All’insegna del cane. Il cabaret artistico di San Pietroburgo che divenne simbolo dell’Epoca d’argento

Leningrado, 1941. L’ennesimo allarme di incursione aerea sovrasta il rumore della città e mette in fuga i passeggeri di un tram che si riversano in strada. Presi dal panico, corrono verso un cortile e scendono in un piano interrato… Quando Anna Achmatova e il critico letterario Boris Tomaševskij ripresero fiato e si guardarono intorno, Anna Andreevna riconobbe quelle vecchie pareti…

Erano già passati 25 anni da quando la poetessa era solita recarsi lì, al rinomato caffè artistico Cane vagabondo. Nel 1943, Anna Andreevna, evacuata a Taškent, completa la prima versione di Poema senza eroe e ricorda nuovamente quella nota taverna pietroburghese: «Alla cattedrale di Sant’Isacco alle sei in punto… // a vanvera vagheremo nell’oscurità // da lì ancora al “Cane” …».

Ma ritorniamo a Pietrogrado, in quella cantina chiassosa e allegra, che odorava di vino, tabacco e profumo. Il Cane vagabondo ha avuto una vita breve ma intensa, diventando simbolo dell’Epoca d’argento. Ma qual era il suo volto? 

I memoriali di coloro che lo frequentavano testimoniano opinioni differenti, dall’ammirazione al disdegno. Proprio dai memoriali, come fossero schegge di un caleidoscopio, è semplice comporre un disegno originale. Tuttavia, tali ricordi sono soggettivi e, per questo motivo, non bisogna considerare l’immagine vivida che ne risulta come una fotografia.

Manifesto del caffè parigino Gatto nero a Montmartre, 1896. Litografia di T. A. Steinlen

DAL “GATTO” AL “CANE”

Tutto aveva avuto inizio con i francesi. La prima idea di un club notturno per poeti venne realizzata a Parigi nel 1881: si trattava del rinomato Gatto nero, Chat Noir. Il cabaret divenne presto il luogo più in voga di Parigi. Di lì a poco simili locali fecero la loro comparsa anche in altre città europee. Nella Russia di Alessandro III non era possibile nemmeno immaginare un posto del genere, lo zar non avrebbe approvato. Per i francesi era stato semplice ma nessuno avrebbe contraddetto la Madre Russia.  

Tra gli antenati del Cane vagabondo è possibile annoverare La lanterna verde, Arzamas e Il gruppo dei cinque. Il successo del Cane vagabondo è stato preceduto da diversi esperimenti di “cabaret russo”. A questo proposito, primo fra tutti, bisogna ricordare Il pipistrello, club di attori, fondato a Mosca nel febbraio del 1908, grazie all’impegno degli attori del MChAT (Teatro d’Arte di Mosca). Un altro predecessore fu La casa dell’intermezzo, teatro attivo a San Pietroburgo nel 1910 e di cui fecero parte Mejerchol’d e Boris Pronin. Infine, non bisogna dimenticare le riunioni presso la “torre” di Vjačeslav Ivanov.

8 novembre 1913: serata in onore di K. Bal’mont presso il Cane vagabondo

Il sogno di un club, dove personalità dalla verve creativa potessero esprimere sé stesse senza remore, aleggiava nell’aria e aveva bisogno di un organizzatore entusiasta, che non tardò a trovarsi. L’organizzatore in questione fu Boris Pronin, proveniente da una famiglia di raznočincy della città di Černigov. Pronin studiò dapprima all’Università di San Pietroburgo, poi a quella di Mosca, dalla quale venne espulso, nonché cacciato via dalla città, per aver partecipato a disordini studenteschi. Viaggiò molto. Quando vi fece ritorno, si iscrisse al corso di regia della scuola del Teatro d’Arte di Mosca. Nel 1905, Stanislavskij presentò Pronin a Mejerchol’d, il quale lo assunse come collaboratore.

A quel tempo, Pronin aveva già maturato l’idea di un cabaret notturno. È degno di nota il fatto che, tanti anni dopo, nel 1930, Pronin tornò a Leningrado e stabilì la sua dimora lì, dove precedentemente si trovava il Cane vagabondo. Ma questa è tutta un’altra storia.

L’idea di un cabaret per bohémien nacque nel 1909, contemporaneamente alla fondazione della Società del Teatro Intimo. I suoi fondatori furono i registi Aleksandr Mgebrov, Nikolaj Evreinov, Fedor Komissarževskij, Boris Pronin e lo scrittore Aleksej Tolstoj. Boris Pronin tentò di mettere in pratica il progetto a Mosca ma senza successo. Si trasferì a San Pietroburgo mosso dal sogno di realizzare una “comunità di dissennati”, secondo l’espressione usata da Mejerchol’d. Pronin cercò un luogo adeguato a lungo e infine scelse il piano interrato della palazzina Daškova (al numero 5 di Piazza Isskustv), dove lui stesso vivrà. Tempo addietro, in quella cantina veniva conservato il vino ma in quel periodo era in disuso e Pronin, che la prese in affitto con l’aiuto generoso di alcuni mecenati, ne divenne affittuario e titolare (con tale dicitura fu registrato presso l’ufficio del sindaco) e venne formato un comitato di membri fondatori per dirigere il futuro cabaret. Così, nel 1912, nacque a Pietroburgo il Cane vagabondo
 Il cabaret fu fondato come luogo pubblico e per questo registrato come club della Società del Teatro Intimo. La “cantina” della Società del Teatro Intimo aprì le sue porte la notte del 1° gennaio 1912. Agli ospiti vennero fatti recapitare appositi inviti.

Boris Konstantinovič Pronin (1875-1946), attore, regista, esponente teatrale

LA LEGGENDA DEL METICCIO

«Che bello, oh mamma, un bijou» esclamava Pronin. «Ci sarà tutto, funzionerà tutto a meraviglia… oh, sì, sarà tutto fantastico!», ricordava lo scrittore Boris Zajcev. Come non credere a tanto entusiasmo? Boris Pronin era considerato l’anima del Cane vagabondo. Il nome di questo coinvolgente progettista era conosciuto in tutti i circoli artistici. Pronin non era un poeta o uno scrittore, era una parte di quella forza creativa che contribuiva proficuamente al bene comune. Senza l’instancabile Pronin, e i suoi progetti, nulla sarebbe stato possibile: le folli fantasticherie, le tavolate notturne, quell’allegria, quella spensieratezza e quella baldanza, che successivamente venivano ricordate dai presenti con nostalgia. E non sarebbe esistito nemmeno il Cane vagabondo. L’instancabile Pronin aveva una fervida immaginazione e contagiava con le sue fantasie tutti quelli che gli stavano attorno. Nei suoi biglietti da visita si leggeva: “Dottore in estetica Honoris Causa”. Сon le sue parole, travolgeva l’interlocutore mentre gli cingeva le spalle. Alcuni dei suoi numerosi progetti alla fine “si rivoltavano”, come diceva il “dottore dell’estetica”, ma questo non lo scoraggiava nemmeno un po’.

«Guarda chi c’è! Chi non muore si rivede! Dove eri finito? Andiamo!», indicando con un gesto una direzione qualunque,      «I nostri sono già tutti lì». E si precipitava subito verso qualcun altro, qualcuno di nuovo che, naturalmente, restava sorpreso da quell’incontro così amichevole. Pronin lo aveva scambiato per un’altra persona o cosa? Niente affatto! Chiedetegli chi abbia appena salutato o a chi abbia appena dato una pacca sulla spalla. Probabilmente farebbe spallucce e risponderebbe «Che diavolo ne so…», scriveva il poeta Georgij Ivanov.


Fedor Fedorovič Komissarževskij (1882-1954), regista teatrale, insegnante, pittore

Tutti rimanevano affascinati da Boris, dalle sue mani affusolate, dai suoi occhi ardenti e dal suo sorriso giocondo. Metteva anima e corpo in quel che faceva, era devoto all’arte e innamorato di essa. Solo una persona in grado di “effondere entusiasmo” poteva esser l’organizzatore di quel bizzarro cabaret che era il Cane vagabondo. Le rivoluzioni avevano luogo sia nel Paese che nell’arte: gli artisti erano alla ricerca di nuove forme espressive. Appassionati, di talento e intrepidi, vivevano di creatività e il Cane vagabondo era la loro singolare Arca di Noè.

Nessuna regola convenzionale vigeva nella cantina. Ed è per questo che, i frequentatori abituali cercavano di suscitare indignazione nei presenti, sottolineando la propria marginalità sociale, che fosse reale o meno.  Come ha ricordato, durante il suo periodo da esule, il critico letterario Viktor Chovin «lì non si nascondeva ciò che è socialmente accettato nascondere. Gli alcolisti e i tossicomani si palesavano senza maschere. Gli intrighi d’amore si intrecciavano sotto gli occhi di tutti e tutti sapevano che una certa poetessa teneva un bellissimo taccuino, dove appuntava scrupolosamente i nomi dei suoi amanti, il cui numero, già da tempo, aveva superato 100. Non c’era da sorprendersi nel sentir dire ad un uomo “ieri sono stato dal mio amante” e in generale era difficile che un’affermazione del genere potesse stupire o scandalizzare coloro che frequentavano il club».

Ju. P. Annenkov. Ritratto di N. V. Petrov, 1921

Sulla scelta del nome dato al cabaret esistono diverse versioni. Secondo uno dei suoi fondatori, l’artista Sergej Sudejkin, accadde la seguente. Dopo aver visitato la cantina, lui e Pronin incontrarono per caso un vagabondo che vendeva un сagnolino, Pronin si intenerì e disse a Sudejkin: «Compralo, sarà il nome del nostro locale!». Sudejkin comprò il “cagnolino vagabondo” per due rubli d’argento. Facendo riferimento alla versione del regista Nikolaj Petrov, una volta, alla ricerca di un locale per il cabaret, Aleksej Tolstoj disse: «Non sembriamo dei cani randagi in cerca di un rifugio?». Lo stesso Boris Pronin scriveva: «Mi è venuta l’idea di creare un cabaret dall’atmosfera romantica, dove noi “cani randagi” possiamo appartarci, mangiare a buon mercato ed essere noi stessi: “cani abbandonati e vagabondi”. Avevo paura di chiame il locale “Cane vagabondo”, pensavo che ci volesse un nome forte, ma venne da sé, e in effetti il mio pensiero era rivolto proprio ai cani senza dimora». La metafora di un cane vagabondo calzava a pennello: nella poesia “I cani buoni”, Baudelaire paragona i bohèmien a dei cani abbandonati.

La cantina, di giorno fredda e impregnata di vino, vuota e inospitale, di notte si trasformava in luogo di vivaci incontri tra artisti. Il Cane vagabondo divenne un cabaret, dove persone dagli interessi affini si ritrovavano per fare conoscenza, godersi il riposo e divertirsi. All’inizio fu deciso che gli ospiti potevano entrare ogni mercoledì e sabato. Ma alla fine, le porte della cantina erano aperte tutti i giorni, o per meglio dire, tutte le notti. Si tenevano mascherate, serate all’insegna della poesia, spettacoli satirici, conferenze, dibattiti, serate d’onore, danze e a volte banchetti; durante le rappresentazioni teatrali, la sala non veniva divisa in attori e spettatori.

1924: Anna Achmatova e Ol’ga Glebova-Sudejkina nell’appartamento al n° 2 di canale Fontanka

 GUANTI E “FARMACISTI”

Un arredamento semplice, un camino in pietra e un pianoforte. Su una parete, uno specchio ovale e sotto di esso un lungo divano, posto particolarmente d’onore. Nella sala principale c’era un tavolo rotondo su cui pendeva un famoso lampadario circolare, in legno, con lampadine a candela, sorretto da catene e realizzato dal pittore Nikolaj Sapunov. L’attrice Ol’ga Vysotskaja aveva lanciato sul lampadario un lungo guanto bianco. Invece, il regista Nikolaj Evreinov aveva posto su una delle candele una maschera di velluto nera (secondo un’altra versione, anch’egli lanciò un guanto bianco). Questi oggetti abbellirono il cabaret lungo tutta la sua vita. A sei mesi dall’apertura, Nikolaj Sapunov morì annegato… Nella notte del suo ultimo Capodanno egli dichiarò che Vysotskaja ed Evreinov avevano integrato la sua opera nel miglior modo possibile.

1913: Nikolaj Ivanovič Kul’bin (1868-1917), pittore

Le persone banali non riuscivano a digerire il Cane vagabondo, invece, i suoi padri fondatori e i frequentatori abituali erano uomini brillanti. Sergej Sudejkin e Nikolaj Sapunov avevano la fama di essere gli artisti di teatro più ricercati e talentuosi di quei tempi. Erano entrambi le colonne portanti del Cane vagabondo. Nonostante l’inconciliabilità di fondo del loro carattere, Sudejkin e Sapunov erano amici, anche se in modo strano: litigavano tutto il tempo. Sapunov aveva una personalità enigmatica, era superstizioso, riservato, solitario e viveva in modo estremamente frugale. Sudejkin, al contrario, apprezzava il lusso più sfrenato ed era considerato un dandy. Presuntuoso esteta-erotomane, parlava a mala pena e con disprezzo, ma si trasformava quando il discorso verteva sull’arte; allora lasciava cadere la sua maschera di cinismo e diventava una persona sorprendentemente piacevole. Era stato conquistato dai colori e dalle forme, così come dalla moglie, Ol’ga Glebova-Sudejkina, che lui vestiva con abiti stravaganti e che poi spogliava… non era una semplice musa: era una Colombina nelle mani del suo burattinaio. E il poeta Michail Kuzmin era Pierrot, autore del secondo “inno al Cane”, dove evocava, tra le righe, le figure chiave del cabaret (il primo inno al Cane vagabondo era stato composto dal poeta Vsevolod Knjazev – N.d.A):

<…>
Lì c’era Belkin, c’era Meščerskij,
C’era il cubista Kul’bin.

Come in una compagnia di granatieri,
Conduce l’intrepido Sudejkin,
Proprio Sudejkin, proprio Sudejkin,
Il signor Sudejkin in persona.
<…>

L’espressione “Il cubista Kul’bin” si riferisce, naturalmente, al poeta, musicista e teorico avanguardista Nikolaj Kul’bin, che capitò al Cane vagabondo al terzo giorno d’apertura. Boris Pronin lo definiva il re degli bohèmien, un filosofo, ma Nikolaj Ivanovič era stato, tra le altre cose, medico di guerra presso lo Stato Maggiore dell’esercito russo e consigliere di V classe. Non aveva ricevuto nessuna educazione in campo artistico ma conosceva bene il movimento Bohème e lo apprezzava. Viveva per l’arte ed era bravo a scovare nuovi talenti.

Ju. P. Annenkov. Ritratto di N. N. Evreinov, 1916

Furono Pronin e Kul’bin a dipingere le pareti del cabaret. Il doloroso tripudio di colori ricordava “I fiori del male” di Baudelaire. Ahimè, le ninfe e i moretti dipinti furono portati via dal tempo e dall’umidità. All’entrata del cabaret figurava uno stemma, disegnato dal pittore Mstislav Dobužinskij, e raffigurante un cagnolino triste che appoggiava la zampa su una maschera classica. Gli inviti al Cane vagabondo, i manifesti, i programmi delle serate, venivano stampati su carta, bollata con l’immagine dello stemma e la scritta Società d’Arte del Teatro Intimo – SPB.

Gli ospiti accedevano alla cantina attraverso una scala stretta e ripida, che si trovava sotto una pensilina. All’ingresso della sala principale c’era uno scriviritto, su cui si trovava il grande Libro del maiale, un grosso volume in pelle di maiale. Gli ospiti, ad eccezione dei “farmacisti” dovevano registrarsi. Il primo libro di questo tipo venne portato da Aleksej Tolstoj la sera dell’inaugurazione, il quale vi scrisse una poesia che fungeva da incipit. Tolstoj suggerì un punto rigoroso dello statuto del cabaret: «A nessuno e per nessun motivo viene pagata una retribuzione. Tutti lavorano gratuitamente». Purtroppo, i Libri del maiale andarono persi negli anni della rivoluzione.

Durante la prima serata al Cane vagabondo Nikolaj Sapunov disse solennemente: «Si vieta strettamente l’accesso ai farmacisti e ai droghisti!» (dal francese droguist, colui che vende prodotti farmaceutici – N.d.A). Con questo termine si intendevano gli estranei, soprattutto per spirito. “Farmacisti” venivano definiti coloro che erano lontani dall’arte, che indossavano frac e sparato, che odoravano di acqua di colonia e volgarità… insomma, i filistei. Ma l’atteggiamento sprezzante nei confronti dei “farmacisti” non impediva ai “cani vagabondi” di accettare soldi per pagare il vino che bevevano i bohèmien: dopotutto, il “farmacista” che pagava il vino al poeta era già un “mecenate”!
Secondo testimonianze di coloro che partecipavano alla vita del cabaret, i “farmacisti” apparvero sei mesi dopo l’apertura, a quanto pare, come misura necessaria per il suo stesso mantenimento.

1910: Tamara Platonova Karsavina (1885-1978), ballerina

Nikolaj Cybul’skij, detto Cybulja o conte O’ Contrer, era collaboratore di Pronin, nonché compositore, anche se non aveva concluso gli studi al conservatorio, e illustre pianista improvvisatore. Quando il Cane vagabondo aprì, aveva 33 anni ed era già un completo alcolista, affaticato e trasandato. Il vivace Pronin e lo scettico Cybul’skij formavano un duetto curioso, si completavano a vicenda. Una volta, avendo bevuto un po’ troppo, Pronin, che solitamente era pacioso, ebbe una lite con un ospite, un certo avvocato. Il motivo della lite era una sciocchezza, tuttavia l’avvocato sfidò a duello “l’hund-direttore” (hund in tedesco significa cane – N.d.A.). L’indomani mattina, Pronin, che nel frattempo aveva smaltito la sbornia, e Cybul’skij si consultarono. Poiché rifiutare di battersi a duello era disonorevole, arrivarono alla conclusione che si sarebbe dovuto battere a colpi di rivoltella. Pronin rimase in casa e inviò un sobrio e sbarbato Cybul’skij dall’avvocato, nelle vesti di padrino del duello. O Cybul’skij si rivelò un eccellente diplomatico o l’avvocato era un tipo meraviglioso o il cognac aveva fatto il suo effetto, visto che se lo scolarono in tre.

Il Cane vagabondo era come un piccolo regno, Nikolaj Kul’bin era considerato l’ideologo mentre a capo del “gabinetto dei ministri” c’era l’hund-direttore Boris Pronin. Il cabaret aveva anche la sua onorificenza: la medaglia del Cane.

Il locale era un club ristretto. Il libero accesso era riservato solo ai membri effettivi, gli ospiti, invece, potevano entrare con l’invito. Il Cane vagabondo fu il primo cabaret in Russia, e probabilmente l’unico, la cui attività non comportava un guadagno finanziario, anche se i biglietti d’ingresso per i non membri erano piuttosto costosi.

Invito per Anna Achmatova alla serata di danze di Tamara Karsavina presso il Cane vagabondo

GLI OSPITI SI RECAVANO ALLA CANTINA IN GRAN NUMERO

Di solito ci si riuniva intorno alla 11 di sera per andare via verso le 4 o le 6 di mattina. L’attrice Lidia Ryndina ha ricordato che all’inizio, al cabaret, non c’era un programma predefinito e che le improvvisazioni avvenivano spontaneamente. Molti poeti erano frequentatori abituali: Anna Achmatova, Nikolaj Gumilev, Michail Zenkevič, Osip Mandel’štam, Vladimir Majakovskij, Velimir Chlebnikov, Georgij Ivanov, Georgij Adamovič. Vi bazzicava Teffi e ci andavano pure Nikolaj Kljuev, Michail Kuzmin, Aleksej Tolstoj, Elena Guro e l’artista Mstislav Dobužinskij. Anche Lev Bakst si recava al Cane vagabondo.

Quando personalità illustri arrivavano dall’estero, il cabaret rimaneva aperto tutte le notti della settimana. Così accadde durante le settimane in cui vi furono Filippo Marinetti, fondatore del futurismo, e il simbolista Paul Fort. Non andò a buon fine, invece, la visita dell’attore comico Max Linder: «Noi, artisti bohèmien, è come se all’improvviso ci fossimo cuciti la bocca in presenza di un elemento alieno, come se un corpo estraneo fosse caduto in un brodo impregnato di batteri che coesistono pacificamente», scrive con stizza il poeta Vladimir Pjast, ricordando la visita di Linder.

Ai tempi delle tourneè del MChAT a Pietroburgo, anche Evgenij Bachtangov frequentava la cantina. Vsevolod Mejerchol’d non si faceva vedere da quelle parti perché «così si era impuntato, dal momento che era molto geloso di ciò che non aveva inventato lui». Nemmeno Aleksandr Blok ci andava, per lui il Cane Vagabondo era “il luogo comune dei letterati”. Sua moglie Ljubov Dmitrevna, invece, ci si recava di tanto in tanto.

L’arrivo di un nuovo ospite veniva annunciato da colpi suonati su un enorme tamburo, situato nella sala principale. A volte, il compito della “guardia” veniva assolto da Vladimir Majakovskij «che si sdraiava sul tamburo e assumeva la posa di un gladiatore ferito». Anna Achmatova scriveva: «Una volta, entrando al cabaret, lo trovai (Majakovskij – N.d.A.) all’ingresso, mezzo sdraiato su un grande tamburo turco. Non appena dalla porta spuntava uno dei suoi fratelli futuristi, avvertiva, con vigorosi colpi, l’arrivo del “maestro” di turno. Segnalò il mio arrivo sventolando animatamente il suo cappello, cosa per cui gli fu necessario alzarsi dal tamburo».

Il Cane vagabondo era un mondo a sé stante: feste audaci, mascherate, fuochi d’artificio improvvisati; non bisogna, però, percepirlo come una “torre d’avorio”. Il cabaret si distingueva per il suo carattere democratico e la sua attività era subordinata all’arte. Ecco perché questo luogo attirava e filtrava, come fosse un setaccio, persone differenti, ma senza dubbio con una personalità artistica e talentuosa.

“MA COLEI CHE STA BALLANDO ORA…”

Dietro la nebbia del tabacco, le piume delle signore scintillano; qualcuno legge delle poesie, confessando il suo amore o rimanendo immobile in una posa da quadro. Ognuno ha un ruolo e ognuno rimane sé stesso. Ecco Pallada Bogdanova-Bel’skaja, poetessa eccentrica e femme fatale, colei di cui Igor’ Severjanin disse: «Fiutando la sofisticata Pallada //ogni uomo si sente rinvigorito…». Pallada ricopriva il titolo di “Lord Henry in gonna”: per lei perdevano la testa e per lei uccidevano. La fatale Pallada diventò il prototipo dell’eroina nei racconti di Ivanov e Teffi. E non era da meno l’irresistibile Ol’ga Sudejkina, attrice e ballerina. La perfetta plasticità di questa baccante dai capelli biondi e il viso da madonna nella frenetica “danza delle capre” è ricordata da molti. Il giorno in cui nella cantina andò in scena questa danza, si venne a sapere della morte di Vsevolod Knjazev, amante di Ol’ga e precedentemente di Pallada e Kuzmin.

Il Cane vagabondo accolse con entusiasmo Tamara Karsavina, ballerina del teatro imperiale: fu, infatti, sollevata insieme alla sedia come segno di benvenuto. Questo rituale diede alla ballerina il diritto di libero ingresso al club, altrimenti riservato. Una sera, la “dea dell’aria” si esibì in un ballo, accompagnato dalla musica del XVIII secolo, non sul palco ma nella sala, in mezzo al pubblico. Cinquanta appassionati di balletto trattennero il fiato mentre guardavano come Karsavina faceva uscire l’amorino dalla gabbia, seguito da rose.  

Una serata molto allegra fu quella del “compleanno di Koz’ma Prutkov”, quando Poliksena Solov’eva, illustratrice e poetessa, sorella del filosofo Vladimir Solov’ev stette tutta la sera seduta tenendo una radice di barbaforte verso l’alto: guardava la radice alla maniera di Prutkov!

Qui siamo tutti ubriachi e femme légére,

Come siamo poco divertenti insieme!

Sulle pareti fiori e uccelli
 Vagano sotto le nuvole.

<…>

Ah, quanta malinconia nel mio cuore!

Non aspetto forse l’ora della morte?

Ma colei che sta ballando ora
Finirà senz’altro all’inferno.

Questa poesia dell’Achmatova può considerarsi il terzo inno al cabaret, un inno silenzioso. Anna Andreevna ne era, senza dubbio, la regina. Avvolta da seta nera, le si avvicinavano conoscenti e non, e in maniera un po’ affabile e un po’ svogliata le toccavano la mano sottile, tra cui Majakovskij, che amichevolmente diceva: «Che ditina, che ditina, oh che piccole!».
A proposito, proprio al “Cane”, l’Achmatova e Gumilev conobbero Majakovskij. Mandel’štam presentò Anna Andreevna al noto poeta futurista; Gumilev, prima di stringergli la mano, chiese se Majakovskij avesse in progetto di denigrare Puškin …

Ju. Sudejkin. Russi a Parigi. Disegno a Boris Pronin per il Cane vagabondo, 1912

LA FINE DI UN’ EPOCA MERAVIGLIOSA

Era l’11 febbraio 1915. Quella sera al cabaret c’erano tantissime persone. Tra l’altro, i presenti erano coloro che maggiormente frequentavano il club, i veri membri, e non i “farmacisti”. Ma la serata stentava a partire. Majakovskij decise di salvare la situazione. Come se si fosse ricordato qualcosa, si rivolse a Pronin: «Dai Borička, dammi il permesso! Fammi esibire e farò “l’èpatè”, do una svegliata alla borghesia». Allora io, stizzito dal fatto che la serata stava andando male, dissi a Vera Aleksandrovna: «Sarà stupendo!» e lei rispose: «Tieniti forte!». Majakovskij si esibì e lesse A voi!. Ebbe l’effetto di un tuono e, addirittura, qualcuno si sentì venir meno.

La comparsa di Maksim Gorkij al Cane vagabondo fu, a quanto pare, unica. In quell’occasione pronunciò la famosa frase «Dopotutto deve esserci qualcosa nei futuristi!». Probabilmente, questo suo giudizio voleva fungere da supporto morale a Majakovskij, che proprio in quei giorni era stato letteralmente avvelenato dalla stampa scandalistica per il gesto eclatante di aver letto al cabaret A voi!.

I giornali accusarono il cabaret di “depravazione”, soprattutto dopo lo scandalo Majakovskij. Ma i giornalisti sapevano davvero poco di come, a quel tempo, i frequentatori del Cane vagabondo percepivano la ragion d’essere della vita bohèmien e di come la descrivevano nelle loro memorie, anche se non senza alterazioni. A tal proposito, dopo molti mesi dalla sua chiusura, tra gli habitué del cabaret si accese un dibattito per corrispondenza che aveva come argomento il Cane Vagabondo. Majakovskij fu uno dei primi a difendere il cabaret: «I bohèmien erano un gruppo di persone squisitamente acute e di talento, e niente affatto si recavano lì per ubriacarsi!». Anche Pronin difendeva l’onore della sua creaturina, pure anni dopo la sua chiusura: «Al Cane vagabondo i caratteri erano introversi. Le orge e le relative schifezze non sono mai esistite. <…> Qui ci si occupava di fare conversazione, di fare dibattiti…».

Per Georgij Ivanov, tutto quello che era successo al cabaret era stato una farsa con una fine tragica, ovvero la rivoluzione. Forse c’era del risentimento nei confronti della Russia, per essere diventata un’altra o nei confronti dell’Achmatova per aver condiviso, da cristiana, il destino del suo popolo ed essere rimasta, o per i ricordi dei tempi che furono e per molto altro ancora. E fu questo risentimento a tradursi in memorie e in commovente ironia per l’Achmatova, che ricordava il Cane vagabondo con tenerezza. Ufficialmente, il cabaret venne chiuso per violazione della “legge secca” (provvedimento che vietava il consumo di alcolici – N.d.T) in tempo di guerra. Eppure, analizzando le testimonianze dei suoi frequentatori e di coloro che lo dirigevano, è facile comprendere che esistevano anche motivi interni. Tra questi, il fatto che l’atmosfera nel club era cambiata a causa della Prima Guerra Mondiale e che, da un punto di vista artistico, il cabaret aveva fatto il suo tempo. Tutto ciò spinse Pronin ad abbandonare la cantina e a trasferirsi in Casa Adamini, che ospitava Il bivacco dei commedianti, una continuazione sui generis del Cane vagabondo, anche se di natura fondamentalmente diversa secondo lo storico Vitalij Ryženkov, autore del libro Nikolaj Evreinov nella vita culturale della Russia e all’estero.


 Serata in onore di K. Bal’mont al cabaret Cane vagabondo. Caricatura di L. M. Šafran, 1913

Il “CANE” CHIUSE IL 3 MARZO DEL 1915…

Le memorie di Boris Pronin, che considerava questa “cantina” il principale risultato della sua vita, non sono state ancora pubblicate integralmente. Purtroppo, non ci sono quasi più fotografie che mostrino gli interni del vecchio cabaret…

Quei “raduni notturni” non erano amati solo dall’Achmatova e molti hanno ricordato con tristezza il cabaret come a un’epoca perduta. Quel Cane vagabondo è stato una leggenda e non è possibile resuscitarlo. Ma il genio del luogo è vivo: il Cane vagabondo, nello stesso identico posto, attende i suoi ospiti…solo l’ingresso è cambiato. Ma questo è un posto completamente diverso e completamente diversa è la razza del cucciolo randagio.

FONTE: rusmir.ru , 1/06/2016 – di Marija Bašmakova, traduzione a cura di Giulia Paola Pattavina