Gian Piero Piretto

Intervista a Gian Piero Piretto

Si è laureato in Lingue e letterature straniere all’Università di Torino nel 1975. Ha insegnato alle Università di Torino, Bergamo e Parma. Dal 1994 ha insegnato all’Università di Milano Cultura russa e Metodologia della Cultura visuale. Numerosi sono i suoi saggi, pubblicazioni e articoli dedicati alla letteratura e alla cultura russa.

Fra le sue pubblicazioni ricordiamo: Da Pietroburgo a Mosca. Le due capitali in Dostoevskij, Belyj e Bulgakov (Guerini e Associati 1990), Il radioso avvenire. Mitologie culturali sovietiche (Einaudi, 2001), Gli occhi di Stalin (Raffaello Cortina 2010), La vita privata degli oggetti sovietici (Sironi 2012), Quando c’era l’URSS. 70 anni di storia culturale sovietica (Raffaele Cortina 2018) e Vagabondare a Berlino. Itinerari eccentrici tra presente e passato” (Raffaello Cortina 2020).

Questa è una domanda che facciamo a tutti, a volte capita di scoprire degli aneddoti curiosi e interessanti. Com’è nata la sua passione per la cultura e perché ha deciso di iniziare a studiare il russo?

Il piacere della lettura mi è stato trasmesso da mia madre. Prima che imparassi a farlo da solo mi aveva già letto infiniti libri. Una straordinaria insegnante di lettere al liceo, pur scientifico, continuò l’opera e mi fece appassionare alla critica letteraria che fin da quegli anni (Sessanta) “contaminava” con riferimenti interdisciplinari (musica, arti figurative). Risalendo alle origini più remote della presenza russa nella mia storia personale posso citare una “ricerca” (allora si chiamavano così le relazioni su temi a libera scelta da presentare ai professori) che in terza media avevo dedicato proprio alla Russia. Non c’erano ancora motivazioni precise o interessi specifici se non l’alterità del Paese dal resto del mondo e un mio innato interesse per le realtà lontane e non convenzionali. La spinta determinante sarebbe arrivata negli anni del liceo quando uscì in traduzione italiana Il maestro e Margherita di Bulgakov. Ne rimasi tanto colpito da decidere di inserire il russo tra le lingue che avrei voluto studiare in università. All’università di Torino trovai come docente di letteratura russa Nina Kaucisvili. L’impatto con lei personalmente e con il suo metodo (strutturalismo, formalismo, semiotica) mi portarono a sostituire l’inglese come lingua quadriennale con il russo. La partecipazione ai seminari estivi di lingua russa organizzati da lei a Bergamo avrebbero costituito il primo contatto con i rappresentanti della realtà sovietica e della cultura russa. Non ci sarebbe più stato ritorno.

Professor Piretto, lei ha avuto la fortuna (o la sfortuna) di vivere una Russia che oggi non esiste più e cioè quella del periodo sovietico: saprebbe indicarci un aspetto positivo e uno negativo di quegli anni?

Sicuramente la fortuna. Per nulla al mondo rinuncerei all’esperienza di aver vissuto l’Unione Sovietica, pur con tutte le sue difficoltà e contraddizioni. Gli ostacoli maggiori venivano dalla rigidità di un sistema basato più sull’ottusità del burocrate-gestore del potere che sull’ideologia vera e propria. Quello che in russo si chiama chamstvo, atteggiamento di consapevole e voluta ostilità. Trovare appagamento alle proprie frustrazioni nel porre intralci all’altro. L’altra faccia della medaglia che più ho avuto modo di apprezzare era il senso di comunità e partecipazione, quando esistente. Al di là del disincanto, del cinismo, dell’esplicita avversione di molti nei confronti della realtà totalitaria mi colpivano e coinvolgevano sempre l’orgoglio di essere protagonisti di un grande esperimento, la propensione alla comunità, il senso di appartenenza. Quando tutto questo non veniva inficiato dalla propaganda e si trasformava in bieca retorica. Quando portai i miei genitori in visita a Mosca e Leningrado, il 7 novembre assistemmo alla parata commemorativa della Rivoluzione ai margini della Piazza Rossa. Mio padre, pur non simpatizzante comunista, si commosse fino alle lacrime nel vedere la partecipazione della folla all’evento. Le persone e le realtà socio-culturali con cui sono venuto a contatto (dal 1974 in poi) mi hanno fatto capire la differenza che tuttora trovo fondamentale tra Sovetskaja vlast’ (istituzione asfittica e autoreferenziale) e Sovetskij Sojuz (insieme di persone, esperienze, umanità).

La domanda delle domande: Mosca o San Pietroburgo? Quale le ha dato le sensazioni migliori? A quale delle due capitali è affezionato maggiormente?

Senza alcun dubbio a Leningrado. Là ho esordito con un soggiorno di studio nel 1974 e la città mi è subito entrata nel cuore. Le avrei dedicato, in realtà ai bassifondi della San Pietroburgo ottocentesca, il mio primo saggio di un certo impegno. Mosca sarebbe arrivata dopo. L’avrei frequentata ampiamente, soprattutto negli anni in cui accompagnavo turisti italiani in giro per l’URSS, ma non sarebbe mai scattata una reale sintonia tra noi. Devo a Mosca alcune delle serate teatrali più emozionanti della mia vita: Il maestro e Margherita (ancora lui) per la regia di Ljubimov al teatro na Taganke, la scoperta di Vampilov al Teatr imeni Ermolovoj, e in quelle occasioni credo di essere arrivato al rapporto più vicino e intimo con la città grazie alla presenza dei suoi cittadini-spettatori. La condivisione di quegli spettacoli con la gente di Mosca li ha resi unici e irripetibili. Ho conosciuto e frequentato colleghi e amici in entrambe le città (le mitologiche serate in cucina) e anche su questo fronte ho sperimentato differenze comportamentali. L’intesa più profonda e le amicizie più durature sarebbero state quelle nate a Leningrado. Pietroburgo-Leningrado mi conquistò anche per la sua alterità rispetto al modello russo di città, per la sfida che aveva costituito alla storia, al territorio, al paesaggio. La scoperta sul campo leningradese della realtà vissuta durante l’assedio avrebbe aggiunto emozione ed empatia. Lo studio della sua fisiologia continua ad appassionarmi a decenni di distanza. Ho una particolare predilezione per le passeggiate urbane e Piter è la città ideale per il flâneur. Tra i ricordi più vividi di Leningrado-Pietroburgo ci sono proprio le passeggiate a fianco delle persone più diverse, con le condizioni climatiche più differenti, a tutte le ore del giorno e della notte. Tra un lungo canale e un passaggio nei cortili comunicanti, come il mečtatel’ dostoevskiano quasi ero arrivato a parlare con le case.

Professore, considerata l’attenzione che nei suoi studi ha riservato agli aspetti socio-culturali, avrà certamente notato come negli ultimi anni ci sia stato un crescita d’interesse per gli oggetti sovietici, la famose ostalgie, o nostalgia comunista; spillette, colbacchi, residui di guerra (veri o falsi che siano) riempiono negozi di souvenir e mercatini delle pulci da Berlino a Mosca. Eppure, nel periodo sovietico gli oggetti era progettati con scarsi criteri estetici, bensì con il solo fine di essere funzionali. Come giustifica che molti di quegli stessi oggetti siano oggi considerati di culto?

Credo si debba ricorrere alla definizione benjaminiana di aura di un oggetto: l’alone di “sacralità” che circonda una cosa indipendentemente dal suo valore estetico o venale. Determinati manufatti, soprattutto quelli legati alla memoria collettiva, hanno acquisito la valenza di simboli di un’epoca, evocatori di atmosfere, situazioni. Si sono trasformati in incarnazioni, seppur banali e quotidiane, di momenti speciali dalla portata emotiva infinitamente superiore a ciò che la loro natura funzionale o concreta avesse mai rappresentato. Penso, per esempio, ai bicchieri a faccette (stakany granenye), prodotti in massa, sempre reperibili sul mercato, non preziosi, non esclusivi, ma presenti e determinanti nella vita di intere generazioni e per questo eletti oggi dagli ex portatori di quella cultura a oggetto di culto. Molto (troppo) facile è il passaggio da questo stato di cose al grado aberrante di gadget turistico, di souvenir privo di qualsivoglia aura, riprodotto in serie per soddisfare la brama di viaggiatori impreparati che acquisendo un finto colbacco o un distintivo fasullo (questo tipo di pubblico ignora e disprezza la quotidianità ed è costantemente a caccia del rituale e dell’eccezionale) pensano di omaggiare la storia e di appropriarsene. In realtà, ignorandola, la affrancano, privandola della sua complessità e della sua componente traumatica, e la riducono a una pseudo emozione rassicurante ma massificata e vuota. Ho più volte dibattuto il fatto che il simbolo della falce e martello, nel bene e nel male carico di responsabilità e valori, sia diventato un marchio-gingillo, irriso o esaltato, ma sempre e soltanto in chiave commerciale.

Molti dei nostri lettori hanno visto e vissuto la Russia solo negli anni dopo la caduta dell’URSS. Qualcosa che colpisce sono alcuni atteggiamenti e comportamenti iper-capitalistici e la smania per l’acquisto che non ci si aspetterebbe dall’ex paese dei soviet. Lei, che ha vissuto la Russia sia prima che dopo la fine dell’Unione Sovietica, che analisi fa di questi comportamenti? Crede che il deficit di beni di consumo durante il periodo sovietico abbia innescato una specie di meccanismo di “revenge spending” negli anni posteriori alla caduta dell’URSS e la stabilizzazione dopo gli anni 90?

Sicuramente la componente di riscatto (revenge) da un passato modesto ha grosse responsabilità. Mi soffermerei però sull’identificazione delle categorie protagoniste degli aspetti più vistosi di questo fenomeno. Dopo il momento frenetico successivo alla tragica povertà dei primissimi anni 90, in cui il crollo dell’economia sovietica (ufficiale e sotterranea) aveva svuotato scaffali e scorte dei negozi, la corsa al consumismo e all’esibizione dello stesso si era concentrata su quelli che erano stati ribattezzati “nuovi russi”. I parvenus che, proprio dal crollo del sistema, avevano tratto vantaggi economici sproporzionati grazie a speculazioni e connivenze. Come in ogni parte del mondo, Italia compresa, lo sfoggio e l’ostentazione di ricchezza e di prodotti di lusso, combinata all’ignoranza crassa, dà l’illusione di essere arrivati, speciali, superiori. Aggiungiamo il fatto che il sistema commerciale con estrema furia si volle adeguare ai nuovi gusti e alle nuove esigenze, seppur di una percentuale ridotta di popolazione, come garanzia che il periodo di transizione era finito e che la nuova stabilità raggiunta sarebbe stata duratura e attendibile. La cosiddetta ex intelligencija sovietica reagì con indignazione di fronte a quello sfoggio di cafoneria rifugiandosi in uno sdegnoso immobilismo autoreferenziale che la vedeva compiaciuta portatrice di valori “puri”, sobri e colti. Da molti studiosi l’atteggiamento fu interpretato come “la volpe e l’uva”: disprezzo ciò che non posso avere. Altri videro nei pur volgari nuovi ricchi un segnale di positiva dinamicità da contrapporre all’oblomovismo di ritorno degli “umiliati e offesi” dal crollo del regime. Mi soffermerei brevemente su un fenomeno concomitante anche se meno eclatante; il revenge sul fronte religioso, fanatico accostamento alle religioni dopo 70 anni di ateismo, che si sviluppò parallelamente al recupero-riscoperta di altre due categorie: il romanzo giallo e la pornografia. Anche quei “beni di consumo” erano stati deficitari nei decenni sovietici e il passaggio alla “democrazia” si caratterizzò anche così. Le mezze misure non appartengono alla cultura russa e ogni fenomeno si manifesta e sviluppa con modalità e registri che a noi paiono sempre eccessivi o estremi. Oggi penso che il fenomeno, perse le sue caratteristiche caricaturali, rientri in un più ampio processo di globalizzazione e uniformazione che sta interessando l’universo intero, parallelo alla gentrificazione nelle città e all’appiattimento delle specificità identitarie.

Una domanda un po’ delicata. Molti sostengono che la donna in Unione Sovietica ha avuto un ruolo di primo piano (Aleksandra Kollontaj, Nadežda Krupskaja ecc), anche se è una versione che non mette tutti d’accordo e molti, infatti, ritengono che sia stata usata solo a scopo propagandistico (se ci pensiamo infatti nessuna donna è stata mai Segretario Generale del PCUS e le donne nel Comitato Centrale erano quasi inesistenti). Qual è il suo pensiero in merito? Crede che il ruolo della donna in Russia sia cambiato dopo la caduta dell’Unione Sovietica?

Il problema richiederebbe un’analisi approfondita ed estremamente dettagliata. In estrema sintesi, senza aver la pretesa di esaurire il dibattito. Non so ipotizzare cosa sarebbe potuto succedere se la Kollontaj non fosse stata allontanata, se il passaggio allo stalinismo non avesse rimesso in gioco puritanesimo e benpensantismo. È stato però dimostrato che la cosiddetta liberalizzazione sessuale degli anni Venti, a fronte della mentalità secolarmente reazionaria, del machismo imperante, delle contaminazioni della NEP abbia penalizzato le donne più che emanciparle (aborti, violenze, trattamento da oggetti sessuali). Anche su questo fronte il sincero entusiasmo iniziale non riuscì a evolversi in un procedimento sistematico, articolato, capillare e a penetrare nelle menti e nelle pratiche delle e degli utenti. Restò la retorica ideologica dell’indipendenza femminile, pur ammantata da nuove tonalità staliniane (donna madre e moglie, nido domestico, focolare), con la tragica parentesi bellica che vide le donne realmente in primo piano e al di fuori di ogni fazioso proselitismo, finché le riforme chruščëviane fecero sperare in un reale riscatto con i movimenti giovanili. Non è un caso che in quegli anni Ekaterina Furceva fosse diventata ministra della cultura. Il brežnevismo soffocò anche quei fermenti. Nedelja kak nedelja di Natal’ja Baranskaja del 1969 (http://www.a-z.ru/women/texts/baranr.htm) è forse la documentazione, non soltanto letteraria, più autentica della condizione femminile sovietica dell’epoca. Da molte donne nei miei anni di frequentazione del Paese ho sentito sostenere che, a dispetto della precettistica, restava in auge la storica realtà del matriarcato slavo in cui la donna era l’effettuale perno portante della famiglia e della società, ma dove a ricoprire i ruoli di rappresentanza e potere restavano gli uomini. Ribadisco che il discorso necessita di mille chiose, ma per forza di cose mi fermo qui.

La scena artistico-culturale russa degli anni prima dell’ascesa di Stalin è stata senza dubbio vivace e capace di produrre capolavori in diversi ambiti, dalla pittura al cinema passando per l’architettura e il design. Crede che a muovere questi artisti fosse solo l’entusiasmo del momento oppure che li motivasse una fede genuina negli ideali rivoluzionari du una società più egualitaria e magari più libera?

Spezzerei una lancia a favore proprio degli anni staliniani, ferma restando la convinzione che il realismo socialista abbia abbassato l’articolata struttura performativa che era stata caratteristica della cultura 1, per dirla con Vladimir Papernyj, del fermento creativo degli anni Venti. Pur con l’avvento di ciò che è stato definito come kitsch totalitario, dove kitsch sta proprio per semplificazione, riduzione, privazione della complessità a favore di un appiattimento massificato, anche nell’era staliniana non sono venuti meno investimenti motivati da una fede genuina e dal desiderio di offrire il proprio contributo alla causa rivoluzionaria. Non mi riferisco ai porta borse di corte. Penso ad artisti quali Ejzenštejn, Medvedkin, Bulgakov, Platonov, Šostakovič. Non allineati nel senso più banale del termine, mai disposti a rinunciare alla propria individualità artistica, alla sperimentazione, al talento personale, ma, nonostante le ripetute vicissitudini, mai anti-sovietici nel senso politico del termine. Se mai anti-retorici, anti-banali. Irriducibili porta bandiera della sfaccettatura di pensiero, dell’ironia, dell’eccellenza non ideologizzata. Credo che questa categoria di intellettuali meriterebbe un’indagine specifica.

Nel suo libro “La vita privata degli oggetti sovietici. 25 storie da un altro mondo” ha dedicato ampio spazio proprio all’analisi dell’oggetto sovietico stesso, che per molti aspetti ci riporta al mondo dei nostri nonni e bisnonni, un mondo dove non c’era spazio per gli sprechi. Oggi, complice una coscienza ecologica più consapevole a causa del cambiamento climatico, sembra che oggetti come l’avos’ka e i vuoti a rendere siano tornati a far parte della routine del consumatore. A questo proposito, crede che avremmo qualcosa da imparare da questi oggetti? Che lezione possono darci?

Da figlio del capitalismo nato alle soglie del boom economico italiano ho scoperto in URRS situazioni di cui parlavano i miei genitori o i miei nonni: la realtà del riciclo, le misure anti spreco, la cura per le cose. Va detto però che da parte di molti pure in circostanze sovietiche quelle regole non erano sempre osservate. Penso alla trascuratezza che in URSS caratterizzava gli ambienti comuni nelle case (la res publica non godeva di particolari attenzioni), alle campagne istituzionali perché non si lasciassero accese le luci negli appartamenti quando si usciva, gli inviti a non sciupare il pane anche se costava così poco. Si faceva realmente tesoro di quegli oggetti che erano difficili se non impossibili da recuperare: cibi deficitari, barattoli di vetro, abiti, libri, reperti occidentali (metaforica è la scatoletta che aveva contenuto carne nella casa di Brodskij). Ricordo la makulatura, raccolta della carta che dava diritto a ottenere prodotti deficitnye, soprattutto libri, in cambio di carta da riciclare. L’incentivazione era necessaria anche nel Paese dei Soviet e la differenza tra “proprietà privata” e “dominio pubblico” era tutt’altro che assente. A questo vanno aggiunte e celebrate la straordinaria capacità di arrangiarsi, l’arte dell’inventare strumenti e attrezzi dal nulla, la destrezza (soprattutto femminile) nell’ingegnarsi tra lavoro, code per gli approvvigionamenti, gestione della famiglia. Nei mesi del lockdown italiano più rigoroso, in coda al supermercato (per altro sempre ben fornito) ho più volte pensato ad equivalenti sovietici di quelle nostre situazioni. Solo lontanamente paragonabili, ma passibili di far pensare più che mai a quanto la cultura del consumo (e dello spreco) sfrenato abbia condizionato e minato esistenze e mentalità. Non sono molto ottimista in proposito: non mi aspetto che la “lezione” sia stata imparata. Vale la pena di non smettere di ragionarci sopra, ma una responsabile coscienza ecologica mi sembra ancora terribilmente lontana.

Chiunque abbia viaggiato in Russia e masticando un po’ di russo abbia conosciuto le persone del luogo, sa che i russi sono molto ospitali, gentili e rispettosi. Perché allora secondo lei molto spesso in Occidente si ha una visione distorta e poco corrispondente alla realtà del popolo russo?

Io stesso ho verificato nei miei decenni di frequentazione del Paese come la stessa persona, incontrata in un situazione pubblica-istituzionale potesse essere scostante e arrogante, mentre in un contesto privato e non formale si rivelasse gentile e affettuosa. La criptica commistione di complesso di inferiorità e di convinzione messianica (penso al Gogol’ di Anime morte) ha da sempre caratterizzato l’atteggiamento dei russi nei confronti dell’Occidente. Capaci di commuoversi davanti ai primi sproloqui nella loro lingua di uno studente straniero quanto di aggredire lo stesso se entrava in un ristorante senza essersi tolto il cappotto. Sono esempi banali, presi dell’esperienza quotidiana, ma aiutano a capire quella che a noi mediterranei-latini può sembrare posizione eccessivamente sentimentale o esageratamente rigida. Il turista di passaggio o lo straniero tipo non hanno modo, volontà né tempo di soffermarsi a indagarne le motivazioni culturali e adottano le soluzioni interpretative più scontate e stereotipate. Il solito vecchio problema di valutare e giudicare gli altri basandosi sulle proprie categorie culturali ritenendole onnivalenti e, soprattutto, migliori in assoluto.

Concludiamo parlando della sua ultima uscita, “Vagabondare a Berlino. Itinerari eccentrici tra presente e passato” (Raffaello Cortina 2020). Forse un libro non strettamente legato alla Russia, ma in diversi corsi e ricorsi della storia la strada per la Russia (e alcuni dei suoi miti) è passata da Berlino, per citarne alcuni: la Grande Guerra Patriottica, Alexander Platz, Ost-Berlin e si potrebbe continuare, senza contare che Berlino fu dimora di molti letterati russi. Ci racconta se alcuni di questi aspetti compaiono nel suo libro?

Berlino è legata a filo doppio alla Russia e anche all’Unione Sovietica. Anche il mio personale rapporto con Berlino è stato sempre mediato dai miei interessi per l’URSS. Il mio primo soggiorno a Berlino Est nel 1979 fu dovuto alla partecipazione a un convegno di docenti di lingua russa. Molte tappe successive mi ci riportarono sempre seguendo convegni dedicati alla cultura russa. Il mio modo di vivere la città (soprattutto prima della caduta del Muro), da alcuni anni mia residenza quasi permanente, ha sempre visto una, forse involontaria, comparazione con la realtà sovietica. Quanto la vita quotidiana fosse più rilassata nella DDR che non in URSS. Ricordo una mostra di una dozzina di anni al Gropius Bau di Berlino, Macht und Freundschaft (Potere e amicizia) che indagava i rapporti tra Prussia e Russia nell’Ottocento, quando principesse prussiane diventavano zarine di Russia. L’emigrazione massiccia successiva alla Rivoluzione d’ottobre avrebbe trasformato il quartiere di Charlottenburg in Charlottengrad, vista l’altissima quantità di russi che vi si erano trasferiti. Scrittori emigrati e in transito e case editrici che la NEP avrebbe autorizzato a dialogare con l’URSS avrebbero incredibilmente arricchito il panorama letterario. L’avanzata dell’Armata rossa durante la guerra, la presa del Reichstag, la frammentazione di Berlino e la successiva erezione del Muro avrebbero prepotentemente riportato la Russia alla ribalta in città. Nel mio ultimo libro-taccuino di viaggio non mi sono soffermato sulla letteratura russo-berlinese, ampiamente studiata e documentata, ma ho preferito indagare, sempre in chiave turistico-deambulatoria, alcune strade o complessi berlinesi imposti dal rapporto politico con l’Unione Sovietica e analizzati in relazione alla realtà nazista, precedente ma “parallela” sul fronte ideologico. La Karl-Marx-Allee, nata come Stalin-Allee nel 1949, il memoriale di Treptowerpark dopo sono sepolti migliaia di soldati sovietici, la cittadina di Eisenhüttenstdat, pure nata nel 1949 come Stalinstadt per realizzarvi un’acciaieria sul modello della sovietica Magnitogorsk, il Museo della capitolazione incondizionata nazista a Karlshorst, quartiere che era stato il quartier generale delle truppe sovietiche. Enclave di sovietismo, tra retorica amicizia di popoli e resistenze nazionalistiche, marcate URSS ma filtrate attraverso la storia, la cultura e la tradizione germanica. L’architettura staliniana a Berlino si è sovrapposta a quella hitleriana. Il modus vivendi del paese dei soviet ha contaminato la Germania facendo nascere una cultura ibrida che la riunificazione tedesca ha con fretta eccessiva spazzato via. Ho voluto proporre alcuni itinerari che offrissero spunti di riflessione su queste realtà prendendo le mosse dal decreto del Parlamento europeo che ha equiparato in una comune deprecatoria condanna nazismo e comunismo. Berlino è territorio su cui è possibile toccare con mano parecchi esempi di entrambe le fazioni e indagarne i prodotti e le pratiche di vita generate. Prestare loro un’attenzione non superficiale ma responsabile può aiutare a comprendere affinità e differenza tra i due totalitarismi del Novecento. Magari sdrammatizzando con una birra tedesca e una soljanka, la zuppa sovietica che in tutta la DDR era diventato piatto di culto, portato dall’Armata Rossa durante la sua avanzata e rivisitato nel procedimento di appropriazione.

Intervista a cura di Massimiliano Macrì con la collaborazione di Francesca Zuccaro