Šalamov contro Solženicyn

Varlam Šalamov e Aleksandr Solženicyn iniziarono la loro carriera da scrittori sul tema dei campi di lavoro con vedute simili. Tuttavia, col tempo le loro opinioni divergerono sempre di più.

Verso la fine degli anni ’60 Šalamov iniziò a considerare Solženicyn uno speculatore, grafomane e politicante legato ai soldi. I due scrittori si conobbero nel 1962 presso la redazione della rivista “Novyj Mir” e s’incontrarono più volte anche in contesto casalingo e familiare. Avevano una corrispondenza epistolare. Solženicyn diede il suo assenso per la pubblicazione delle lettere che Šalamov gli scrisse, ma non permise la pubblicazione delle proprie lettere. Eppure, parte di quest’ultime ci è nota grazie agli scritti di Šalamov.

Šalamov, subito dopo aver letto “Una Giornata da Ivan Denisovič”, scrisse una lettera dettagliata, contenente un giudizio molto positivo sull’opera in generale, il protagonista e alcuni personaggi. Nel 1966 Šalamov inviò la sua recensione del romanzo “Il primo cerchio” tramite la quale espresse una serie di osservazioni negative. In particolare, ritenne che l’immagine di Spiridon non fosse riuscita in quanto era un personaggio venuto male e poco convincente. Inoltre i ritratti femminili erano risultati alquanto deboli. Ciononostante, il giudizio generale del romanzo non suscitò la necessità di proporre varianti:” questo romanzo è un’importante e chiara testimonianza del periodo, un’ accusa convincente.”

Solženicyn rispose così:

“Io considero Lei come la mia coscienza e Le chiedo di osservare se non ho scritto una qualsiasi cosa che vada oltre alla buona volontà o che possa essere interpretata come una pusillanimità o un adattamento”.

In “Arcipelago Gulag” Solženicyn riporta le parole di Šalamov sulla perversa influenza dei campi di lavoro e, non condividendole, fa un appello all’esperienza e al destino del collega:

“Šalamov dice: «poveri di spirito sono tutti quelli che hanno vissuto nei campi di lavoro.» Ma quando mi ricordo o incontro un ex internato, io vedo la personalità.

Non è che Lei smentisce le sue idee con la sua personalità e i propri versi?”

Dopo la rottura dei rapporti (con il rifiuto da parte di Šalamov di partecipare alla redazione di «Arcipelago Gulag»), cambiarono anche i giudizi sulle relative opere.

Ecco un estratto dalla lettera di Šalamov del 1972 allo scrittore A. Kremenskoj:

“Io non appartengo a nessuna scuola “di Solženicyn”. Dal punto di vista letterario, ho un approccio molto cauto alle sue opere. Nelle questioni sull’arte, sui legami fra arte e vita, non ho nulla da spartire con Solženicyn. Io ho altre idee, altre formule, altri canoni, miti e criteri. I maestri, i gusti, l’origine del materiale, il metodo di lavoro, le conclusioni; è tutto diverso. Il tema del campo di lavoro non è per niente un’idea artistica, né una scoperta letteraria, menchemeno un modello di prosa. L’argomento lager è un tema molto vasto, in esso si possono facilmente trovare cinque scrittori come Lev Tolstoj e cento come Solženicyn. E proprio per quanto riguarda l’interpretazione del lager, non concordo per nulla con «Ivan Denisovič». Solženicyn non li conosce i lager e non li comprende.

A sua volta, Solženicyn mosse delle accuse riguardanti il livello artistico delle opere di Šalamov, riportandoli al periodo della loro conversazione informale:

“I racconti di Šalamov non mi hanno soddisfatto dal punto di vista artistico: in essi non c’è alcun carattere, personaggio, rappresentazione del passato di queste persone, né un qualche sguardo diverso sulla vita di ognuno. Un’altra disgrazia delle sue opere è che la loro integrità si dissolve, compresi i pezzi che, evidentemente è brutto lasciare lì senza coerenza, mentre si continua a dire che solo la memoria può dare ricordi, nonostante il materiale storico stesso sia di ottima qualità e indiscutibile.

“Spero di dire la mia nella prosa russa” – è uno dei motivi del rifiuto di Šalamov a partecipare al progetto comune di “Arcipelago Gulag”. Questo desiderio viene giustificato in sé e per sé dal successo di Solženicyn, che viene già ampiamente pubblicato e il cui nome si è già diffuso per tutto il Paese, mentre i “Racconti della Kolyma” si trovano solamente su Novyj Mir.

Più tardi, a questo rifiuto di Šalamov si sarebbe aggiunta la definizione di “speculatore” rivolta a Solženicyn. Per il momento si sente solo (così ricorda e scrive Solženicyn) la questione/dubbio: «devo aver la garanzia per chi lavoro»

“Fratelli di lager”, che non riuscirono a collaborare e, col dividersi, persero quel che restava della voglia di comprendere l’altro. Šalamov accusò Solženicyn di essere un predicatore e un materialista. Solženicyn, già emigrato all’estero, rispose alle informazioni non verificate sulla morte di Šalamov, nonostante quest’ultimo fosse ancora vivo, anche se molto malato e sottopeso.

“Là dove Šalamov maledice la prigione che gli ha distrutto la vita – scrive Aleksej Soer – Solženicyn crede che la prigione sia un grande banco di prova morale e una lotta dalla quale molti escono vincitori spirituali.”

Questo contrasto viene alimentato da Michaił Szrejder: “Solženicyn persegue la via della resistenza al sistema e prova a trasmetterla al lettore. Šalamov, invece, testimonia la morte delle persone schiacciate dai campi di lavoro.”

La stessa idea di contrasto è presente anche nel lavoro dell’Avtokratova:
“Solženicyn, nelle sue opere, scriveva di come la prigionia storpiasse la vita umana e di come, però, in prigione l’anima riuscisse a ottenere una reale libertà, trasfigurandosi e rivolgendosi verso Dio. Varlam Šalamov scriveva di altro, scriveva di come la prigionia mutilasse proprio l’anima.”

Solženicyn rappresentava il GULAG come una vita accanto alla vita, come il modello standard della realtà sovietica. Il mondo di Šalamov è un inferno sotterraneo, un regno di morti, la vita dopo la vita.

Irremovibile fu la posizione di Šalamov riguardo al lavoro nei lager. L’autore dei “Racconti della Kolyma” era convinto che il lavoro nei campi potesse suscitare solo odio. I lavori forzati, accompagnati dall’immancabile slogan sull’ “onore, coraggio ed eroismo” non possono essere fonte di ispirazione e creatività. Šalamov ripudia non solo i lavori forzati ma, in pieno contrasto con Solženicyn, qualsiasi atto creativo: “Non sorprende che Šalamov non ammetta nessun tipo di creatività nel lager. Forse!” – afferma Solženicyn.

Nel ricordarsi il suo rapporto con Šalamov, Solženicyn si pone la seguente domanda: ”Si poteva forse far combaciare i nostri modi di percepire mondo? Io? unirmi al suo crudele pessimismo e ateismo?”.

Forse, però, bisogna concordare con l’obiezione di Žaravina alla precedente affermazione:

“L’autore dell’Arcipelago Gulag rivela nei suoi personaggi un nucleo religioso verso il quale tendono le linee principali della loro visione del mondo e del loro comportamento. Tuttavia, un nucleo analogo si trova anche in Šalamov. Solženicyn si contraddice chiaramente quando, evidenziando l’ateismo del suo rivale, nota che “mai, in nulla e né con la penna, né con la voce, egli ha espresso un distacco dal sistema sovietico”. Nonostante Šalamov stesso abbia affermato più volte di essere ateo, egli ha sempre sottolineato che proprio i «religiosi» furono coloro che resistettero meglio e più a lungo nelle disumane condizioni della Kolyma.

Un’ulteriore punto di divergenza tra i due autori è legato alla questione dell’amicizia, fiducia e bontà. Šalamov affermava che nei terribili campi di lavoro della Kolyma la gente soffriva così tanto che non ci si azzardava minimamente a parlare di sentimenti d’affetto.

Ecco alcune affermazioni su Solženicyn prese dai taccuini di Šalamov:

La frase preferita di Solženicyn è: “Io questo non l’ho letto”.

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Una lettera di Solženicyn è una cosa innoqua, di cattivo gusto e dove, citando Chruščev, “ogni frase è stata controllata da un giurista affinché tutto sia nella «norma»”.

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Tramire Chrabickij, ho comunicato a Solženicyn che gli proibisco di utilizzare anche solo un singolo fatto delle mie opere in favore delle sue. Solženicyn non è una persona adatta per questo.

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Solženicyn è come uno di quei passeggeri dell’autobus che a ogni fermata chiede a squarciagola di fermarsi: “Autista! Fermi il mezzo! Lo esigo!” e l’autobus si ferma. Quest’innocuo avvertimento è una cosa fuori dal comune.

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Solženicyn ha la stessa viltà di Pasternak. Ha paura che, andando all’estero, non lo lascino tornare indietro. Anche Pasternak aveva paura proprio di questo. E anche se Solženicyn sa che “non dovrà implorare in ginocchio”, si comporta proprio così. Solženicyn aveva paura dell’incontro con l’Occidente, ma non di attraversare il confine. Pasternak, invece, si è incontrato con l’Occidente cento volte, le ragioni erano altre. Per Pasternak era importante il caffè mattutino e una quotidianità tranquilla a settant’anni. Perché mai ha dovuto rifiutare il premio, proprio non lo capisco. Pasternak evidentemente riteneva che all’estero erano tutti manigolfi e, come diceva lui, lo erano cento volte più che da noi.

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L’attività di Solženicyn è quella di uno speculatore, un’attivita strettamente dedita ai successi personali con tutte le particolarità provocatorie del caso. Solženicyn è uno scrittore dello stesso grado di Pisažervskij, il livello di talento è grossomodo lo stesso.

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Il diciotto di dicembre è morto Tvardovskij. Non appena ho sentito le voci di un suo infarto, ho pensato che Tvardovskij avesse effettuato una mossa alla Solženicyn  come quando giravano le voci sul suo cancro. Tuttavia, si è saputo poi che lui è effettivamente morto. Uno stalinista dal viso pulito, a cui Chruščev ha dato il ben servito.  

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Nessuna carogna dell’ “umanità progressista” deve permettersi di avvicinarsi al mio archivio.

Vieto allo scrittore Solženicyn e a tutti coloro che condividono i suoi pensieri, di toccare il mio archivio.

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In una delle sue opere, nell’epilogo, Solženicyn ha citato anche i miei racconti:
«i racconti della Kolyma… Sì, li ho letti. Šalamov mi ritiene un mistificatore. Ma io penso che la verità sia a metà strada tra me e Šalamov». Io non ritengo Solženicyn un mistificatore ma una persona che non è degna di trattare una questione come la Kolyma.

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Su cosa si appoggia quell’approfittatore? Sulla traduzione! Sulla piena incapacità di apprezzare quei dettagli degli intrecci artistici (come in Gogol’ o Zoščenko) che vengono persi per sempre al di fuori della lingua madre e che rimangono inacessibili al lettore staniero. Tolstoj e Dostoevskij sono diventati famosi all’estero solo perché hanno trovato dei buoni traduttori. E non stiamo neanche a parlare della poesia. La poesia è intraducibile.

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Il segreto di Solženicyn sta nel fatto che è un grafomane poetico senza speranze con una relativa e terribile malattia mentale. Egli ha generato un’enorme quantità di orrendi prodotti in versi che mai e da nessuna parte potranno essere proposti e stampati.

Tutta la sua prosa, da «Ivan Denisovič» a «La casa di Matrena» non è che la millesima parte di un oceano di ciarpame in versi. I suoi amici, rappresentanti dell’ «umanità progressista» nel nome della quale lui stesso è intervenuto quando ho comunicato loro la mia amara delusione per le loro capacità  con le seguenti parole: “In un dito di Pasternak c’è più talento che in tutti i romanzi, piece teatrali, rappresentazioni cinematografiche, racconti lunghi e brevi e versi di Solženicyn», mi risposero “Ma come? Ha scritto anche dei versi?”.

 

E lo stesso Solženicyn, con l’ambizione tipica dei grafomani e con la fede nella sua buona stella, senza dubbio e realmente ritiene, come ogni grafomano, che tra cinque, dieci, trenta, cent’anni arriverà il momento in cui i suoi versi verranno letti sotto migliaia di riflettori da destra a sinistra e dall’alto in basso, rivelando così il loro segreto. Ma visto che sono stati scritti così facilmente e quindi altrettanto facilmente sono usciti dalla penna, toccherà aspettare ancora mille anni per vedere.

  • E quindi – chiesi a Solženicyn durante il nostro incontro a Solotča – Ha forse mostrato tutto questo a Tvardovskij, il suo capo? Tvardovskij, per quanto antiquata possa essere la sua penna, è un poeta e in questi casi non può sbagliarsi.
  • Gliel’ho mostrato.
  • E quindi che Le ha detto?
  • Che per il momento non vale la pensa mostrarlo.

 

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Dopo innumerevoli conversazioni con Solženicyn, mi sento derubato e non arricchito.

 

FONTE: arctus.livejournal.com, 15/04/2017 – di Oleg Balaščij, traduzione di Lorenzo Fasano

Lorenzo Fasano

Mi chiamo Lorenzo, ho 24 anni e sono un laureato in Traduzione e Mediazione Culturale all'Università degli Studi di Udine. Le mie lingue di laurea sono l'inglese e il russo. Sono cresciuto in un paesino vicino Udine, a solo 24 km dalla Slovenia e da tutto quell'incredibile sistema culturale conosciuto col nome di "Mondo Slavo" per il quale spesso si dice che con la parola "Pivo" puoi andare da Nova Gorica a Vladivostok senza problemi. Ed è proprio questa vicinanza a un mondo così distante ma così vicino che mi ha fatto appassionare sempre di più al russo e alla sua tradizione, il suo folklore, la sua letteratura e la sua musica e cerco di condividere queste passioni anche con tutti quelli che, come me, hanno sempre preferito un buon boršč alla più mainstream paella o bratwurst.