12 parole per capire la cultura bielorussa

Che cos’è la cultura bielorussa? Rispondere a questa domanda è un po’ complicato. È un rimando al glorioso passato del Granducato di Lituania? Oppure è l’immaginario sovietico sul paese dei partigiani, delle cicogne e del lino? È una cultura di vita quotidiana, fatta di dibattiti sulla sguščënka e sui draniki? O è la cultura elevata di un’intelligencija attenta alla nazione e alla Dignità e Sincerità del popolo? Sono i meme e le citazioni che solo i bielorussi capiscono o gli stereotipi sulle patate, le strade pulite e Lukašenko? Esistono delle parole per rispondere una volta per tutte alla questione sulla cultura bielorussa? Valgono allo stesso modo per i russi come per i francesi? E in quale lingua dovrebbero essere? In russo, in bielorusso o forse in trasjanka? Sembra che la risposta giusta sia di tutto un po’.

Vicino alla chiesa cattolica. Dipinto di Ferdynand Ruszczyc. 1899 Museo nazionale di belle arti della Repubblica di Bielorussia
Vicino alla chiesa cattolica. Dipinto di Ferdynand Ruszczyc. 1899
Museo nazionale di belle arti della Repubblica di Bielorussia

1. Tutéjšy – Locale, del posto

La parola russa zdec’ (qui) in bielorusso è tut, quindi zdešnij (locale, di qui) si dice tutejšy. Le persone di umili condizioni, che vivevano in territorio bielorusso, fino all’epoca sovietica difficilmente riuscivano a definire la propria nazionalità. Nel 1903 l’etnografo Evfimij Karskij scrisse “Attualmente l’umile popolo bielorusso non conosce questa denominazione. Alla domanda “chi sei?” una persona di modeste condizioni risponde “sono russo”, se è cattolico si definisce cattolico o polacco, a volte chiama la propria patria Lituania oppure dice semplicemente di essere del posto, tutejšy appunto, contrapponendosi a una persona che parla la grande lingua russa[1], come un forestiero nelle regioni occidentali”.[2] Una delle più importanti poesie bielorusse Chto ty getki (Chi sei tu?) di Janka Kupala, scritta nel 1908 e divenuta poi una canzone di Ljapis Trubeckoj nel 2013, inizia proprio così:

      – Chi sei tu?
      – Sono del posto, sono di qui.[3]

Con la lingua fu un po’ la stessa storia: durante il censimento della popolazione dell’Impero Russo nel 1892, alla domanda “che lingua parlate?”, la gente, stringendosi nelle spalle, rispondeva: “Parliamo in modo semplice”.

Sicuramente l’identificazione di sé come “locale” e della lingua come “nostra” o “semplice” si è riscontrata e si riscontra nei popoli più diversi. Tuttavia, tra i bielorussi l’idea di “località” è diventata uno status symbol, passando per la criticata mentalità provinciale fino all’orgoglio nazional-popolare. Da più di un secolo è inoltre tema di dibattito: come è possibile che nel 1906 sia uscito un articolo intitolato Naša tutejšasć (La nostra provincialità) e nel 2010 uno dal titolo Belorusy: tutejšyja ili nacija? (I Bielorussi: provincia o nazione?).[4]

Nel 1922 lo stesso Janka Kupala scrisse la tragicommedia Tutejšyja (provincia, località). Al protagonista di quest’opera non importa se viva sotto il potere polacco, tedesco, zarista o sovietico, se sia o meno bielorusso, purché ci sia di che nutrirsi e vestirsi. Tra i personaggi ci sono due studiosi, uno dell’Est e l’altro dell’Ovest: il primo vuole dimostrare che la Bielorussia appartiene alla Russia, il secondo che appartiene alla Polonia. In questo caso, tutejšyja è l’assenza di principi, una tacita prontezza a sottomettersi a qualsiasi potere e a tradire gli ideali del popolo. Tra l’altro quest’opera fu vietata fino agli anni ’80.

Dopo 65 anni dall’inizio del cosiddetto Secondo Rinascimento Bielorusso, che replicò in molte cose i processi del Primo Rinascimento,[5] il concetto di tutejšyja ha cambiato connotazione ed è diventato quasi un sinonimo di identità bielorussa.

Tutejšyja è la comunità letteraria che nel 1986 aveva unito gli scrittori bielorussi, divenuti poi dei “classici moderni”. “Sono nato qui (Ja naradziŭsja tut) è un leggendario album corale di artisti bielorussi del 2000, definito dai critici un evento storico non solo per la cultura musicale bielorussa, ma per l’intero paese. TUT.by è il principale portale di notizie del paese. Tuteyšyja è anche il primo bar che ha cercato di “realizzare degli interni nazionali non fatti di paglia, ruote girevoli e brocche d’argilla, ma ispirati alla cultura urbana dei primi del ‘900”.

2. Spadar – Gospodin

Ritratto d’uomo. Dipinto di Kandrat Karsalin. 1840 ca. Museo nazionale di belle arti della Repubblica di Bielorussia
Ritratto d’uomo. Dipinto di Kandrat Karsalin. 1840 ca.
Museo nazionale di belle arti della Repubblica di Bielorussia

È una forma di saluto formale (al femminile è spadárynja, mentre il plurale collettivo è spadárstva). La stessa parola spadar è il risultato della graduale semplificazione della parola gaspadar (signore, padrone), come è successo per la parola russa sudar’ da gosudar’. I linguisti hanno opinioni differenti sulla storia di questa parola: le prime attestazioni scritte risalgono alla fine del Medioevo, si iniziò però ad usare come vera e propria forma di saluto molto probabilmente solo durante l’occupazione tedesca della Bielorussa, anche se pare non fosse ampiamente diffusa.

Con il tempo la macchia collaborazionista sulla reputazione di questa parola sparì e, con lo smantellamento dell’ideologia sovietica, gli spadary (signori) tornarono a far parte della lingua bielorussa prendendo il posto degli uscenti tavaryš (tovarišč in russo, compagno) e gramadzjanin (graždanin in russo, cittadino). Infatti, come era avvenuto per il russo, queste parole avevano lasciato un posto vacante.

A differenza della maggioranza degli appellativi nelle altre lingue europee, spadar può essere utilizzato con il cognome (spadar Jankoŭsk, “signor Jankoŭsk”), ma anche, se non addirittura più spesso, con il nome proprio (spadar Jagor, “signor Jagor”), e alla terza persona singolare anche con entrambi (spadarynja Nina Baginskaja, “signora Nina Baginskaja”).

3. Pamjarkоŭnasć – Arrendevolezza, moderatezza, condiscendenza, permessività, qualunquismo

In gattabuia. Dipinto di Nikodim Silivanovič. 1874 Collezione Art-Belarus di Belgazprombank
In gattabuia. Dipinto di Nikodim Silivanovič. 1874
Collezione Art-Belarus di Belgazprombank

Si tratta di una parola difficile da tradurre, il cui significato indica una delle principali caratteristiche dei bielorussi (o almeno così siamo abituati a credere). I dizionari propongono come traduzioni arrendevolezza, flessibilità, modestia, benevolenza, moderatezza, ma non si tratta solo di questo. Per significato sarebbero molto più vicine le traduzioni permessività, condiscendenza, docilità oppure le varianti più scurrili menefreghismocapacità di sbattersene, infischiarsene, fregarseneIl significato di pamjarkóŭnasć si può spiegare ancora meglio attraverso due barzellette:

1. Alcuni studiosi decidono di fare un esperimento. Mettono uno sgabello in una stanza buia. Dallo sgabello fuoriesce un chiodo. Si siede un russo, ma subito si alza, impreca e riduce lo sgabello in pezzi. Poi si siede un ucraino, ma subito si alza, toglie il chiodo e se lo mette in tasca esclamando: “A casa può servirne uno!”. Infine, si siede un bielorusso, pronuncia un “ahi!”, si dimena sullo sgabello, poi, pensandoci su, si domanda: “Forse è proprio così che deve essere?”.

2. Vengono impiccati un tedesco, un russo e un bielorusso. Il tedesco muore subito. Il russo si contorce tutto, ma poi anche lui muore. Il bielorusso, invece, rimane vivo a penzoloni. Allora gli domandano: “Ma come hai fatto a restare vivo?” e il bielorusso risponde: “All’inizio stavo soffocando, poi però mi sono abituato al dolore”.

Quando nel 2010 la giornalista Irina Černjavko bandì un concorso per la migliore idea come simbolo della Bielorussia per una calamita in argilla polimerica, draniki, cicogne, furgoni ecc. persero con un gran distacco contro la sedia con il chiodo.

I bielorussi amano ironizzare sulla loro pamjarkóŭnasć (imperturbabilità, permessività). Sulla pagina del gruppo Parcija pamjarkoŭnych centrystaŭ (Partito dei centristi tolleranti), che pubblica in lingua trasjanka (vd. Žestačajše), viene consegnato il premio per il “menefreghista dell’anno”. È una di quelle rare parole alate della lingua bielorussa e significa “fiacca generale”, “indifferenza verso la vita”. Presa in prestito da una pubblicità per supporto psicologico degli anni ’90, si inserisce bene nel contesto di imperturbabilità. Invece, in “Porri Gatter e le nove imprese di Sen Aesli”, parodia bielorussa di Harry Potter degli scrittori Andrej Žvalevskij e Igor’ Myt’ko, si incontra una “rara magia calmante straniera: la fiacchezza universale e l’indifferenza alla vita”.

Manifestazioni del concetto di pamjarkоŭnasć sono anche i principi secondo cui vivono i bielorussi: la cosa non mi riguarda, preferisco rimanere neutrale [6] e basta che non venga la guerra. L’ultimo è molto importante per i bielorussi, soprattutto della vecchia generazione, in quanto parte del concetto di stabilità. Non per niente il paese viene spesso ironicamente chiamato “L’isola della stabilità”, citando Lukašenko.

Durante le proteste dell’agosto 2020, sui social sono comparsi molti post di bielorussi sbalorditi del fatto che l’indifferenza (pamjarkоŭnasc’) sembrasse avere dei limiti.

4. Ščýry – Sincero, cordiale, diligente

Soldato con bambino. Dipinto di Nikodim Silivanovič. 1866  Museo nazionale di belle arti della Repubblica di Bielorussia
Soldato con bambino. Dipinto di Nikodim Silivanovič. 1866
Museo nazionale di belle arti della Repubblica di Bielorussia

Diversamente da pamjarkоŭnasć, che viene spesso intesa come una caratteristica negativa, ščyrasć è il più importante pregio dei bielorussi. In questa parola si nascondono tutta una serie di qualità positive. Ščyry significa “sincero”, “diretto” e “aperto”, ma anche “cordiale” e “ospitale”. Un amico leale è ščyry, una persona appassionata di qualcosa è ščyry, una conversazione intima e sincera è ščyry e anche un autentico stupore è ščyry. Se una persona è molto grata, non è semplicemente dzjakue, ma ščyry dzjakue. Se lavora con zelo e con coscienza, allora significa che lo fa ščyra. Perfino una foresta con alberi della stessa varietà e l’oro puro sono ščyry. A volte però ščyry è anche una persona ingenua e credulona, persino questa però, in un certo senso, non è una cosa brutta. In senso lato, ščyry significa “vero”, “autentico” in tutte le sue forme, e ščyrasć indica il possesso di questa qualità.

Un’altra qualità, che di solito va a braccetto con ščyrasć, è dnasć. Godnasć non significa solo “idoneità”, “utilizzabilità”, ma anche “dignità” e “rispetto di sé”. È il lato positivo della pamjarkоŭnasć. Godna è come bisogna portare la propria croce, è come si deve reagire di fronte al pericolo. Togliere le scarpe quando si sale su una panchina in segno di protesta non è un gesto di pamjarkоŭnasć (perché è vietato salire su una panchina con le scarpe), ma di godnasć (perché non è educato salire su una panchina con le scarpe). La strofa finale della poesia sopra menzionata, Chto ty getki, parla anche di godnasć.

      – “Cosa vuoi essere? – Non essere rozzo…”[7]

Tra l’altro, un altro significato di godnasć è “appellativo”: per un cittadino onorario, un artista nazionale, un professore universitario, un dottore, un archimandrita[8] e per tutte le persone rispettabili.

5. Kalychànka – Ninnananna

Dzed Baradzed. Immagine della trasmissione per bambini “Kalichanka” del canale “Belarus’-3”© Belteleradiokompanija
Dzed Baradzed. Immagine della trasmissione per bambini Kalychanka del canale Belarus’-3© Belteleradiokompanija

Kalychanka è sia una ninnananna sia un programma TV bielorusso, il corrispettivo del russo Spokojnoj noči, malyši (Buonanotte piccini!). La canzone di chiusura Doŭgi dzen’ (Una lunga giornata), con il suo ritornello Baju-baj, baju-bai / vačanjaty zakrivaj (Baju-baj, baju-bai / gli occhietti chiuderai), da ormai più di trent’anni suscita una forte nostalgia dell’infanzia a più di centomila bielorussi. È stata pure cantata durante le manifestazioni di protesta nell’agosto e settembre 2020, ma con l’invito a tenere gli occhi aperti.

Nel pantheon dei bielorussi nati tra la fine dell’epoca sovietica e l’inizio dell’epoca post-sovietica ci sono il pupazzo Dzed-Baradzed [che in italiano suona all’incirca come Babbo Granbarba o Babbo Barbabbo], molto amato da alcuni bambini, ma terribilmente spaventoso per altri; il conduttore di Kalychanka, Maljavanyč, e l’extra-terrestre Papa Vaca, alla conduzione del programma Mul’tiklub tra la fine degli anni ’90 e inizio anni 2000 (e che di tanto in tanto ricompare nello spazio mediatico attuale, anche sui calzini).

6. Mòva – Lingua

La Bibbia stampata da Francisk Skarina di Polock, il primo tipografo bielorusso che tradusse la Bibbia dallo slavo ecclesiastico al bielorusso. Praga, 1519 Wikimedia Commons
La Bibbia stampata da Francisk Skarina di Polock, il primo tipografo bielorusso che tradusse la Bibbia dallo slavo ecclesiastico al bielorusso. Praga, 1519 Wikimedia Commons

Sebbene mova significhi letteralmente “lingua”, in bielorusso questa parola, senza aggettivi che ne specifichino il significato, si usa per indicare proprio la lingua bielorussa. Compare in cartelloni come “ma-ma = mo-va. Vuoi bene alla mamma?”, domande del tipo “Come si dice ‘teiera’ in mova?” (vd. sotto), e commenti in russo e in bielorusso sotto le notizie, che spaziano da “avete rotto con la vostra mova” a “che bello leggere le notizie in mova!”.

Per gli intellettuali bielorussofoni, per cui mova significa semplicemente “lingua”, l’uso di tale parola risulta fastidioso, almeno tanto quanto l’uso del peggiorativo belmova,[9] dal nome della materia scolastica. Viene infatti associato ad una mentalità coloniale: è come prendere una parola nella lingua di un popolo autoctono e chiamare la loro lingua con questa parola. Se in usi analoghi, come “parlare english”, perlomeno si include il nome della lingua in lingua originale, per molti parlanti della lingua bielorussa l’uso della parola mova in modo analogo risulta folle (“Che bello leggere le notizie in lingua!”) e mostra chiaramente quanto la loro lingua madre sia diventata una lingua straniera per gli stessi bielorussi.

Un fenomeno analogo riguarda l’uso di parole bielorusse per il product naming: il complesso di bagni curativi che si chiama “Sauna” (laznja), la bottega di caffè e bevande che si chiama “Caffetteria” (kavjarnja) e simili. A tutti coloro che parlano bielorusso ricordano molto le saune e le mense sovietiche senza nome.

Persino tra gli stessi madrelingua sono in corso delle dispute: il problema è che ci sono effettivamente due lingue bielorusse (così come due sono le «Wikipedia» bielorusse). Lo scisma avvenne dopo la riforma del 1933: formalmente riguardava solo l’ortografia, in realtà i cambiamenti toccarono ogni aspetto, dalla grammatica al lessico. Per questo motivo, nelle comunità che si occupano di questo tema, si dibatte ancora su quale sia la norma linguistica da utilizzare: quella scolastica e ufficiale, sebbene contaminata dalla russificazione, oppure quella precedente alla riforma, benché meno nota alla gente comune? Si dibatte anche su quali parole si possano o non si possano usare e sul loro reale significato. Si tratta della battaglia del secolo.

Prestiti dal russo o prestiti dal polacco? Neologismi inventati o arcaismi tornati in uso? Garbàta è qualsiasi tè (čai), perché la parola čai è un russismo, oppure garbata è solo il tè a base di erbe, mentre quello normale in bielorusso è comunque čai? E per prepararlo serve un garbatnik, un čainik, un imbryk (bollitore, teiera) o magari uno zaparnik (infusiera)? Forse si dividono in teiere per l’ebollizione e teiere per l’infusione? Alla guida di un autobus c’è un autista di origine russe (vadzicel’) o polacche (kiroŭca)? Indossiamo trusy (“mutande” in russo) oppure majtki (“mutande” in bielorusso)? Le magliette si chiamano futbolki (un russismo, non va bene!), cišotki/tyšotki, “t-shirt” (un neologismo formato da un prestito, non va bene!) oppure sakolki (finalmente una nostra parola, ma indica davvero una “t-shirt” o è solo la maglietta di un alcolizzato?)? 

Si scrive sudz’dzja (судзьдзя, “giudici”) e s’vin’nja (сьвіньня, “maiali”), con il segno molle, oppure suddzja (суддзя) e svinnja (свіння), senza segno molle? Nel primo caso, l’ortografia precedente alla riforma, detta taraškevica[10], illustra meglio la pronuncia, anche se la parola è più ingombrante. Nel secondo caso, l’ortografia ufficiale, detta narkomovka[11], è quella che si impara a scuola. Di discussioni simili ce ne sono a decine, anzi, a non finire

7. Žestačàjše – Terribile, brutale, estremo

Aleksandr Lukašenko falcia l’erba nel territorio della residenza ufficiale del presidente della Bielorussia “Ozernyj” nella cittadina di Ostrošickij. 2015 © Andrej Stasevič / Diomedia
Aleksandr Lukašenko falcia l’erba nel territorio della residenza ufficiale del presidente della Bielorussia “Ozernyj” nella cittadina di Ostrošickij. 2015 © Andrej Stasevič / Diomedia

Se sopra ci fossero solo parole bielorusse, questo sarebbe un esempio di parola in trasjanka: un linguaggio che è un miscuglio tra russo e bielorusso, con fonetica bielorussa e lessico e grammatica prevalentemente russi.[12] La trasjanka ha fatto la sua comparsa nel dopoguerra, a seguito della politica di russificazione e urbanizzazione. Infatti, gli abitanti delle campagne, che parlavano dialetti bielorussi, si trasferirono nelle città russofone, sforzandosi di parlare russo. Non riuscendo a raggiungere un russo perfetto, tramandarono questo miscuglio linguistico ai propri figli, che divennero così i primi parlanti madrelingua di trasjanka.

Nella società bielorussa la trasjanka viene associata ai campagnoli o a cittadini poco istruiti, come operai e teppisti di periferia. Negli anni 2000, la trasjanka fa il suo ingresso anche nella cultura satirica di massa. Per esempio compare la trasmissione per adulti Kalychanka, parodia della Kalychanka per bambini sopra menzionata, condotta da Saša e Siroža (alias Sergej Michalok, leader del gruppo rock Ljapis Trubeckoj): due uomini semplici, che discutono di problemi attuali in trasjanka, dal dente del giudizio al glamour. Poco dopo esce anche il disco delle loro canzoni, sempre in trasjanka. I temi e i realia sono i seguenti: Dramma alla mensa della ditta, Capodanno con una scatoletta d’acciughe e un calzino bucato, Sentimenti per la vicina di casa in una cornice d’orzo e di polpette.

In seguito, compare il gruppo Razbitae serdca pacana (Cuore infranto di un ragazzo), come emerge dal nome, qui i personaggi lirici sono differenti: “Mi sono innamorata di un bandito, mi sono innamorata di un barbone”, “Mezzo litro di birra in mano, come tutte le persone normali”, “Il tramonto rosato è un mio connazionale e mio fratello”.

Eppure, žestačajše non è soltanto una parola qualunque in trasjanka né una semplice citazione tratta da una canzone in tale lingua, è Lukašenko. In realtà lui non parla trasjanka (usa una grammatica e un lessico russi), ma il forte accento bielorusso della sua parlata non poteva non diventare oggetto di parodia. Žestačajše è una parola che usa spesso, entrata nel linguaggio bielorusso con il significato di “grado massimo di qualcosa”. Žestačajšy fakt significa “al cento per cento”, žestačajšy metal vuol dire buona musica rock. Si usa anche per indicare che qualcosa non è andato come previsto: žestačajšy remont, “un restauro che dà nell’occhio” (vd. Dažynki).

Tra le altre parole chiave di quel periodo, prese in prestito da Lukašenko e attivamente usate nel linguaggio quotidiano, ci sono chto-ta ŭrot (chto-to vret in russo), “qualcuno mente”, nastajaščy (nastojaščij in russo), “attuale”, “reale”, peratrachivać (peretrjachivat’ in russo) “rovistare”, “riesaminare” e, per finire, aščuščenia (oščuščenja in russo), “sensazioni”, che possono essere ne ce, espressione che significa “non è la stessa cosa”. 

La trasjanka, che nello scritto ha una sua resa ortografica, viene spesso usata per le rappresentazioni parodistiche di Lukašenko e di altre persone di potere. Per esempio, questo metodo viene usato dal giornalista Ales’ Pileckij nelle sue scenette satiriche del ciclo #давайпака (davaj paka) sulle conversazioni telefoniche del presidente:

— Pronto, Aleksandr Grigor’evič. Mi sente?
— Parla, parla. Sto qua. Che è successo?
— Una risoluzione del Parlamento Europeo, Aleksandr Grigor’evič.
—  Una rivoluzione del Parlamento Europeo? Davvero interessante!

Traduzione dall’originale in trasjanka:

— Александр Григорьевич, алло. Вы меня слышите?
— Гавары, гавары. Тут я. Што там ужэ случылась?
— Резолюция Европарламента, Александр Григорьевич.
— Рэвалюцыя в Еврапарламенце? Как інцэрэсна. 

8. Svjadо́my – Coscienzioso, ragionevole

Partecipanti alle proteste contro la presidenza di Lukašenko a Minsk. 2020 © Sergej Bobylev / ТАСС / Diomedia
Partecipanti alle proteste contro la presidenza di Lukašenko a Minsk. 2020 © Sergej Bobylev / ТАСС / Diomedia

Sebbene la parola svjadomy si traduca letteralmente come “cosciente”, “consapevole”, adesso si usa con un altro significato. La sua storia è abbastanza simile a quella della parola ucraina svidomij, nota in Russia: agli inizi del XX secolo divenne infatti un epiteto per le persone con una grande coscienza nazionale.

Propriamente, la parola svjadomy deriva dalla parola svjadomasć (coscienza), che si usava e si usa con il significato di “autocoscienza”, “consapevolezza” e ha la stessa radice della parola russa osvedomlennyj (informato). Queste persone “coscienziose” hanno manifestato a favore di una Bielorussia indipendente, per l’uso della lingua bielorussa nella vita quotidiana e per il progresso della cultura bielorussa. Probabilmente, la parola svjadomy è tornata attivamente in uso verso la fine degli anni ’80 e inizio anni ’90, durante l’ondata di proteste anticomuniste e spesso anche nazional-democratiche, diventando, infatti, al plurale, la designazione di un’intelligencja orientata alla nazione.

Tuttavia, dopo la vittoria di Lukašenko, durante le elezioni presidenziali a metà anni ’90, nel linguaggio delle autorità questa parola ha assunto connotazioni negative. Nel linguaggio di Lukašenko e dei suoi sostenitori vengono chiamati con disprezzo svjadomy praticamente quasi tutti gli oppositori. La presenza di questa parola in un articolo di giornale in lingua russa (e non bielorussa!) ora indica in modo univoco una determinata posizione politica dell’autore. È interessante notare il percorso di evoluzione semantica che ha intrapreso questa parola: da un significato decisamente positivo in bielorusso ad un’impronta estremamente negativa in russo.

La parola zmagàr (lottatore) ha una storia analoga: in bielorusso si usa in modo neutrale in qualsiasi contesto, come il russo borec (lottatore), ma nel linguaggio politico la parola zmagary si usa anche come insulto nei confronti dell’opposizione e il neologismo zmagarysm indica il nazionalismo bielorusso nel linguaggio dei suoi oppositori.

9. Búl’ba – Patata

Raccoglitori di patate. Autore sconosciuto. Prima metà del XX secolo Galleria d’arte “Raritet-Art”
Raccoglitori di patate. Autore sconosciuto. Prima metà del XX secolo
Galleria d’arte “Raritet-Art”

L’amore dei bielorussi per le patate è uno stereotipo talmente banale, trito e ritrito, che trovo persino imbarazzante menzionarlo qui. Eppure, questo stereotipo è vivo non solo all’estero, nelle rappresentazioni degli altri popoli sui bielorussi,[13] ma ha messo radici anche all’interno: i bielorussi ci scherzano su con piacere, facendo persino dei meme sulle patate. Tra le canzoni bielorusse selezionate per l’Eurovisione 2019 c’è anche la canzone “Potato aka bul’ba”.

La sede bielorussa di Yandex ha reso noti i risultati di uno studio: Scherzi a parte: cosa cercano i bielorussi su internet a proposito delle patate. Sul gruppo VK Čaj s malinavym varennem (Té con marmellata di lamponi), oltre agli avvenimenti più importanti, si commentano notizie come Elisabetta II si è rifiutata di mangiare patate e Gli abitanti di una villetta a Kiev hanno piantato patate in un’aiula per fiori.

Un’altra espressione idiomatica bielorussa (oltre a useagul’naja mljavast’, “letargia universale”, che si usa persino in russo) è chavajcja v bul’by, “nascondersi tra le patate”. Si usa per indicare che è successo qualcosa di molto spiacevole. Quando vengono chiamati bul’baši (raccoglitori di patate, patatari), i bielorussi non si offendono neanche, nonostante questo soprannome arrivi anch’esso da fuori (i bielorussi, infatti, non lo usano mai in riferimento a sé stessi). La vodka Bul’baš’, prodotta a Minsk, ne è proprio la conferma!

I piatti a base di patate sono poi molto importanti. Il principale piatto nazionale sono ovviamente i draniki: frittelle di patate grattugiate con carne o altre farciture, ma possono essere fatte anche senza ripieno. I mass media bielorussi talvolta misurano l’inflazione usando l’indice dei draniki. Ci fu, infatti, una vera e propria caccia ai simpatici calzini dell’azienda Mark Formelle, quando per un periodo erano momentaneamente non disponibili nei negozi. Un calzino aveva sopra disegnato un dranik e l’altro la smetana. Per di più, i dibattiti culinari sui draniki (con o senza farina, con o senza cipolla ecc.) non sono da meno per spessore rispetto a quelli russi sull’okroška.[14]

Persino ai potenziali candidati alle presidenziali del 2020 è stata fatta una domanda sui draniki e, commentando la risposta di Viktor Babariko, Evroradio ha così riassunto: “Si è stretto il cuore a tutti coloro che si sono dovuti immaginare dei draniki senza farina, senza uova o senza cipolla, perché non si scherza sui draniki. I draniki sono una cosa seria! Sono sacri!”.

Forse c’è solo una domanda in grado di dividere i bielorussi in due schieramenti più della ricetta sui veri draniki: qual è l’autentica sguščënka? Quella di Rogačev o quella di Glubokoe? Ovviamente non potevano mancare neanche i calzini con la sguščënka.

10. Belarus’ – Bielorussia

Cartina della Bielorussia. Minsk, 1918 Wikimedia Commons 
Cartina della Bielorussia. Minsk, 1918 Wikimedia Commons 

È alquanto strano trovare il nome di un paese in una lista di parole che dovrebbero aiutare a capirne la cultura nazionale. Eppure, questo è proprio uno di quei casi. Nel settembre 1991, nell’allora Repubblica Socialista Sovietica Bielorussa, fu approvata una legge, secondo la quale, da allora in poi, il paese sarebbe stato chiamato Belarus’ e nelle altre lingue non si sarebbe dovuto tradurre il nome, bensì traslitterarlo letteralmente. Fu quello che effettivamente accadde in alcune lingue. Le inglesi Byelorussia (da qui il dominio .by) e Belorussia furono presto sostituite da Belarus (con il nome della lingua ci è voluto più tempo), ma in altre lingue è rimasta la traslitterazione dal nome russo (come il francese Biélorussie) o la sua traduzione (il tedesco Weißrussland, «Russia bianca»; solo nel 2020 hanno iniziato a prendere le distanze da questo nome). Nel 1995 il russo ottenne lo status di seconda lingua ufficiale in Bielorussia, dopo che questa variante del nome era già stata registrata nel documento ufficiale in lingua russa. In Russia però non ha attecchito molto.

Per la maggior parte dei bielorussi, soprattutto per quelli nati dalla seconda metà degli anni ’80 in poi, la variante Belorùssija è vecchia e sovietica. I russi che la usano vengono sospettati di insolenza e persino di ambizioni imperialistiche. Per molti russi non è una questione politica, ma una questione d’abitudine e una tradizione ortografica. A marzo 2020 girava una battuta: il coronavirus sarebbe stato creato apposta dai bielorussi per ricordare ai russi che esiste la vocale connettiva “a”.[15]

Negli ultimi anni alla questione sul nome del paese si è aggiunta la questione sulla grafia dell’aggettivo derivato dal nome e quindi della nazionalità. Poiché non sono nomi propri e sono così attestati nei dizionari, la grafia con “a” deve essere interpretata come un errore ortografico. Ciononostante, i media bielorussi in lingua russa usano tutti ampiamente le versioni belarus, belarusskij e persino belaruskij.

Le infinite e monotone discussioni nei commenti su come bisogna scrivere il nome dello stato bielorusso (entrambe le parti hanno poco meno di 10 motivi non molto originali per l’utilizzo della propria variante), sono diventate un fenomeno culturale talmente rilevante che hanno persino ricevuto un loro nome offensivo: bul’bosrači (vd. Bul’ba), “cavolate, litigi della patata”. Nell’agosto 2020, durante le proteste politiche in Bielorussia, alcuni media russi e semplici utenti che sostenevano i manifestanti hanno scelto la grafia con la vocale “a” di tutte e tre le parole: Belarus’, belarus, belarusskij. Questa scelta è stata elegantemente definita dal poeta Lev Rubinštejn “un’empatia ortografica”.

In articoli scadenti che trattano di politica si può spesso incontrare una denominazione metaforica della Bielorussia, Sineokaja, “Glaucopide”, “Dagli occhio blu” (per la grande quantità di laghi). Nei testi informali, i bielorussi non di rado usano ironicamente citazioni prese dal linguaggio politico e dalla pubblicità sociale: Il Paese per vivere, L’Isoletta della stabilità, la Prospera (Kvitnejučaja) ed altri.

11.  Šufljаdka – Cassetto scorrevole del tavolo

Michail Meleško, archivista, storico, etnografo e scrittore bielorusso, nel suo ufficio. Minsk, 1927. © Archivio cinefotografico statale bielorusso
Michail Meleško, archivista, storico, etnografo e scrittore bielorusso, nel suo ufficio. Minsk, 1927. © Archivio cinefotografico statale bielorusso

Qui sopra ci sono parole bielorusse, parole in trasjanka, ecco ora una parola russa. Più precisamente, è una parola di un regioletto bielorusso di lingua russa. Non è un segreto che più della metà dei bielorussi siano russofoni, ma il russo parlato in Bielorussia, così come in alcune regioni della Federazione russa, è un po’ diverso dalla norma letteraria.

Oltre all’accento bielorusso più o meno forte, presente soprattutto tra la vecchia generazione e gli abitanti di piccole città, il russo parlato in Bielorussia presenta non pochi regionalismi, ovvero delle parole che non si incontrano quasi mai al di fuori dei confini della Bielorussia. I bielorussi ne vanno molto fieri e se ne vantano di fronte agli amici russi. L’esempio più conosciuto è forse šufljаdka, il cassetto scorrevole di un tavolo (questa parola è presente anche nel russo parlato in Ucraina, ma si scrive šuchljаdka).

Molti non sospettano neanche che la maggioranza dei regionalismi non siano parole russe: šil’da (targhetta all’entrata di un edificio o di un ufficio), gol’f (maglia a collo alto), c bol’ šego (prevalentemente), ssobojka (schischetta), stirka, più raramente stёrka (gomma per cancellare), chapun (intervento di arresto collettivo da parte della polizia oppure assalto ai negozi), ljasnut’sja (cadere, urtare, farsi male, impazzire), lachat’ c čego-to (ridere di qualcosa), tichar’ (agente in borghese), dat’ bus’ku (baciare, spesso usato quando si parla con i bambini), razbudit’ (distruggere, nel linguaggio dei bambini), matematica (insegnante di matematica), rusica (insegnante di russo) al posto di matematička e rusička, solo per citarne alcuni.

Una parte di questi regionalismi è arrivata nel linguaggio russo dei bielorussi proprio dalla lingua bielorussa. Il bielorusso li ha presi a sua volta dal polacco, in cui sono arrivati dal tedesco, come per esempio šufljаdka e šil’da. Altri, come ssobojka e gol’f, sono nati direttamente in russo.

12. Dažýnki – Dožinki

La festa dei Dožinki a Glubokoe. 1934 Narodowe Archiwum Cyfrowe 
La festa dei Dožinki a Glubokoe. 1934 Narodowe Archiwum Cyfrowe 

Dažynki è la festa per la fine del raccolto (o più propriamente, della mietitura). Nel calendario popolare russo figurano anche le varianti Obžinki, Otžinki e Požinki. In Bielorussia la festa dei Dažynki, così come quella degli Zažinki, la festa in cui si celebra il primo covone, viene festeggiata sin dai tempi antichi, pertanto questa tradizione era fortemente viva anche in epoca sovietica.

Nella Bielorussia di oggi la celebrazione di questa festività è passata sul piano statale. Ogni anno viene scelta la capitale dei Dažynki (prima era una, ora sono sei, una per ciascuna regione), poi, con tutte le risorse statali messe a disposizione, inizia la preparazione. La celebrazione di questa festività prevede la premiazione dei vincitori in diverse competizioni agricole, fiere dell’artigianato, un corteo di squadre operaie, una riunione con la partecipazione del presidente e l’allestimento di decorazioni festive, come sculture di paglia e lo stemma nazionale bielorusso realizzato con verdure e salame. Questa festa diventa di solito un pretesto per ironizzare e spettegolare su quelli che vivono nelle grandi città.

La propensione dello Stato ad un evento di questo tipo ha ottenuto un proprio nome: agrotrash. L’agrotrash, agrostyle, agroglamour, agroneissance, insomma la passione per le parole con la radice agro- ha fatto la sua comparsa tra i bielorussi nella metà degli anni 2000, dopo la trasformazione di una serie di paesini di campagna in agrocittadine (un nuovo tipo di insediamento rurale), a seguito di disposizioni per far crescere l’agroturismo nel quadro del programma per il rilancio e lo sviluppo del paese.

Pertanto, l’agrotrash non deve essere per forza legato alla vita rurale. Può essere un appartamento con uno stile vistoso, ma di dubbio gusto (un fenomeno analogo è quello che in Russia è diventato famoso come “chic kolchosiano”). Sono gli operai comunali che dipingono tutto di rosa. È il camioncino dei servizi idraulici che sfila alla parata per il Giorno dell’Indipendenza. Sono i baracchini che vendono ciarpame ai festival cittadini e tante altre manifestazioni simili di questo fenomeno.

Il contrario di agrotrash si potrebbe definire con l’aggettivo bielorusso vykštalcóny. Questa parola è originariamente un prestito dal polacco, ma nel corso della sua storia ha assunto una nuova connotazione: se il polacco wykształcony significa semplicemente “educato”, il corrispettivo bielorusso copre un’intera gamma di significati che corrispondono ai concetti di “elegante”, “sofisticato” e “raffinato”.

FONTE: Arzamas, 30/11/2020 – di Anton Somin, traduzione di Ambra Minacapilli.

NOTE

[1] Con il termine “velikorusskij jazyk” (великорусский язык), ovvero “grande lingua russa”, veniva definita la lingua russa nel XIX secolo, differenziandola dalle altre due lingue slavo-orientali, il bielorusso e l’ucraino.

[2] E. F. Karskij, I bielorussiTomo 1. Introduzione allo studio della lingua e della letteratura popolare, Varsavia, 1903.

[3] In bielorusso nell’originale:  Хто ты гэткі? — Свой, тутэйшы. (— Chto ty getki? — Svoj, tutejšy.).

[4]  “[…] Risulta complesso definire che cosa possa precisamente essere inteso con tuteišasć e chi fossero, di conseguenza, i Tutejšy. In generale la maggior parte degli studiosi individuano questo termine come espressione che le genti bielorusse, a cui allora non era stato attribuito questo etnonimo, utilizzavano per indicare più che un’autoidentificazione una non identificazione, cioè il non essere né Polacchi, né Russi, ma solo abitanti di quella determinata zona.” Da M. Bernardi, L’identità bielorussa. Etnia, lingua, religione.http://dspace.unive.it/bitstream/handle/10579/9801/812494-1201577.pdf?sequence=2 (ultimo accesso 28/09/2020).

[5] Si intende qui il processo per la costruzione dell’identità nazionale agli inizi del secolo (vd. Svjadomy).

[6] Questo modo di dire, che esiste anche in russo, мая хата c краю, ничего не знаю (maja chata c kraju, ničego ne znaju) significa letteralmente “la mia casa è sul precipizio, non ne so nulla”, indicando una presa di distanza e una certa lontananza da parte di chi parla rispetto ad un argomento o un problema. 

[7] In originale Чым быць хочаш? — Не быць скотам… (Čym być chočaš? — Ne być skotam…). 

[8] Un archimandrita è il superiore di un monastero, ovvero il corrispettivo dell’abate latino

[9] Belmova è una parola macedonia, nata dalla fusione dei termini belaruskaja mova (lingua bielorussa).

[10] Con il termine taraškevica si indica la variante ortografica introdotta nel 1918 dal linguista Branisłaŭ Taraškievič, volta a normalizzare la scrittura del bielorusso.

[11] Nel 1933 le misure per semplificare la grammatica bielorussa, annullare le influenze polacche e rimuovere i neologismi, gli arcaismi e i volgarismi introdotti dai nazional-democratici, si tradussero con l’adozione della cosiddetta sovnarkomovka (abbreviato in narkomovka). Questo termine, con connotazione dispregiativa, deriva da Sovnarkom (o SNK). Così in russo si indicava il “Consiglio dei commissari del popolo” (Sovet narodnych komissarov), ovvero l’organo esecutivo e amministrativo dell’Unione Sovietica e delle singole Repubbliche dell’Unione Sovietica fino al 1946.

[12] In Bielorussia le lingue ufficiali sono il bielorusso e il russo, ma esiste anche una lingua non ufficiale, un misto tra russo e bielorusso. Questa lingua di uso corrente viene chiamata trasjanka, che significa letteralmente “misto di paglia e fieno”. Da M. Bernardi, L’identità bielorussa. Etnia, lingua, religione, http://dspace.unive.it/bitstream/handle/10579/9801/812494-1201577.pdf?sequence=2 (ultimo accesso 28/09/2020).

[13] Per esempio, è diffusa all’estero la convinzione che i bielorussi chiamino i loro rubli zajčiki (leprottini), ma questo nomignolo è in realtà scomparso all’inizio degli anni 2000. Le lepri sono poi state sostituite dai belki (scoiattoli), nomignolo derivante dalla parola belorusskij (bielorusso).

[14] L’okroška è una zuppa fredda a base di kvas, da consumarsi preferibilmente durante il periodo estivo. Si prepara con verdura, carne (o pesce, a seconda della ricetta), uova sode, cetrioli, erba cipollina, aneto e ravanelli, il tutto finemente tagliuzzato. Per curiosità su altri piatti russi: http://russiaintranslation.com/2020/04/11/okroska-kuljebjaka-e-altri-tre-piatti-propriamente-russi/

[15] Le vocali connettive o congiuntive in russo servono per formare parole complesse, nate dall’unione di due o più parole. Queste vocali sono tradizionalmente la “o” e la “e”. Una parola complessa come историография (istoriografija), “storiografia”, è formata dall’unione dei morfemi istori-o-grafija, in cui “o” funge da vocale di congiunzione tra i morfemi istori- (da istoria, “storia”) e -grafija, “grafia”. In russo però spesso la “o” si pronuncia “a”, in quanto esiste una regola fonetica per cui tutte le “o” non accentate si pronunciano “a”. Pertanto, la parola istoriogràfija, in cui l’accento cade sulla prima “a”, si pronuncia /istar’iagráf’ija/. Di conseguenza, anche la parola Белору́ссия (Belorùssija), formata dai morfemi Bel-o-russija, si pronuncia /bʲelarùssja/. Il nome russo del covid-19, korònavirus, nelle parole dell’autore, dovrebbe ricordare ai russi che esistono parole composte graficamente unite dalla vocale “a” e Belarus’ è una di queste. In realtà in korònavirus, che deriva dal latino, “a” non funge da vocale di congiunzione tra due parole, ma all’orecchio dei parlanti russi potrebbe suonare proprio così.

Ambra Minacapilli

Dietro ogni lingua c’è un mondo, dietro il russo per me c’è il più bello dei mondi. Il mio rapporto con la lingua russa è una straordinaria storia d’amore, di quelle forse un po’ travagliate. Devo tutto a Tolstoj. Vado pazza per i film sovietici, la grammatica russa, le betulle, il medovik e, più di tutto, i colori del cielo sopra Mosca. Tradurre dal russo per me significa custodire un gioiello prezioso, incastonarlo con cura in una cornice di parole nuove per farne al lettore un dono gradito.