Самиздат - Samizdat

Etimologia

Il sostantivo samizdat nasce dall’unione di due radici: sam (in russo “da solo”) e izdat, parola che invece rimanda al concetto di pubblicazione, ritrovabile in verbi come izdavat’ (“pubblicare”) e in sostantivi come izdatel’stvo (“casa editrice”), e fa riferimento alla autopubblicazione di testi e la loro divulgazione al di fuori dalla filiera editoriale ufficiale mediante copiatura e diffusione segrete e a spese proprie.

Samizdat

In epoca sovietica il samizdat rappresentò la principale modalità di diffusione di opere che non avevano passato il rigidissimo vaglio della censura e che quindi potevano circolare soltanto clandestinamente dopo essere state auto pubblicate dagli stessi autori o da chi li sosteneva.  

L’introduzione della parola samizdat, almeno in una prima variante, viene ricondotta al poeta moscovita Nikolaj Ivanovič Glazkov che nel 1944, non potendo pubblicare una propria raccolta di testi a causa del divieto imposto dalle autorità, ne realizzò egli stesso poche copie e le diffuse all’interno della sua cerchia di amici. Sulla copertina dei volumi, dove solitamente compariva l’indicazione della casa editrice, scrisse, parodiando le diciture ufficiali, samo-izdat o, secondo alcune versioni, samsebjaizdat (“pubblicato da sé”). L’espressione si diffuse poi tra altri autori, andando ad alimentare sempre più il fenomeno dell’autopubblicazione.

Il samizdat, nato come meccanismo di diffusione di testi proibiti, diventò con il tempo il principale strumento della “seconda cultura” all’interno dell’URSS, cioè di quella cultura che si sviluppava e viveva al di fuori dei limiti imposti dalla censura, ignorando del tutto le limitazioni imposte.

Sebbene nei decenni precedenti si fossero verificate situazioni simili per caratteristiche a quelle del samizdat, è solo in epoca sovietica che di questo fenomeno venne sviluppata una consapevolezza tale da portare anche alla creazione di un termine specifico per indicarlo. Le persone iniziarono a “scrivere per il samizdat” così come prima scrivevano “per il cassetto” (cioè sapendo che i testi sarebbero rimasti nascosti nelle scrivanie e non avrebbero mai visto la luce, almeno in modo ufficiale). A differenza di altri fenomeni simili, il samizdat risultò dunque una vera e propria istituzione socio-culturale e tale fenomeno interessò non soltanto opere in russo scritte da autori sovietici, ma anche testi stranieri proibiti in Urss, i quali potevano quindi essere diffusi solo attraverso questi canali non ufficiali. 

L’autopubblicazione delle opere richiedeva sforzi piuttosto consistenti: i testi venivano inizialmente ricopiati a mano o con l’ausilio della macchina da scrivere a ritmi folli per poter rendere il manoscritto fruibile segretamente al maggior numero di persone, poi, grazie all’introduzione delle fotocopie, il processo fu reso più rapido.

Alcuni provarono a realizzare copie clandestine delle opere utilizzando le stampanti automatiche che comparvero a un certo punto in alcune banche dotate di sportelli self-service. Si trattava di apparecchi decisamente rudimentali e non paragonabili a un moderno computer, ma che tuttavia garantivano una certa segretezza: data la natura delle operazioni per cui erano pensate, queste macchine facevano sì che nessuno, oltre a chi le stava utilizzando, potesse scorgere la natura dei documenti. Bastava inserire il materiale da duplicare nell’apposito scomparto della macchina, aspettare il momento in cui attorno non ci fosse nessuno e poi avviare la copia. Con un po’ di fortuna, nessuno si sarebbe accorto che i fogli ottenuti non riguardavano documenti bancari ma alcuni capitoli di Mosca-Petuški di Venedikt Erofeev.

Tra gli anni Quaranta e Cinquanta il samizdat riguardò quasi esclusivamente la poesia, rendendo possibile la lettura delle opere di poeti come Evtušenko, Achmadulina e Okudžava.

Le prime opere in prosa a comparire nel samizdat furono invece di autori stranieri, testi che erano stati proibiti dalla censura ma che si voleva comunque diffondere perché vi si riconosceva un qualche valore aggiuntivo rispetto alla realtà sociale dell’Unione Sovietica. In questo caso a partecipare al processo di diffusione erano chiaramente anche dei traduttori, che si occupavano di tradurre le opere in russo prima che si potesse procedere con la copiatura dei testi. È così che iniziarono a circolare in URSS i testi di Orwell, Kafka, Camus, Antoine de Saint-Exupéry.

Le opere di autori sovietici iniziano invece a comparire nel samizdat nel corso degli anni Cinquanta: i primi esempi furono i testi di Platonov e Zošenko, mentre alla fine del decennio si fa strada anche Dottor Živago di Pasternak, pubblicato per la prima volta all’estero dalla casa editrice italiana Feltrinelli e poi arrivato in URSS sotto forma di fotocopie. Fenomeno strettamente legato al samizdat era infatti il tamizdat (tam – “là” e izdat – pubblicazione), cioè la pubblicazione fuori dai confini dell’URSS di opere che non avevano passato il vaglio della censura sovietica e per questo vietate, che però riuscivano in qualche modo a vedere la luca all’estero. I testi pubblicati nel tamizdat arrivavano poi anche in URSS ma potevano circolare solo illegalmente, sfruttando quindi la rete del samizdat.

Con l’inizio degli anni Sessanta si diffusero le opere degli autori sovietici più giovani, come quelle di Evgenija Ginzburg, mentre verso l’inizio degli anni Settanta cominciarono a circolare anche documenti storici che non potevano essere resi pubblici in modo ufficiale, come alcuni documenti segreti della Čeka risalenti al 1918.

Il Samizdat, nonostante la sua esistenza sotterranea, costituì per tutto il periodo sovietico uno strumento importantissimo, non soltanto dal punto di vista culturale, ma anche di denuncia e opposizione contro le azioni e crimini dello Stato, rendendo possibile la diffusione e la lettura di molte opere che presto sarebbero diventate capolavori e pietre miliari della storia russa, come Il Maestro e Margherita di Bulgakov e I racconti di Kolyma di Varlaam Šalamov, i quali detengono ancora oggi la stessa bellezza e forza dell’epoca.

 

Realia a cura di Olga Maerna.