«Discorso su Mandel’štam» con Giuseppe Caccavale ​

In occasione del festival letterario Pagine di Russia, tenutosi lo scorso novembre, è intervenuto l’artista Giuseppe Caccavale, docente di Arti Murali, Poetica degli spazi e Disegno all’École Nationale Superieure des Arts Decoratifs di Parigi. Sebbene Caccavale non sia strettamente legato all’ambiente slavista, le sue ricerche artistiche prendono spunto dalle culture più disparate, con un occhio di riguardo per per la cultura russa e caucasica.

Nell’ambito del festival, Caccavale ha spiegato il suo rapporto con il poeta russo Osip Mandel’štàm (1891-1938), fonte di ispirazione per diversi suoi lavori;  alla redazione di RIT, ha raccontato il suo primo approccio al mondo russo che, in seguito, lo ha condotto alla conoscenza dell’opera di Mandel’štàm: “I film di Andrej Tarkovskij e Sergej Paradzanov sono immediatamente entrati a far parte della mia vita culturale, da sempre, anche se uno è russo e l’altro di origini georgiane, ma vissuto in Armenia. Senza saperlo, passeggiavo sul ponte che sto ancora attraversando. Due modalità adulte per guardare la vita. Poi è arrivato Osip Mandel’štàm e mi ha scaraventato nella terribile storia russa, mi ha portato di poeta in poeta, di destino in destino verso quello che per me è il compito datoci in prestito in vita. Essere aghi nelle mani della coscienza. Portandomi fino al Monte Athos per studiare le Icone, proprio in una Skita russa.” (Ndr: una skita o skete è un luogo in cui i monaci si dedicano completamente al loro ascetismo e alla loro spiritualità).

Osip Mandel’štàm, in effetti, sebbene sia tuttora una delle voci più immense del XX secolo, allo stesso tempo è stato uno dei poeti russi dalla storia più travagliata: erroneamente accusato nel 1928 di plagio traduttivo, il suo destino degenererà drasticamente nel 1934, quando scriverà quella che Boris Pasternak definì “un atto suicida”, l’epigramma contro Stalin “Viviamo senza avvertire sotto di noi il paese”. Nel componimento, Mandel’štàm definisce il dittatore “il montanaro del Cremlino”, dalle dita “grasse come vermi” e con “baffi da scarafaggio”, circondato da “mezzi uomini” di cui si fa beffa e che passa il tempo a forgiare un decreto dopo l’altro come “ferri di cavallo”. La poesia venne letta ad una ristrettissima cerchia di amici (undici, poeta incluso), uno dei quali, tuttavia, lo tradì (si ignora ancora chi sia stato effettivamente). Successivamente, Mandel’štàm verrà arrestato ed esiliato a Voronež, dove tenterà il suicidio; da questo momento, fino al secondo fatale arresto del 1938, egli vivrà di stenti, nella miseria più totale, non facendo altro che peggiorare la propria condizione di salute fisica e mentale. Se, oggi, le sue poesie ci sono note, questo è dovuto alla fermezza e decisione della moglie Nadežda, compagna di vita e testimone diretta dell’attività creativa del marito. Nadja (diminutivo di Nadežda) si è infatti impegnata a memorizzare a menadito tutte le poesie del poeta, trasportandole per iscritto solo più avanti.

Nadja, la moglie di Mandel’štàm

Nonostante la sua intensa attività letteraria, Mandel’štam per circa quattro anni, dal 1926 al 1930, subirà un vero e proprio blocco creativo. A sciogliere il nodo del silenzio sarà un terapeutico viaggio nel Caucaso, che il poeta intraprenderà insieme alla moglie come trasferta concessagli grazie alla mediazione di N. Bucharin. Sebbene lo scopo del soggiorno fosse la documentazione del processo di sovietizzazione della capitale Yerevan, Mandel’štàm, senza tradire il proprio intimo stile prosastico, non accennerà minimamente alla sfera di influenza sovietica, regalandoci, in compenso, delle descrizioni squisitamente liriche della terra armena, con un ciclo di poesie ad essa interamente dedicato.

Saranno proprio queste poesie ad ispirare alcuni dei lavori di Caccavale: nel 2018, la IV poesia del ciclo mandel’štamiano verrà disegnata sulle pareti del museo Merkurov della città armena Gyumri.

 

La bocca avvolta come madida rosa,

tenendo in mano celle ottagonali,

tutta l’alba dei giorni al confine

del mondo inghiottivi le lacrime.

Con dolore e vergogna voltavi le spalle

Alle barbute città dell’Oriente:

e ora stai su un giaciglio di colori,

e prendono il calco della tua morta effige.*

 

L'opera di Caccavale presso il museo Merkurov a Gyumri in Armenia
Dall’incisione su muro a quella più eterea dell’arte vitrea, in una seconda opera Caccavale lavora con la luce per dipingere su bicchieri di vetro soffiato le altre poesie sono tratte dal ciclo mandel’štamiano.

La scelta di “disegnare” questa poesia venne dettata dal fatto che “in questa stanzetta del museo vi era la tradizione delle effigi, di avere le maschere dei personaggi importanti della città. Nella stanzetta si scoprono tante teste una accanto all’altra: la poesia di Mandel’štàm era già lì, bisognava togliere un po’ di polvere.” La poesia fu trasposta nella traduzione armena, in modo da “riversare nello sguardo attraverso l’alfabeto armeno ciò che è stato scritto circa un secolo prima da Mandel’štam visitando l’Armenia”. Nell’opera di Caccavale assistiamo ad un processo traduttivo elevato a potenza: una prima traduzione letteraria dal russo all’armeno, e una seconda dall’armeno all’arte figurativa. Un processo che ci conduce in un vero e proprio pellegrinaggio temporale.

“Le cose hanno sempre bisogno di grammatica, di tempo. Ecco, la traduzione è ‘tempo’, attenzione, rispetto, ascolto. Non è cecità. La traduzione è dove si torna a guardare. Nel caso che mi vede impegnato era ed è di portare alla luce e mettere in vita, sotto lo sguardo attraverso spazi visivi e verbali organismi di cose rimosse dall’abitudine. La traduzione scioglie le stalattiti delle abitudini mentali, cancrenose per la cultura. La traduzione fa della cultura un organismo vivente.”

Questa percezione dell’azione traduttiva poteva essere ispirata soprattutto dalla cultura armena: similmente a Mandel’štam, per il quale l’Armenia era “terra di croci e di pietre urlanti”, Caccavale dirà che essa è “un libro di pietra inciso”. La pietra, titolo della prima raccolta poetica di Mandel’štam, sarà un leitmotiv di tutta la sua produzione: in Discorso su Dante, il poeta dirà che “una pietra è come un diario meteorologico rappreso in un grumo, non è altro che il tempo astratto dallo spazio atmosferico racchiuso nello spazio funzionale (…), una pietra è un diario meteorologico impressionistico, accumulato in milioni d’anni d’intemperie, che vale non solo per il passato ma anche per il futuro, che è caratterizzato dalla periodicità.”

Questo saggio del poeta ispirerà ancora un’altra opera dell’artista, quella dei Carmi figurati in cui, attraverso una descrizione verbovisiva, l’artista trasporta in cornici di parole sia alcuni frammenti di Discorso su Dante, sia le Ottave. In questo senso, il linguaggio visivo e musicale viene fuso insieme in una peculiare sintesi artistica. “Le ottave di Mandel’štam disegnano il disegno”, esaltando quella caratteristica propria dell’occhio di essere “strumento del pensiero” (Discorso su Dante), stimola una riflessione profondamente intima, toccando una religiosità esistenziale.

“L’arte è una preghiera”, ci dice Caccavale a proposito del suo riferimento a P. Florenskij. “Ho letto Pavel Florenskij prima in francese, inizio anni ’90, avevo estremamente bisogno d’altro. Avevo bisogno di preghiera, di spazio incontaminato. Padre Pavel è questo, oggi ancora più di prima le sue lezioni sono indispensabili, il suo condurci nel luogo dell’icona è necessario per i daccapo che devono proteggerci dal gelo umano provocato da un Occidente decervellato. L’arte non ha un solo punto prospettico come si è voluto far credere fino alla noia dei nostri giorni. L’arte ha vinto su tutto, la sua prospettiva è piatta, è pacifica.”

Con l’auspicio di futuri tempi di pace e armonia, l’artista conclude la riflessione, dedicando ancora una volta un pensiero alla situazione attuale Armena, denunciando il silenzio da parte della politica italiana: “Tenendo al nostro paese, all’Italia, ho profonda vergogna di uno stato che si è ammutolito nei confronti del nuovo dramma Armeno nella guerra con l’Azerbaijan, durata 50 giorni (…). Il patto firmato dalla Russia e dalla Turchia è un foglio firmato tra due dittatori. Verranno giorni ancora più difficili per gli armeni, saranno disorientati, avranno solo i loro valori ancestrali con cui salvarsi, l’intero Mondo è piagato dalla sua opulenza, dal suo continuare un cammino fatto di tradimenti. Ora siamo nella società del tradimento. L’Armenia ci dice questo, dissotterrando i propri morti e portandoseli via con loro, gli armeni sui carri, obbligati ad abbandonare territori di loro appartenenza, portano i loro morti, forse anche questa è traduzione, è dissotterrare il sacro per portarlo di nuovo alla luce attraverso la morte. Il dramma dell’Armenia ci dice che noi tutti abbiamo bisogno di ‘vita’. So che non è semplice, ma bisogna che il mondo fermi Erdogan.”

In linea con il pensiero di Caccavale, dedichiamo le ultime parole alla situazione armena, affidandoci ai versi di Mandel’štam.

Non ti vedrò mai più, miope cielo armeno

Non guarderò mai più – gli occhi socchiusi all’Ararat,

terra di nomadi – non sfoglierò mai più

nella biblioteca di autori vasai

il cavo libro della bella terra

il manuale degli uomini primi

L’intervento di Caccavale è possibile reperirlo sul canale youtube della Stilo Editrice.

Su Caccavale, vd: https://antinomie.it/index.php/author/giuseppe-caccavale/.

*questa e la successiva poesia sono tratte da “S. Vitale, Viaggio in Armenia, Adelphi, Milano 1988.”