dei bambini:

“P.S. Caro lettore! Immediatamente voglio davvero negoziare i termini del nostro dialogo repricioco. Una produzione artistica è più diversa da una non artistica in quanto contiene dei sottintesi, perché nella produzione non artistica non c’è ne sono. Anche io o dei sottinseti, ma non non ovunque. Dove c’è ne sono, li segnalerò con segni di spunta o croci. Oppure invece no, magari alla fine lo spiegherò più meglio io stesso. Dopo tutto, potrebbero fra intendere e non stampare, o potrebbero farmi a me la multa o addirittura mettermi in un’ospedale psichiatrico, anche se non ce ne motivo. E io sono ancora giovane.”

C’è indubbiamente un importante sottinteso pedagogico, del quale Vovtjaj ci avverte nella seconda nonché principale e forse, più terribile storia della raccolta: Caccia all’Orsa Maggiore (è questa la prima pubblicazione di Ivanov, uscita nel 1990 sulla rivista Ural’skij Sledopyt). L’Orsa Maggiore è il nome di una nave pirata su cui tre filibustieri galattici incontrano tre adolescenti annoiati e dispettosi in un lungo viaggio nello spazio.

Immagine dell’Orsa Maggiore dal set di mappe delle costellazioni Specchio di Urania, 1824. Foto: Global Look Press/Mary Evans Picture Library

Alla fine, i giovani terrestri dalle famiglie di intellettuali si dimostrano infinitamente più crudeli e assetati di sangue degli infelici cattivi: un clone muto e un vecchio robot, sotto la guida di un uomo dal destino più interessante, “un ex terrestre, ora cosmopolita,” un romantico e un artista. Critico d’arte per formazione, Ivanov succede a pieni voti nella rappresentazione della scena completamente straziante di un incendio appiccato dagli stupidi adolescenti all’Orsa Maggiore, durante il quale bruciano tutti i dipinti del pirata. Le tele, bruciando, evocano la compassione del lettore quasi più delle persone che, nella loro frivolezza infantile, non sanno distinguere tra il bene e il male.

La terza storia della raccolta, Le Navi e la Galassia, è la più imponente, con una lunghezza di quasi 300 pagine. Per i nostri giorni, tira quasi verso il romanzo, ed è scritto sulla falsariga di un’epopea cosmica, che ti guida per ogni angolo dell’Universo, alla scoperta di creature intergalattiche d’ogni tipo. Nella cosmogonia di Ivanov, le astronavi non sono solo un mezzo di trasporto o un simbolo di libertà (“Chi, col ritmo delle sue linee, con la rapidità dei suoi movimenti, ci mostra l’immagine della bellezza perfetta?”), ma la grande civiltà primitiva che ha fondato la Via Lattea, rovinata dalla sua stessa perfezione:

“…costruirono la galassia più perfetta della creazione. Le diedero un nome tenero e misterioso: la Via Lattea, e lei nuotò nell’oscurità trasparente come una barca, come un diadema incastonato di diamanti, rotolò lungo la strada dell’Universo scintillante nell’oscurità, come una ruota di cristallo, volò nelle anime di tutti coloro colpiti a mezzanotte dalla sventura per averla vista nel firmamento come un sogno irrealizzabile e dolorosamente bello, che ti attira verso sé e allo stesso tempo ti rifugge.”

Via Lattea è uno dei pochi nomi reali che si possono incontrare nel libro, farcito con una varietà di onomastica fantastica (tutti i titoli dei capitoli sono costituiti da nomi propri, inclusi nomi di luoghi come Pсera, Džizirak o Pskemt) e da paesaggi di brillantezza psichedelica. Ivanov è, per così dire, un paesaggista nato: ce ne dà un’idea la straordinaria meraviglia di questa storia, dove la natura che crea è, pur essendo fittizia, più reale che mai (cosa che poi gli tornerà utile nei romanzi Il cuore di Parma e Il geografo si è bevuto il globo).

Copertina del libro Caccia all’Orsa Maggiore. Foto: AST

Artista generoso, Ivanov spreme senza indugio mezzo tubetto di colore sulla tavolozza e dipinge a grandi pennellate, regalandoci un posto in prima fila affacciati all’oblò dell’astronave. O forse, seduti su una poltroncina del cinema, nel quale danno un esclusivo cartone animato d’oltreoceano dalla grafica pazzesca:

“Davanti, lungo il corso dell’Ul’tara, aleggiava nel vuoto un conglomerato gigante, delle dimensioni di un piccolo pianeta, un groviglio di piante di qualche tipo, i cui rami, sottili e flessibili, si torcevano e si attorcigliavano. Le foglie turchesi, lunghe e strette, svolazzavano. Le enormi campanule, di colore rosa, scarlatto e cremisi, erano avvolte da soffici nuvole luccicanti di polline. Una fiamma purpurea ardeva nelle profondità delle infiorescenze. I frutti blu, perlati, come lanterne, pendevano dalle profondità di questo cespuglio, illuminando tutt’intorno di una radiosità straordinariamente pulita e delicata.”

Al lettore no-nonsense, abituato a prestare scarsa attenzione alle descrizioni paesaggistiche, sembrerà probabilmente che Le Navi e la Galassia sia infarcito di queste immagini più del dovuto. È il genere di persona che legge queste parti in maniera sbrigativa, per arrivare subito all’azione. Ma la linea di fondo è questa: c’è la materia animata, ma non ce n’è molta, e i mostri distruttivi, che non conoscono la pietà, sono senza dubbio frutto della materia inanimata. È questa la filosofia alla base di Le Navi e la Galassia, in un modo o nell’altro filo conduttore anche di tutti i libri che poi scriverà Aleksej Ivanov.

 

Fonte: iz.ru, 25/10/2020 – di Lidia Maslova, Traduzione di Elena Vaccaro

Elena Vaccaro

Laureata in Mediazione Linguistica. Il russo è stato una forza che ho sentito tirarmi molti anni fa, ma che ho ignorato: pensavo che l’attrattiva sarebbe presto scomparsa. Dopo nove anni, immensi giri, e la certezza che il desiderio di studiare russo mi avrebbe perseguitata per sempre, ho finalmente ceduto e mi sono trasferita in Russia. Ora che l'ho lasciata, la nostalgia si fa sentire. Tradurre per RIT è per me un modo per colmare la distanza che mi separa da questo Paese così affascinante e così mal rappresentato.