Storia di una fotografia: le donne di Minsk che stanno per essere arrestate dalle forze dell’ordine

Il fotografo Evgenij Erčak racconta come è stata scattata questa foto impressionante.

 

L’8 settembre a Minsk si è tenuto l’ennesimo corteo di solidarietà per le persone arrestate durante le manifestazioni. Vi si sono recate soprattutto donne, alcune delle quali con bambini. Sebbene le forze dell’ordine bielorusse siano solite arrestare soltanto gli uomini, questa volta le cose sono andate diversamente. Nei social e nei mass media è ampiamente circolata una fotografia scattata dal fotografo di Minsk Evgenij Erčak: delle donne, bloccate, strette l’una sottobraccio all’altra, fissano un rappresentante delle forza dell’ordine in uniforme, senza numero identificativo. «Meduza» ha chiesto a Evgenij Erčak di raccontare in quali circostanze ha scattato quella fotografia e cosa ne è stato delle sue protagoniste.

 

Evgenij Erčak, fotografo

L’8 settembre a Minsk si è tenuto un corteo a supporto di tutte le persone arrestate durante le manifestazioni di protesta e, soprattutto, di Marija Kolesnikova. Il tentativo di trasferire quest’ultima in Ucraina non è andato a buon fine: secondo il Centro di Coordinamento, questo sarebbe avvenuto perché Kolesnikova avrebbe strappato il proprio passaporto.

La gente si era inizialmente radunata nella piazza adiacente al mercato Komarovskij, nel luogo dove il 12 agosto si era tenuta la prima manifestazione delle donne. Un poliziotto col megafono si aggirava per la piazza dicendo che il raduno era illegale e violava la legge: «Disperdetevi, altrimenti contro di voi potrà essere utilizzata la forza e potrete essere arrestati». All’inizio hanno arrestato circa 10 persone. Dopo le persone si sono spostate al centro della città, verso il Prospekt Nezavisimosti. Camminavano lungo delle strade strette, quindi la colonna di circa un migliaio di persone si era dilatata in una catena sottile, lunga circa mezzo chilometro. A un certo punto sono arrivati degli autobus delle forze dell’ordine, senza targa, e sono cominciati gli arresti. Qualcuno ha provato a scappare, gli altri si sono divisi in gruppi compatti davanti alla recinzione dell’ex fabbrica “Gorizont”. Io ho fotografato uno di questi gruppi.

La maggior parte degli arresti è avvenuta al centro della colonna, lì c’erano militari dappertutto. O meglio, non so chi fossero: persone in divisa militare, con i passamontagna in testa e senza numero identificativo. Forse dei membri della polizia, forse di altre forze dell’ordine. È una novità degli ultimi giorni, prima non c’erano queste persone in giro. Alcuni sono riusciti a scappare, gli altri si sono divisi in gruppi compatti di persone, attaccate le une alle altre a formare una catena. Erano soprattutto donne ma c’erano anche alcuni uomini. Di fronte a loro c’erano degli individui in passamontagna che stavano lì ad aspettare ordini su come procedere.

Poi alcuni individui in uniforme militare hanno cominciato a spingere la gente verso il muro, anche se a dire il vero non la spingevano, ma cercavano di strappare le persone dalle catene.

Io ho fotografato quella scena e ho continuato a camminare. Cosa è successo concretamente a quelle persone non lo so: qualcuno è stato arrestato, qualcun altro è andato via. Ma sicuramente non hanno arrestato tutti: i fermati erano circa un centinaio, ma alla manifestazione c’era molta più gente. Di scene così ne ho viste ovunque, è una scena esemplificativa della giornata di ieri. Arrestano qualcuno, lo portano all’autobus, le donne accorrono, cercano di respingerli, mostrano le icone, urlano «Che fate, dovreste vergognarvi!»

Le donne hanno cominciato ad arrestarle negli ultimi due giorni. Prima prendevano praticamente solo uomini, le donne per farsi arrestare dovevano proprio andarsela a cercare: mi sembra di capire che ci fosse l’ordine di non toccarle. Ma già da una settimana e mezzo si nota un’escalation dell’uso della forza. Ieri hanno arrestato chiunque, perché era una marcia di donne, e di uomini ce n’erano pochi.

Io sono un giornalista, quindi mi astengo dai giudizi personali, questo è compito dei politologi o dei manifestanti. Che siano le mie fotografie a parlare per me. Ogni volta che esco per fare delle fotografie c’è la possibilità che il mio accredito di giornalista non valga e che mi arrestino. Come è successo ai miei colleghi, che la settimana scorsa sono stati tenuti in stato di fermo, prima in caserma, poi in isolamento. In seguito sono stati riconosciuti colpevoli di “partecipazione a manifestazioni illegali” e condannati a tre giorni di reclusione, che avevano già scontato in caserma e all’Okrestina. Io sono consapevole della possibilità che mi capiti qualcosa del genere, o qualcosa di peggio. Spero di riuscire ad evitarlo.

 

Fonte: Meduza, 09/09/2020,   Autrice: Aleksandra Sivcova,  Traduttrice: Benedetta Lazzaro

Benedetta Lazzaro

Inizialmente sembrava trattarsi di un’infatuazione adolescenziale per Dostoevskij (ci siamo passati tutti), poi con lo studio della letteratura russa è cominciato il vero amore. Nutro anche un profondo interesse per la storia e la cultura sovietica in tutte le sue manifestazioni. Siciliana di nascita ma siberiana per vocazione, mi sono laureata in Slavistica alla Ca’ Foscari di Venezia nel 2019