Eleonora Sacco

Intervista a Eleonora Sacco

Eleonora Sacco è la fondatrice del sito Pain de Route, una collezione di avventure spericolatissime, soprattutto a Est.

Insieme ad Angelo Zinna ha creato e cura il podcast Cemento di cui siamo grandi fan. Cemento parla di Est nuovo e vecchio, di viaggi e curiosità sovietiche.

Abbiamo deciso di intervistare Eleonora non solo perché è una grande esperta di Russia e Asia centrale, ma anche per farci raccontare di più sul suo primo libro “Piccolo alfabeto per viaggiatori selvatici” edito quest’anno da EDEA.

La nostra domanda di rito, com’è nata la tua passione per la Russia e la sua cultura?

Negli anni, andando a ritroso nei ricordi, ho individuato quel momento con precisione – anche se non è l’unico. È quando, a diciott’anni, ho accettato di andare a vedere a Milano BookCity una lettura teatrale tratta dallo spettacolo “Donna non rieducabile” di Stefano Massini, originariamente interpretato da Ottavia Piccolo, e dedicato alla vita e all’etica di Anna Politkovskaja. È stato un fulmine a ciel sereno, uno shock reale: sono uscita da quella sala buia che ero già diversa. Sulla Cecenia, poi, ho fatto la tesina di maturità e tenuto un’assemblea a scuola. La vicenda di quel pezzettino di terra mi aveva letteralmente risucchiata. Ho iniziato a studiare con voracità, cercando immagini, video, libri, articoli, reportage, qualsiasi cosa riuscissi a reperire nei meandri di internet. Della Russia, dopo aver letto delle guerre cecene, avevo un gran timore. La percepivo come un luogo del male, da avvicinare pian piano per provare a capirla, ma dove non entrare mai; eppure non potevo smettere di leggerne. Poi, in un primo viaggio da sola a ventun anni, sono stata a Riga e a Vilnius. Negli ostelli ho conosciuto i primi russi della mia vita: una era una ragazza del Marij El. Siamo finite a parlare in cucina fino all’alba, davanti a una decina di tazze di tè, in quelle conversazioni profonde e magnetiche che accadono in Russia, e che senz’altro i lettori di RiT conosceranno benissimo. Ecco, lì la paura ha iniziato a sgretolarsi. A luglio dello stesso anno (era il 2015), al Finlandskij Vokzal di San Pietroburgo, salivo su un treno diretto a Murmansk, con tappa alle isole Soloveckie. È stato un viaggio sconvolgente e illuminante. All’epoca della Russia non sapevo proprio nulla, ma i russi mi hanno presa ed educata con una dedizione e una cura uniche.

Mosca

Eleonora, tu hai viaggiato in lungo e in largo per la Russia e le ex-repubbliche sovietiche. Ci diresti 3 posti da visitare assolutamente e 3 posti da cui forse è meglio tenersi alla larga?  (specifica il perché se possibile).

Mi mettete in difficoltà, perché con questa lista spezzerò un sacco di cuori. Tre luoghi sono troppo pochi, ma persevero nel mio cercare e apprezzare i luoghi periferici, remoti.

Il primo è la Georgia: un Paese magnifico, che parla a noi italiani in una lingua familiare. C’è molto più da scoprire di quello che sembra, e l’ospitalità georgiana è una delle migliori al mondo. Se inizio a parlare del vino, o del canto polifonico, o dei pastori del Tusheti e le torri dello Svaneti, non la finiamo più. Quando si potrà tornare, dev’essere in cima alla vostra lista. Tassativamente.

Il secondo è il Pamir. Una regione di una bellezza naturale impressionante, dove la Via della Seta è pura realtà (tanto quanto gli stambecchi locali, chiamati Marko Polo). In Gorno-Badachšan vive una popolazione non tagica, i pamiri, che sono ismailiti e venerano l’Aga Khan, principe che noi conosciamo meglio come imprenditore nel lusso in Costa Smeralda, residente in Svizzera, ma che li ha letteralmente salvati dalla fame durante la guerra civile negli anni ’90. Queste persone sono speciali. Sono di origine indeuropea, molti di loro hanno splendidi occhi azzurri o verdi e vivono separati dall’Afghanistan da un fiume a tratti strettissimo, vivendo di agricoltura e pastorizia, anche se nella loro capitale, Chorug, c’è un piccolo aeroporto e un’università. Sono persone dall’accoglienza incredibile, la più grande mai sperimentata in vita mia. Solo entrare in una delle loro case, costruite come dei templi con un lucernario in mezzo alla stanza principale, perché cielo e terra siano connessi, è un’esperienza unica.

Il terzo è il Dal’nij Vostok russo, perché mette in discussione il concetto di Russia che noi europei abbiamo in mente. È Russia a strettissimo contatto con l’Asia orientale, dove si mangiano granchi, alghe marinate, nero di seppia, pesce del Pacifico. I ragazzi di lì studiano giapponese, cinese o coreano. Mosca sembra lontanissima, quasi in un altro Paese. Non ho visitato la Kamčatka né le isole Curili o la Čukotka, ma vorrei moltissimo. Per ora, vi posso parlare di Sachalin, isola nota ai più per il petrolio, o per la katorga zarista. Sachalin mi è letteralmente capitata, mentre sistemavo uno scaffale nella biblioteca di slavistica della mia università. Ho aperto L’isola di Sachalin di Čechov, e ho iniziato a leggere. E così la mia Transiberiana è stata deviata fino all’isola.

Foto dalla Transiberiana di Eleonora

Quando sarà di nuovo possibile dove farai il tuo prossimo viaggio?

In Armenia, per andare a trovare le mie amiche che hanno sofferto quest’ultima, devastante guerra del Nagorno-Karabach. È quasi un dovere morale per me, per mostrare rispetto e solidarietà a loro. Se non si potrà, credo andrò in Russia, che non è mai abbastanza. Da tempo studio la Jacuzia o la Kamčatka.

Mentre aspettiamo che aprano le frontiere, si può “viaggiare” virtualmente, ci racconti dei Poputchik che organizzi su Pain de Route?

Dopo qualche settimana di forte demotivazione, ho iniziato a chiedermi cosa potessi creare che fosse il più possibile vicino al viaggio vero. Una mattina mi sono svegliata con l’idea giusta: scomodare la mia rete di contatti a Est e farla diventare le nostre gambe e i nostri occhi, con tour live e virtuali di strade, quartieri, monumenti particolari, raccontati da guide professioniste, studiose di beni culturali e italiane che lavorano all’estero. Insieme a loro, ho messo a punto un programma di oltre quindici appuntamenti che dureranno fino a fine febbraio. Ogni weekend, una città diversa, per un’ora e mezza. La cosa che li differenzia da un qualsiasi video o documentario è la possibilità di interagire, fare domande, chiacchierare delle persone di cultura e attualità, ma anche l’imprevedibilità. In nessun Poputchik, che si chiama così proprio come tributo al compagno di viaggio inaspettato, si può sapere se ci sarà sole, neve, caldo o freddo; se si incontrerà qualcuno che attaccherà bottone con la nostra guida lungo la strada; se riusciremo a trovare aperto quello splendido palazzo di Tbilisi (spoiler: era aperto!).

Kazan

Noi di RIT abbiamo amato moltissimo Cemento. Ci racconti come nasce l’idea di questo podcast?

L’idea nasce da Angelo Zinna, viaggiatore che, come me, ha girato estensivamente l’Asia, ma anche l’ex URSS. Mancava un podcast di viaggi in italiano dedicata all’area ex sovietica e abbiamo pensato di crearlo noi, unendo le forze. Stavo per salire su un volo per Teheran quando, da un ostello in Kirghizistan, mi ha chiamata un po’ a sorpresa, proponendomi di fare un podcast. Era a settembre dell’anno scorso e di podcast non ne avevo mai sentito neanche uno. Ho accettato con un po’ di scetticismo, ma tra noi è nata una bella amicizia e il podcast ha spiccato il volo da solo, le idee hanno iniziato a venire una dietro l’altra e in un anno abbiamo superato gli 80.000 ascolti. La prima stagione è introduttiva e dedicata alla cultura generale. Abbiamo cercato di valorizzarne diversi macro aspetti, dalla cucina all’architettura brutalista, o di parlare di temi caldi da un punto di vista etico (per esempio, il turismo a Černobyl). La seconda stagione ha seguito il motivo del fallimento, anche per sdrammatizzare tutti i piani saltati del nostro 2020, parlando di grandi opere, idee abbandonate sul più bello, repubbliche non riconosciute, missioni spaziali e scalate a montagne ritenute impossibili. La terza invece racconterà storie, eventi, guerre e assurdità degli anni ’90.

Ci racconti un po’ com’è nata l’idea del libro?

L’idea di questo libro l’ho avuta a diciott’anni mentre ero al mio primissimo viaggio con gli amici, in tenda e autostop nelle Cicladi. Le esperienze selvatiche della me diciottenne erano talmente forti che avevo iniziato a compilare un documento fatto di titoli di una sola parola: amici, notte, tenda, autostop, paura, fame e così via. Era un modo per mettere nero su bianco tutto il nuovo ventaglio di sensazioni crude, selvatiche, dirompenti che avevamo sperimentato in quell’avventura spericolata, fatta di un errore dietro l’altro. È stata Alessandra, la mia editor, a dirmi che era una buona idea e che avremmo potuto svilupparci un libro.

In realtà il Piccolo alfabeto è un libro su tre livelli. C’è quello narrativo, legato alle parole e ai loro molti significati; c’è quello pratico, fatto di schede con piccoli trucchi del mestiere su temi ricorrenti del viaggiare selvatico, come il CouchSurfing, l’autostop, la tenda, le lingue straniere, ma anche le mappe offline sul cellulare. E poi c’è quello etimologico, fatto di specchietti che collegano tra loro parole lontanissime, scavando nella loro etimologia fino al proto-indeuropeo ricostruito. È così che la tanto amata berëza russa si collega con la cantante islandese Björk, la matematica col dio zoroastriano Ahura Mazda, Kierkegaard e Stalingrado. Questi livelli sono intrecciati tra loro, perché ognuno integra l’altro a suo modo, ricordandogli che ci sono molti modi di viaggiare, fisicamente e non.

I racconti si estendono da memorie della mia infanzia, che col senno di poi sono diventate segnanti – come quella volta che in Croazia mio padre autostoppò con due bulgari tatuati per trovare un trattore che ci tirasse fuori la macchina da un pantano in cui eravamo finiti – agli ultimissimi viaggi prima del Covid, come i Carpazi ucraini e la Transiberiana. Geograficamente, si va dal Lago Maggiore a Sachalin, con tappe in Palestina, Caucaso, Mosca, Čuvascia e Marij El, Tatarstan, le montagne del Kirghizistan, l’Uzbekistan e il Pamir, Sachalin e la Siberia.

E da appena oltre la Siberia arriva l’estratto del libro per i lettori di RiT. Tappa imprescindibile della mia Transiberiana è stata la Buriazia, dalla terra rossa e identità sfumata. Se già per Mosca e San Pietroburgo vale la regola che bisogna uscire dalla città per capirla meglio, a maggior ragione questo è importante in luoghi stratificati e compositi come le repubbliche e le vaste regioni siberiane dove si mescolano diversi popoli e culti. Ed è così che da Ulan-Ude mi sono avviata verso il grande complesso di templi buddisti di Ivolginsk.

*Per praticità, trasparenza fonetica e accessibilità, tutti i nomi stranieri del libro, eccetto quelli già di uso comune in italiano, sono stati traslitterati secondo lo standard BGN/PCGN in uso per i nomi geografici in Regno Unito e Stati Uniti, che non prevede segni diacritici.

Un estratto dal libro

Da Steppa pp. 248 – 251

C’è un caldo assassino, il termometro in stazione segna trentun gradi e solo il 19% di umidità. Scendo dal treno e mi abbaglia una luce del Sud, calda, piena, che traccia ombre scure e decise. In effetti, per essere in Russia, il 51° parallelo è davvero a sud. Ma possibile che a Ulan-Ude non ci sia un marciapiede intero?

Che strano vedere strade polverose nella capitale di una repubblica. Tanto polverose e secche d’estate quanto sommerse di neve e battute dai venti d’inverno. Ma forse a Mosca non frega niente di questa appendice di Mongolia sconfinata per sbaglio nell’impero. Il datsan di Ivolginsk è stato costruito nell’immediato secondo dopoguerra. Una delegazione di monaci buddisti si è presentata presso Stalin, che aveva passato tutti gli anni Trenta a demolire chiese, moschee e altri edifici religiosi. Gli chiesero di poter costruire il tempio buddista più grande di tutta l’URSS. Nessuno gli avrebbe dato un centesimo, ma Stalin acconsentì. Vi è custodito il corpo miracolosamente conservato nei decenni del più grande dei lama buriati, morto meditando nel 1927. Aprirono la tomba trent’anni dopo, e pelle e capelli erano ancora lì come se il lama fosse morto il giorno prima.

Ed è così che oggi la steppa si interrompe poco oltre Ivolginsk, dove sorge un enorme complesso di templi buddisti di legno intagliato. Il silenzio della canicola estiva è rotto solo dal ronzare delle mosche e dal canto ripetitivo di qualche lama vestito di rosso con la stola gialla. Ulan-Ude è provincia prima ancora che finisca la città. Basse case di legno danno un aspetto povero al lungofiume, in una rovente piana circondata da montagne smussate, boscose, ma di un nero opaco. La steppa rimane sempre in agguato là fuori. Le mucche la brucano annoiate, le case diradano e il paesaggio si infuoca sotto il vento caldo di questi trentun gradi. Lascio i colori abbaglianti dei datsan, tramortita dal complesso che intervalla tradizionali dacie siberiane con dragoni, leoni allucinati e preghiere dipinte su cilindri da far ruotare in senso orario intorno al tempio principale. Interni perfetti per mandare in crisi un daltonico, pagode dalle forme anti-gravità, statue di animali in plasticaccia dozzinale si alternano a intagli finissimi nel legno, smaltature fatte con cura, sfarzo e dedizione che esalano tranquillità. Un luogo a metà tra un parco a tema tibetano e un centro di spiritualità potentissimo, ma che non risparmia quel tocco di barocco kitsch che caratterizza tutta la ex URSS, in un crescendo irresistibile che evidentemente ha Ivolginsk tra le sue punte migliori.

Al negozio di souvenir vendono incensi per ogni malore, statuette votive e collane buddiste, ma qui e lì spuntano matrioske e tradizionali cucchiai russi in legno smaltato. Un pot-pourri disorientante che mi richiama alla realtà, al ventunesimo secolo, in cui la Buriazia è una delle tante repubbliche sconosciute all’estero di quella che si chiama ancora Federazione Russa.

Salgo sulla marshrutka del ritorno con due monaci in saio. Una signora mi chiede tutta trafelata se l’autobus va in città. 

Non capisco molto bene e chiedo:

«Intende a Ivolginsk?».

Mi tradisco con una semplice domanda: uno del posto non avrebbe chiesto di quale città si stesse parlando. In viaggio, mi piace mimetizzarmi il più possibile, giocare con le persone a far finta di essere una di loro. Mi fa sentire una spia sotto copertura, attenta a controllare ogni vocale, ogni consonante di quello che dice per non destare sospetti. La signora attacca subito bottone, dandomi, immancabilmente, del voi.

Quando le chiedo come si chiama, Lyubov si impettisce e sorride fiera di fronte alle nipotine.

«Lyubov Federovna. Ero un’insegnante».

«Di cosa, se posso chiedere?».

«Di metodologia dell’insegnamento, ho lavorato tanti anni a Ulan-Ude».

Lyubov paga parlando in buriato, quasi sottovoce. Ma basta superare la piccola città di Ivolginsk verso Ulan-Ude perché il buriato, che prima era un sussurro impercettibile, svanisca del tutto in favore del russo. Sono sufficienti poche parole per far capire in che territorio siamo e chi è che comanda. I confini da queste parti sono molti e invisibili, ma chiarissimi per chi li attraversa. Proseguiamo il discorso, le racconto della mia Transiberiana fino al Pacifico.

«Vladivostok è una bella città. Mio marito ci andava per cantare, sai. Era un cantante buriato. Ma è tanti anni che non c’è più, ormai».

Lyubov alza le mani al cielo, come se dovesse benedirlo, e si mette un foulard in testa. Una donna che si chiama «amore», che traghetta le nipotine tra due mondi che si sfiorano. Si muove con una scioltezza invidiabile, passando da una cornice all’altra senza fatica. Nella nostra marshrutka sono quasi tutti buriati, c’è qualche russo, e poi ci sono io, che mi sento un po’ trasversale.

I russi di qui fanno lo stesso effetto dei russi dell’Asia Centrale: tutti bruciati dal sole, gli occhi azzurri stralunati, quasi piovuti dal cielo, con i loro vestiti a fiori slavati e i gioielli vistosi. Non hanno gli occhi giusti per vedere in fondo alla steppa, per chilometri e chilometri, non hanno il viso largo per fermare il vento secco. A ogni loro mossa, penso che non siano fatti per stare da queste parti. Dai finestrini oscurati, le montagne sembrano ancora più viola, ancora più infuocate.

Finché non superiamo il ponte sull’Uda e si ripopola il sottobosco di casette schiacciate a terra, la polvere e i marciapiedi inesistenti della capitale. Torna l’urbanità. Torna la Russia.

 

Intervista a cura di Marcello De Giorgi e Massimiliano Macrì