La staticità sovietica vista da Vladimir Sorokin

La coda è un romanzo dello scrittore russo Vladimir Sorokin, pubblicato per la prima volta nel 1985.
Nelle lunghe attese in fila che hanno caratterizzato il periodo sovietico, si profila un piccolo mondo fatto di parole, persone e atti, un mondo sospeso che trova in qualche modo delle sue “dinamiche statiche”.

Di code nella filogenesi del popolo russo se ne sono susseguite molte: le code durante l’assedio di Leningrado, le code sovietiche per il pane, i libri, l’entrata ai musei, al Mausoleo di Lenin a Mosca. Ognuna ha lasciato un segno nella memoria storica; la più significativa non è però una coda specifica, bensì la coda come entità astratta, come idea, come stile di vita che ben esemplifica l’intraducibile avos’, tipico della russicità. Di conseguenza, l’astrattezza che la coda rappresenta a livello ontologico nella vita quotidiana del russo medio, assume fattezze fisiche e ieratiche nella pratica.

La coda (Očered’, 1985) è il primo romanzo di Vladimir Sorokin, nonché l’opera che gli porta la fama in Occidente. Il romanzo è
“un’enciclopedia del parlato quotidiano sovietico, estremizzato, indicizzato e in qualche modo sublimato dalla forzata contiguità
dell’organismo pulsante della fila” [2]. Scritto durante la perestrojka, circola negli ambienti dell’underground degli anni Ottanta, per poi essere pubblicato nel 1985 da Andrej Sinjavskij a Parigi, per la rivista “Sintaksis”.

La coda di Sorokin è un animale a sé stante a cui si potrebbe quasi dare un nome per la sua concretezza. Secondo le parole dell’autore stesso, ne La coda quello che gli interessa è il processo della nascita di un mostro linguistico. Questa immagine tangibile si costruisce nel lettore – forse più passivamente di quanto ci si potrebbe aspettare da un testo così privo di qualsiasi intervento autoriale – non tramite una descrizione diretta ma attraverso dei piccoli bocconi, quasi a far meglio digerire e quindi metabolizzare il ritratto.

Ad avvalorare l’impressione di avere davanti un essere, l’animale-coda si muove all’unisono, parla, dorme, mangia, beve, si lamenta. Come un animale ha un istinto di auto-conservazione, e guarda con sospetto gli intrusi, coloro che non appartengono al branco e vengono a minacciare il pasto del giorno. Poiché concreto, l’animale-coda occupa uno spazio ed un tempo, entrambi non pienamente definiti.

Delle due coordinate, il tempo è meno ostentato, e forse per questo anche meno definito, più lasciato alla creazione dell’atmosfera giorno-notte da parte del lettore. Nella totalità, l’azione (o staticità) della coda ha luogo nell’arco di quasi tre giorni, ma il tempo – atmosferico e non – scorre in un modo tutto suo: ad inizio romanzo i clienti in coda accusano un caldo asfissiante; più avanti, inizieranno a lamentarsi della frescura, fino al temporale che sancisce la fine all’animale-coda.

Il susseguirsi delle ore del giorno non è certo, presumibilmente la fabula inizia nel primo pomeriggio per poi proseguire nel tardo pomeriggio del giorno successivo, passando per (e facendo passare ai personaggi della coda) la notte, all’aperto.

C’è la sensazione di una gabbia, ci sono frasi ed espressioni in tutto il testo che tornano ossessive e danno la sensazione di un tempo bloccato. Questa indefinitezza è tale anche in virtù del suo tratteggiare la condizione dell’attesa, così interminabilmente lunga, tanto che il tempo in cui si dispiega diventa teatro di qualsiasi cosa, come fosse il tempo di una vita intera, risultante dalla sommatoria delle azioni di tutti i personaggi: si mangia, poi si beve, si passeggia, si fa amicizia, ci si addormenta, ci si sveglia, si hanno rapporti sessuali. E cos’è poi la vita se non questo?

Vladimir Sorokin

Gli indizi testuali sulla lunghezza della coda sono anch’essi vaghi. Essa si snoda sinuosa, parte da uno spazio aperto e finisce in uno spazio più ristretto, come a volersi proteggere, adattandosi. Ciononostante, la variabile spaziale è senza dubbio più percettibile di quella temporale; si passa da inizio a fine romanzo, da uno spazio aperto ad uno sempre più chiuso, passando poi per vicoli e cortili.

È come se la coda fosse fluida, non solo grazie alle sue capacità di adattamento per soddisfare (sempre con successo) i propri bisogni fisiologici, ma anche perché liquida: si adatta ad ogni luogo e trova fessure attraverso le quali infiltrarsi, per poi essere rovesciata con fragore a terra, disperdendosi in tante piccole gocce qua e là, in ogni angolo ed ogni portico che dà sulla strada.

Mentre leggiamo, la linea si profila come un corpo che si muove, tanto quanto un corpo vero, per le strade della città. Questo corpo si profila anche sullo sfondo della pagina bianca: si può capire dalla misura della “stringa” se le “pulsazioni” dell’organismo-coda siano rilassate o concitate.

In maniera quindi letteralmente fisica abbiamo davanti, con i botta e risposta dei personaggi, una linea ad istogramma che ci fa percepire il suo inanellamento tanto sulla pagina, quanto sulla strada. Da questo indizio tangibile, stampato, dell’autore, l’affermazione che il lettore non crea il personaggio-coda, ma è l’autore che induce l’immagine della coda.

Il lettore di questo piccolo capolavoro dialogico ha un assaggio di quella che sarà l’imperante fisicità, materialità e dissacrazione dei successivi e chiacchieratissimi lavori di Vladimir Sorokin. Al tempo stesso, ha l’occasione di assaporare un testo quotidiano e dalla lingua ricchissima, con quell’atmosfera sovietica che non troveremo quasi più nei successivi lavori del nostro autore.

[2] Letteratura russa contemporanea: la scrittura come resistenza, M. Caramitti, Editori Laterza, 2010, pp. 121-122.

Articolo a cura di Giulia Gallo

Durante la stagnazione, le code più tranquille erano quelle per il Mausoleo, perché la gente sapeva che Lenin non sarebbe mai terminato.