Che cosa ho mai fatto io, vile?

Nel 2006, dopo l’omicidio di Anna Politkovskaja, abbiamo letto questo materiale tra i documenti del suo computer.

C’è un’antica parola russa, kovernyj, che deriva da kover [tappeto, N.d.T.]. Ha quasi lo stesso significato della parola “clown”, ma con una connotazione più specifica. Ecco che il kovernyj fa la sua comparsa nell’arena del circo – e giù tutti a ridere. Il suo compito era rallegrare il pubblico a ogni costo. Se il kovernyj non riusciva a far ridere i signori che erano venuti ad assistere alla rappresentazione, il pubblico lo fischiava e il padrone del circo lo buttava fuori all’istante.

Attualmente quasi l’intera generazione di giornalisti e di proprietari di mezzi d’informazione russi è composta da kovenye. Tutti insieme mettono in scena una farsa di pagliacci.

Il loro compito è divertire il pubblico e, se proprio bisogna scrivere di faccende serie, allora che si parli solo di quanto sia buona la “verticale di potere” in tutte le sue manifestazioni.

Ci tengo a ricordare che il presidente Putin per tutti gli ultimi cinque anni circa non ha fatto altro che costruire questa “verticale di potere”, basata sul fatto che tutti i funzionari, dal primo all’ultimo, e tutti i membri della gerarchia burocratica sono nominati o personalmente da lui o personalmente da persone nominate da lui.
La “verticale di potere” è quella condizione del sistema politico in cui dal terreno di governo vengono eliminati tutti coloro che sono in grado di pensare diversamente dal capo supremo. In Russia, con il supporto dell’amministrazione del presidente Putin (che di fatto è il principale elemento di gestione del Paese), questa condizione si chiama “I NOSTRI”.

“I nostri” solo quelli che stanno con noi. “I non nostri”, se non stanno con noi, allora sono i nemici.
La schiacciante maggioranza dei mass media delinea bene questo dualismo: come i “nostri” siano buoni, come siano detestabili i nemici. I nemici, solitamente, sono rappresentati come “venduti all’Occidente” – politici di stampo liberale, avvocati dei “cattivi” democratici (il modello del “buon” democratico è invece Putin).
I giornali e le televisioni riempiono le prime pagine e le prime righe di messaggi su come si sia appurato chi tra i “non nostri” abbia ricevuto a sua volta finanziamenti in Occidente, e quali.

I giornalisti e i mass media nel frattempo hanno iniziato ad amare con tutto il cuore questa loro farsa di kovernye. La lotta per il diritto di trasmettere informazioni imparziali e di servire queste informazioni – e non l’amministrazione del presidente – è una lotta che ormai appartiene al passato. È iniziata l’era di una stagnazione delle menti e della morale per la cerchia professionale a cui anche io appartengo.  

Occorre dire che i miei colleghi non si vergognano particolarmente di questa stagnazione che ha trasformato il giornalismo in propaganda a favore di chi detiene il potere. Ammettono apertamente di ricevere informazioni sui “non nostri” direttamente dai collaboratori dell’amministrazione Putin – informazioni che riguardano anche ciò che bisogna scrivere e ciò che bisogna tacere.

Che cosa succede a coloro che non vogliono prendere parte a questa farsa?

Sono dei reietti. Non è né uno scherzo né un’esagerazione. È il vuoto attorno. È quando i funzionari si allontanano da te se ti incontrano in pubblico, e se vogliono parlarti lo fanno in segreto.
Di nuovo, come ai tempi dell’Unione Sovietica (allora i rappresentanti dell’establishment davvero comunicavano in questo modo con la stampa estera), si sono sviluppate conversazioni all’aperto, nei cortili, al chiuso delle case, dove il giornalista e il funzionario arrivano da strade diverse. Come cercatori clandestini.

I giornalisti di una pubblicazione come la nostra si cerca di non invitarli a nessuna conferenza stampa e a nessun evento a cui si suppone parteciperanno esponenti del Cremlino. Evidentemente, perché questa gente che rappresenta gli organizzatori dell’evento non venga sospettata di provare simpatia per un genere di giornale come “Novaja Gazeta”.

Anna Stepanovna Politkovkaya. Traduzione articolo a cura di Olga Maerna

Forse dall’esterno può sembrare divertente, ma per noi è molto triste.

Il mio ultimo viaggio nel Caucaso del Nord – in Cecenia, Inguscezia e Daghestan – è stato ad agosto. Sapete in che modo ho intervistato un alto funzionario ceceno per chiedergli come stia andando l’amnistia per i combattenti tanto proclamata dal direttore dell’FSB?

Gli ho scritto su un foglietto di carta un indirizzo di Groznyj [la capitale della Cecenia, N.d.T.] – una casupola privata ridotta in macerie con una recinzione semidistrutta nella periferia della città – e sommessamente, come se stesse succedendo per caso, gliel’ho passato. Senza parole accessorie.
Su tutto (sul fatto che sarei venuta e gli avrei chiesto un’intervista) ci eravamo messi d’accordo già a Mosca.

Il giorno dopo lui ha mandato a questo indirizzo una persona che mi ha detto soltanto: “Mi hanno chiesto di riferirle che va tutto come deve andare”. Questo significava che il funzionario sarebbe venuto. Per la precisione, sarebbe venuto a piedi, con una borsa della spesa in mano, come se stesse andando a comprare il pane.

È andata così. Le informazioni che mi sono state riferite dal funzionario sono state preziose e sensazionali, hanno completamente infranto la versione ufficiale sull’amnistia. Le ho ricevute in una stanzetta di due metri per due, con una minuscola finestrella fermamente coperta da tende.
Si trattava di una vecchia legnaia: prima della guerra era servita a questo scopo ma, quando poi la casa dei proprietari era stata bombardata, la legnaia era stata convertita in cucina, camera da letto e bagno insieme.
I proprietari mi hanno ricevuto non senza timore; erano miei vecchi amici, del cui dolore – il sequestro del figlio – ho scritto negli scorsi anni.

Perché io e il funzionario ci siamo comportati così? Siamo forse pazzi?

Questo gioco ci dà un tocco di esoticità? Niente affatto. Che io o un altro giornalista di “Novaja Gazeta” riceviamo una tale raccolta di informazioni d’opposizione da un funzionario ufficiale – uno dei “nostri” – è una cosa che vale la morte di entrambe le parti.
Quello stesso alto funzionario mi ha portato in questa stanzetta-legnaia alcuni combattenti che avrebbero voluto deporre le armi di ribelli ma non volevano nemmeno prendere parte alla farsa ufficiale.
Questi combattenti mi hanno raccontato un sacco di dettagli interessanti sul perché nessuno voglia arrendersi alle autorità ufficiali: perché alle autorità interessano solo le proprie pubbliche relazioni, e non il destino della gente.

L’espressione “nessuno vuole arrendersi” provoca rigetto in coloro che conoscono queste persone. Ma come! Per settimane la televisione russa ha trasmesso le immagini di certe persone che spiegavano di avere “ricevuto l’amnistia”, “credendo in Razman” [Razman Kadyrov, attualmente a capo della repubblica della Cecenia, è stato in passato un membro del movimento per l’indipendenza della Cecenia, passando poi dalla parte delle forze federali, N.d.T.].

A queste adunate viene convocata una moltitudine di giornalisti “farseschi” (io non vengo MAI convocata): prendono nota accuratamente di tutto, riprendono, trasmettono alle proprie testate, e così nasce un’immagine completamente distorta della realtà. Un’immagine tuttavia apprezzata dallo sguardo di coloro che hanno “annunciato l’amnistia”.

Non riesco ad abituarmi a lavorare nel sottosuolo. Non sono riuscita farmi l’abitudine di vivere in questo modo. Per tutti gli anni della seconda guerra cecena, a partire dal 1999, è proprio così che bisognava lavorare nel Caucaso del Nord.

Inizialmente, nascondendosi dai funzionari federali ma pur sempre comunicando con loro segretamente nel “sottosuolo” attraverso persone fidate, in modo che altri non vedessero e non facessero delazioni ai generali di alto rango. Poi, quando in Cecenia vinse il piano putiniano della “cecenizzazione” (l’eliminazione dei ceceni “cattivi” per il Cremlino sfruttando quelli “buoni”, cioè leali al Cremlino), questo stesso tipo di lavoro si è diffuso anche nei contatti con i funzionari ceceni “buoni”.

Più o meno la stessa cosa accade anche a Mosca, in Cabardino-Balcaria e in Inguscezia – il virus ha contagiato molti.
La farsa tuttavia non dura a lungo e le autorità che sfruttano i servizi dei kovernye sono un fungo putrescente.

Le ripuliture del terreno dell’informazione che vengono condotte in Russia – questa enorme menzogna, messa in piedi dai burocrati a favore della “corretta immagine della Russia sotto Putin” – ai nostri occhi porta a tragedie con cui le autorità non possono confrontarsi e che sarebbero in grado di affondare qualsiasi portaerei, per quanto possa sembrare robusta dall’esterno.

Mi riferisco ai recenti avvenimenti a Kondopoga (piccola cittadina della Carelia, al nord della Russia, vicino al confine con la Finlandia): l’esplosione di pogrom anti-caucasici con esiti mortali; pogrom riscaldati dalla vodka.
I cortei di matrice nazionalista, i pestaggi “patriottici” – tutte queste sono conseguenze della menzogna delle autorità, della mancanza di un qualche dialogo vero tra esse e il popolo.
Dei loro occhi chiusi davanti al fatto che la maggior parte del popolo viva in terribile povertà; davanti al fatto che il tenore di vita in qualsiasi altro luogo che non sia la capitale sia diametralmente diverso da ciò che viene dichiarato; davanti al fatto che la corruzione ai tempi della “verticale di potere di Putin” raggiunga vette che persino prima sembravano incredibili; davanti al fatto che sia cresciuta una generazione di giovani resi molto cattivi dalla povertà e ignoranti dal cattivo sistema scolastico…

Trovo abominevole l’ideologia imperante che divide in “nostri” e “non nostri”, “propri” ed “estranei”.
Se un giornalista è “nostro” allora gli si danno riconoscimenti, omaggi, e magari lo si invita alla Duma. Lo si “invita” proprio, non lo si elegge. Da noi non ci sono elezioni per il parlamento nel comune senso della parola, con la loro lotta per i voti, con la presentazione di programmi e dibattiti. In Russia vengono convocati al Cremlino coloro che sulla carta sono “nostri” e “rendono onore”. Vengono inseriti nel partito Edinaja Rossija [Russia Unita, attualmente il partito di maggioranza, N.d.T.] con tutte le conseguenze che ne derivano.

Se un giornalista è “non nostro”, “estraneo”, allora è ancora garantito che sia un emarginato. A una tale emarginazione – come un delfino che viene rigettato sulla spiaggia – io non ho mai aspirato. Non sono affatto un combattente politico.

E allora che cos’è che ho mai fatto io, vile? Ho solo scritto ciò di cui sono stata testimone. E null’altro. Intenzionalmente non scrivo di tutti gli altri “onori” del cammino che mi sono scelta. Dell’avvelenamento. Delle detenzioni. Delle minacce ricevute via lettera e su internet. Delle promesse di uccidermi… Penso che siano tutte piccolezze.

La cosa importante è avere la possibilità di compiere l’azione fondamentale. Descrivere la vita, ricevere ogni giorno in redazione visitatori che non possono portare le proprie sofferenze da nessun’altra parte. Le autorità li hanno cacciati via, perché ciò che gli è successo non trova posto all’interno della concezione ideologica del Cremlino. Perché i racconti delle loro sciagure non possono apparire quasi da nessuna parte, ma compaiono regolarmente solo sul nostro giornale, chiamato “Novaja Gazeta”.

Questo materiale dal computer di Anna Politkovskaya è evidentemente destinato a una fruizione da parte di un pubblico straniero.

FONTE: Novaja Gazeta, 7 ottobre 2020 – di Anna Politkovskaja, Traduzione di Olga Maerna. 

Olga Maerna

Il fatto che mi sia stato messo un nome slavo senza che nessuno nella mia famiglia lo fosse è stato probabilmente un segno del destino. Mi sono laureata in Lingue e Letterature Straniere studiando tra Milano e Mosca. Ora sogno di riabbracciare presto una betulla siberiana e di aprire un giorno una mia casa editrice. Nel frattempo, recensisco libri e traduco.