Recensione de "Vita e destino" di Vassilij Grossman

Vita e destino è un romanzo di Vasilij Grossman sulle condizioni di vita nell’Unione Sovietica al tempo della Seconda Guerra Mondiale. Spesso accostato a Guerra e pace di Lev Tolstoj, in realtà Vita e destino è più propriamente un romanzo “di guerra”.

Vita e destino è uno di quei romanzi che, a prima vista, può scoraggiare: la mole, l’argomento trattato, la miriade di personaggi che ne popolano le pagine, il costante paragone con Guerra e Pace di Tolstoj. In realtà, Vita e destino si presta a una lettura meno impegnativa di quanto si possa pensare: il linguaggio utilizzato da Grossman è semplice e immediato, i dialoghi sono abbondanti e, in generale, la narrazione è molto fluida.

Vita e destino, dunque, è una lettura possibile, nonostante la grandezza e il tema trattato; anzi, è una lettura necessaria, proprio in ragione di tali suoi connotati. Con il pretesto di rappresentare le vite dei personaggi coinvolti nella guerra (militari, scienziati, membri del partito, deportati, semplici cittadini), Grossman ci parla dell’insensatezza del conflitto bellico ma, soprattutto, della follia del pensiero unico imposto dai regimi totalitari che, in quel momento, si stavano fronteggiando: da un lato il Reich
tedesco, dall’altro la Russia di Stalin.

Copertina di "Vita e destino"
Vita e destino, traduzione di Claudia Zonghetti. Adelphi, 2013.

Le vite dei protagonisti gravitano intorno all’evento bellico che fa da sfondo al romanzo: la battaglia di Stalingrado. La deflagrazione della guerra all’interno dei confini russi costringe la popolazione a rivedere le proprie vite; tutto ciò non solo a causa dell’invasione da parte dei tedeschi, ma anche del sempre più opprimente regime staliniano, il quale stravolge le esistenze sia dei militari chiamati al fronte che dei semplici cittadini, degli uomini di cultura e di scienza, delle donne e dei bambini, tutti sottoposti allo scrutinio e al vaglio di un apparato burocratico e politico che è alla costante e ossessiva ricerca di spie e
traditori.

Accanto alla guerra, la maggiore piaga che Grossman mette in risalto è il conformismo al pensiero unico: il partito non vuole comandare solo l’esercito, ma anche le menti, affinché tutto (perfino la scienza, che dovrebbe essere libera e oggettiva, obbediente solo alle regole della natura) possa piegarsi alla volontà dei vertici staliniani. Così scorrono le vite dei numerosi protagonisti, tra la paura dei tedeschi e dei delatori, i secondi non meno pericolosi dei primi. In questo senso, emblematica è la vita di Štrum, fisico e membro dell’Accademia delle Scienze, che rifiuta di sottomettere la scienza all’ideologia del partito, subendo così l’isolamento da parte dei suoi colleghi.

L’identificazione della volontà di una nazione intera con quella di un solo uomo emerge nitidamente nell’episodio in cui Stalin in persona telefona a Štrum; poche parole, un vago complimento sul lavoro svolto: tanto basta per far comprendere che la propria vita è stata graziata, come se l’apparecchio telefonico fosse stato l’aedo portavoce della volontà divina. Nel frattempo, i tedeschi cingono d’assedio Stalingrado e nei campi di concentramento portano a termine il loro progetto criminale di sterminio delle genti.

Grossman ci invita a riflettere sulle somiglianze tra regime nazista e regime comunista: l’uomo solo al potere; l’ideologia tradita per scopi egoistici e meschini; la persecuzione di intellettuali e scienziati. Leggendo le pagine del romanzo, dopo un po’ si realizza che l’oppressione che grava sui normali cittadini non è poi diversa da quella che incombe sui soldati al fronte: lo spettro del totalitarismo serpeggia ovunque, in quanto in ogni luogo è possibile incorrere nelle conseguenze nefaste in cui la libera manifestazione del proprio pensiero può far incorrere.

All’autore basta davvero poco per far comprendere in quali spire il popolo russo si trovi avvolto: una parola di troppo detta durante una cena tra amici può tramutarsi in una condanna a morte se qualcuno osasse fare la spia e riferire ai vertici politici un pensiero non benevolo sul partito o su Stalin; anche un ritratto dispettosamente colorato da un bambino può ingenerare il dubbio sulla fedeltà all’ideologia sovietica.

Le sorti descritte nel romanzo toccarono, almeno in parte, anche Grossman: Vita e destino subì la censura sovietica e le copie in possesso dell’autore vennero sequestrate. Solamente nel 1980 l’opera venne pubblicata per la prima volta, in Svizzera, quando oramai il suo autore era deceduto.

Vasilij Grossman
Vasilij Grossman con l'Armata Rossa a Schwerin, 1945.

In apertura ho citato Guerra e pace. In più occasioni Vita e destino è stato equiparato alla monumentale opera tolstojana, quasi come se ne fosse una versione aggiornata al Novecento. I punti di affinità non mancano: il numero elevatissimo di personaggi coinvolti; le dimensioni gargantuesche dell’opera; lo scenario bellico e la descrizione (talvolta molto particolareggiata) delle manovre militari.

In realtà, almeno a parere dello scrivente, la comparazione è ingiusta e gioca a sfavore dell’opera di Grossman. Vita e destino si focalizza sull’assurdità dei regimi totalitari, analizzandone i riverberi sulle vite delle persone. Il romanzo è però privo dell’elegia tolstojana e dell’afflato epico che connota Guerra e pace. In questo capolavoro Tolstoj riflette non solo sulla guerra, ma sulle esistenze dei personaggi, sui loro sentimenti, come l’amore e l’onore. In Tolstoj il conflitto bellico non è tutto, tant’è vero che le vite dei protagonisti vengono narrate anche in tempo di armonia e di pace (cioè, negli anni tra i due grandi conflitti affrontati nell’opera, Austerlitz e Borodino). La guerra c’è, ma non è tutto.

In Vita e destino, invece, la guerra e l’oppressione dei totalitarismi sono onnipresenti: non potremmo immaginare le vite dei protagonisti in un periodo storico diverso. Probabilmente, ciò è dovuto al fatto che il secondo conflitto mondiale, con tutte le sue tragiche conseguenze, rappresenta ancora una ferita aperta per tutti noi, mentre le campagne napoleoniche sono avvolte dal fascino e dal carisma del generale còrso.

Anche lo stile delle due opere è differente: Vita e destino predilige un linguaggio asciutto, una cronaca dei fatti dalla quale il lettore percepisce l’oppressione che ogni personaggio vive. Non a caso, Grossman era un giornalista e corrispondente della rivista dell’esercito sovietico.

Vita e destino, al di là del paragone con il titano Tolstoj, resta un’opera imprescindibile per quanti intendano approfondire il rapporto tra l’uomo e la guerra e, in particolare, le vicende storiche della Seconda guerra mondiale. Ma non solo. L’opera ha il grandissimo pregio di far comprendere, in modo semplice e incontrovertibile, che ogni forma di totalitarismo finisce per soffocare quanto di buono può esserci in ogni essere umano.

L’antisemitismo è lo specchio dei difetti del singolo, della società civile e del sistema statale. Dimmi di che cosa accusi gli ebrei, e ti dirò quali colpe hai.

Recensione a cura di Mariano Acquaviva.