Opinione: il tempo di Mosca nel Caucaso meridionale è scaduto. Ora tocca ad Ankara

Opinione: il tempo di Mosca nel Caucaso meridionale è scaduto. Ora tocca ad Ankara.

La Turchia ha vinto la guerra nel Karabakh, ma il Cremlino finge che la posizione della Russia nello spazio post-sovietico sia ancora solida. Konstantin Eggert non la pensa così.

Chi ha vinto la guerra nel Karabakh?

È tanto tempo che Vladimir Putin non concede interviste come [quella concessa il 17 novembre, nella quale ha risposto alle domande dei media sulla situazione nel Nagorno-Karabakh]. Dove sono finite la pressione, l’abile manipolazione dei fatti, il ben conosciuto «Provalo!» e, naturalmente, «Guardate cosa sta facendo l’America!»

Il nuovo Putin è cauto

Negli ultimi 20 anni, raramente abbiamo visto un Putin così misurato, riflessivo e cauto. Il motivo che ha portato a questa conversazione piuttosto lunga è stata la situazione intorno al Nagorno-Karabakh, dove la Russia ha schierato il proprio contingente militare, che si definisce “pacifico”, e la Turchia il proprio esercito, la cosiddetta “missione di osservazione”.

La Mosca ufficiale continua a ripetere, così come Putin, che i Turchi non si impegneranno nel mantenimento della pace. Ma, checché se ne dica, i militari di uno dei Paesi della NATO al momento svolgono ufficialmente funzioni politico-militari su un territorio dell’ex Unione Sovietica, e persino in una regione strategicamente sensibile per la Russia. Questo è ciò da cui il regime di Putin, con la sua concezione neo-imperiale di una “zona di interessi privilegiati” nello spazio post-sovietico, ha sempre messo in guardia, e di cui aveva tanta paura.

L’intervista di Putin non è che un tentativo di far buon viso a cattivo gioco. Un atteggiamento che serve sia come rassicurazione sul fatto che nulla è cambiato nelle relazioni con l’Armenia, che come affermazione che sono stati lui e lui e Redžep Tajip Erdogan a lasciarsi alle spalle l’antagonismo storico tra Russia e Turchia, come fecero a loro tempo Adenauer e De Gaulle per il bene di tedeschi e francesi nonché, e questo è piuttosto interessante, il rimpianto mal celato che l’Armenia non si è comportata con il Nagorno-Karabakh come la Russia ha fatto con l’Abkhazia, l’Ossezia meridionale e la Crimea.

I grandi progetti di Erdogan

Il fine ultimo dei giochi del Cremlino con Erdogan, ormai in atto da molti anni, è quello di indebolire il fianco meridionale della NATO e di dividere l’alleanza. Il presidente turco questo lo sa bene, e lo sfrutta a proprio vantaggio. La “svolta” nel Caucaso e la sua effettiva partecipazione alla guerra con il principale alleato regionale della Russia sono il prezzo da pagare per aver inscenato una partnership con Mosca, una serie di eventi che porterà conseguenze di vasta portata e spiacevoli per Putin.

La Turchia continuerà a rafforzare la sua influenza nel Caucaso e oltre. La missione di Ankara è di diventare la potenza dominante nella regione del Mar Nero. In questo, sarà supportata dalla nuova amministrazione americana, che si ripropone di ripristinare l’unità della NATO e che, presumibilmente, aderirà alla politica perseguita da Barack Obama, volta a far rimanere i turchi nell’alleanza ad ogni costo.

Secondo le informazioni dei miei contatti a Tbilisi, la gente è rimasta molto colpita dalla sconfitta dell’Armenia, percepita un po’ come la sconfitta di Putin. Le relazioni tra Georgia e Turchia sono sempre state buone, e adesso diventeranno ancora migliori perché nel Caucaso la gente rispetta le persone forti e di successo.

Mi azzarderei ad affermare che, dopo l’uscita dalla scena politica di Angela Merkel, che ha sempre lottato per “non fare arrabbiare” Mosca, la NATO è perfettamente in grado di offrire alla Georgia un Piano d’azione per l’adesione, in altre parole, un piano preparatorio per l’adesione all’alleanza. Soprattutto visto che dopo l’annessione della Crimea da parte della Russia, le intenzioni del Mar Nero a Bruxelles iniziano a essere considerate fondamentali. Molto dipende da quanto l’amministrazione Biden sia pronta a compiere un passo del genere.

Dopo Trump, Francia e Germania faranno l’impossibile per ristabilire le relazioni con Washington, e la loro grande chance in questo senso potrebbe essere proprio quella di concedere alla Georgia ciò che era stato a lungo promesso al vertice della NATO a Bucarest nel 2008.

Il tempo di Mosca è finito

A dir la verità, diversi anni fa Tbilisi aveva notificato alla NATO che nell’accordo di adesione, la Georgia è pronta a stipulare espressamente che la zona di responsabilità dell’alleanza non si estenderà al territorio dell’Abkhazia e dell’Ossezia meridionale. Se così fosse, come reagirà il Cremlino? Nel 2008, almeno in teoria, sarebbe stato possibile lanciare i carri armati su Tbilisi. Oggi, difficilmente. Non solo a causa delle sanzioni imminenti, ma anche perché adesso non ci resta che trattare con un nuovo e forte attore geopolitico: la Turchia.

Riesce Putin a capire che il tempo in cui Mosca dominava lo spazio post-sovietico è irrimediabilmente finito? Paradossalmente, forse sì. «L’Azerbaigian è uno stato sovrano indipendente e ha il diritto di scegliere i suoi alleati come meglio crede. Chi glielo può impedire?» dichiara nell’intervista. Questa è una citazione presa quasi parola per parola dai documenti fondanti della NATO. Come capo del “Paese dei segnali”, Putin stesso non può non cogliere il segnale che manda con queste parole, e non solo per l’Azerbaigian. Se la Georgia dovesse avvicinarsi all’adesione all’alleanza, Redžep Erdogan dovrà ringraziare per questo.

Fonte: DW, 18/11/2020 – di Kostantin Eggert, tradotto da Elena Vaccaro

Elena Vaccaro

Laureata in Mediazione Linguistica. Il russo è stato una forza che ho sentito tirarmi molti anni fa, ma che ho ignorato: pensavo che l’attrattiva sarebbe presto scomparsa. Dopo nove anni, immensi giri, e la certezza che il desiderio di studiare russo mi avrebbe perseguitata per sempre, ho finalmente ceduto e mi sono trasferita in Russia. Ora che l'ho lasciata, la nostalgia si fa sentire. Tradurre per RIT è per me un modo per colmare la distanza che mi separa da questo Paese così affascinante e così mal rappresentato.