F. Dostoevskij, Lettere. Intervista alle traduttrici G. De Florio ed E. Freda Piredda

Intervista alle traduttrici G. De Florio ed E. Freda Piredda

Grazie alla casa editrice Il Saggiatore il pubblico italiano può ora immergersi nell’epistolario di Fëdor Dostoevskij, calandosi nelle lettere dell’autore e approfondendo così anche aspetti importanti per la comprensione dei suoi romanzi.
Abbiamo colto l’occasione per scambiare qualche parola con le traduttrici Elena Freda Piredda e Giulia De Florio – che hanno tradotto l’epistolario insieme ad Alice Farina – cercando così di scoprire qualcosa in più su questo importante lavoro.
Soprattutto, abbiamo voluto indagare una delle domande che sorgono spontanee in ogni traduttore o appassionato di letteratura russa: cosa si prova a cimentarsi con un gigante come Fëdor Dostoevskij, e com’è lavorare “con lui”?

Iniziamo subito con una domanda pratica, da traduttori a colleghi traduttori. Il libro è decisamente corposo (1376 pagine) e ha visto la cooperazione di tre professioniste.
Potete raccontarci come è stato organizzato e portato avanti il lavoro?
Quanto è durato?

Elena Freda Piredda: È stato un lavoro piuttosto lungo, iniziato circa tre anni fa. I testi da includere nel volume e tradurre erano già stati scelti da Alice Farina, io e Giulia di questo non abbiamo dovuto occuparci. Si è trattato comunque di un lavoro complesso, principalmente per due motivi: innanzitutto, la mole del materiale; poi, la necessità di coordinarsi costantemente per risultare uniformi nel modo di tradurre.
Siamo state però avvantaggiate dal fatto che l’epistolario copre tutta la vita di Dostoevskij: chiaramente il modo in cui l’autore scrive cambia nel corso del tempo. Non si tratta di tradurre un romanzo, in cui tutto si tiene in modo molto stretto e deve risultare coerente dall’inizio alla fine. In un epistolario che copre interi anni è l’autore stesso a cambiare e a non essere sempre coerente.

Giulia De Florio: Per uniformare le nostre scelte traduttive è stato innanzitutto necessario fissare subito i punti da sciogliere insieme; si trattava di questioni ampie che ricorrevano in tutto l’epistolario, quindi mettersi d’accordo prima era fondamentale.
Posso citare come esempio la traduzione dei titoli delle riviste, per i quali è stato necessario scegliere se tradurli o mantenerli in russo. In questi casi non c’è una soluzione traduttiva giusta o sbagliata, ma occorre mantenersi coerenti lungo tutto il testo ed essere in grado di rendere ragione della scelta fatta.
Bisogna poi anche considerare tutto il lavoro preparatorio personale che è stato necessario fare ancora prima dell’inizio del progetto di traduzione vero e proprio. Abbiamo letto tanto di e su Dostoevskij, così da immergerci nel mondo e nel contesto in cui lavorava.
Per una traduzione di questo tipo è fondamentale conoscere anche il contesto storico, perché si tratta di un lavoro in cui si va a restituire al lettore una vita intera, con aspetti che magari non entrano nel testo, ma che sono fondamentali per la sua comprensione perché fanno da sfondo. Per esempio, sarebbe impossibile portare avanti un lavoro del genere senza aver presente che all’epoca in Russia i romanzi venivano pubblicati su riviste. Vorrebbe dire perdersi un elemento centrale del contesto in cui le opere e le lettere di Dostoevskij sono state scritte.

Elena Freda Piredda: Bisogna poi conoscere anche le traduzioni passate. Noi per esempio ci siano molto interrogate su come rendere in italiano il pronome russo di cortesia Vy: con un “Lei” (che sarebbe l’esatto equivalente italiano oggi) o un “Voi” (storicamente più impreciso, ma che, in una raccolta di lettere come questa, consente di evitare la confusione fra forme pronominali e aggettivali di cortesia e di terza persona). Per questo ci siamo confrontate anche con traduttori che avevano tradotto opere di Dostoevskij in precedenza.
In merito a questioni di questo tipo occorre prendere una posizione unica e condivisa – una posizione che poi può certamente essere criticata ma che deve essere consapevole.

Giulia De Florio: Inizialmente pensavamo di dividerci il lavoro in modo trasversale, suddividendo le lettere per destinatario, cioè affidando a ciascuna le lettere mandate da Dostoevskij a determinate persone, lungo tutto il corso della sua vita. In realtà però poi questo sistema si è rivelato troppo complesso, perché noi eravamo solo tre e gli interlocutori dello scrittore tanti. Oltretutto, diversi destinatari a un certo punto spariscono o sono presenti in modo discontinuo, quindi risultava difficile mantenere una certa coesione del lavoro.

Elena Freda Piredda:. Lavorando per singoli destinatari e non per archi temporali si sarebbe persa la consapevolezza del piano sincronico, cioè di elementi contemporanei a una determinata lettera che la avevano influenzata.

Giulia De Florio: Esatto. In una lettera il contesto comunicativo è fondamentale e noto a entrambe le persone coinvolte, Dostoevskij e il suo destinatario. Tradurre una lettera è difficile se non si ha presente questo contesto, se non si conosce ciò che l’autore stava vivendo in quel momento.

Come sono arrivate nelle vostre mani queste lettere?

Elena Freda Piredda: In russo l’epistolario di Dostoevskij è contenuto negli ultimi cinque volumi della Raccolta completa in 30 volumi che è l’edizione accademica che abbiamo preso come riferimento. Di questi volumi, cinque sono dedicati all’epistolario di Dostoevskij. Alice Farina si è occupata di farne un’ampia selezione, in cui comunque sono state incluse quasi tutte le lettere. A essere tralasciate sono state solo le poche lettere che contenevano elementi già presenti altrove, oppure questioni quotidiane che non avrebbero aggiunto molto.

Giulia De Florio: Noi abbiamo aggiunto o tolto pochissime lettere alla selezione che era stata fatta ed era ottima. Ci siamo quindi divise l’epistolario in base ai volumi in cui era organizzato il testo di partenza: Alice Farina il primo tomo, Elena il secondo e il quarto, io invece il terzo e il quinto. Poi Alice per via di alcuni impegni ha dovuto interrompere il lavoro sul primo volume, che abbiamo quindi completato noi.
Alice, che già lavorava presso Il Saggiatore, si è però poi occupata della rilettura del testo, prima che l’editing passasse alla redazione della casa editrice.

In questo modo è anche stato possibile dare al testo una maggiore coesione interna: lavorando per porzioni temporali invece che per destinatario, ciascuna di noi ha potuto avere ben chiaro tutto ciò che stava accadendo nella vita dell’autore in quel periodo, seguendone i fili rossi della trama.

Cosa ha significato per voi confrontarvi con un autore come Dostoevskij, trattandosi oltretutto di un testo così personale come le sue lettere?
Anche questa in fondo è una domanda che nasce dal cuore di ogni aspirante traduttore: cosa si prova quando ci si deve confrontare con gli scritti privati di un uomo come Fëdor Dostoevskij?

[sorriso di entrambe]

Giulia De Florio: Cosa si prova a tradurre Dostoevskij? Paura, terrore puro.
Durante uno degli ultimi seminari di traduzione a Jasnaja Poljana a cui partecipai quando avevo ventitré anni dissi: “Quanto bisogna aver vissuto per tradurre Dostoevskij!”.  Ora, in realtà, non mi sento di aver vissuto molto di più, ma certamente avere a che fare con Dostoevskij permette una grande introspezione.
C’è una differenza fondamentale tra le lettere scritte da Dostoevskij e quelle dei suoi contemporanei. Turgenev e Tolstoj, per esempio, seguivano uno “stile” epistolare; inoltre, ricevendo grandi volumi di corrispondenza, avevano segretari che li aiutavano a rispondere.
Dostoevskij invece non aveva né soldi né tempo per questo: lui le lettere le scriveva da solo e direttamente in bella, correndo poi subito a spedirle. Tradurle è quindi stato un po’ come andare a spiare in casa del padrone, guardare dal buco della serratura.

È un lavoro per cui è necessario un profondissimo rispetto che a volte sfociava in una sorta di imbarazzo, perché si entra a tutti gli effetti nella vita di un’altra persona, anche nei suoi aspetti più bassi.
Un esempio potrebbe essere la lettera che Dostoevskij scrive alla moglie il giorno dopo aver perso al gioco tutto quello che aveva, e oltretutto con una bimba piccola da sfamare. Ecco, lì mi sono sentita fuori posto, non avrei dovuto entrare in quel momento di abbruttimento umano così personale, in cui Dostoevskij chiedeva perdono alla persona che amava per aver perso tutto. Oltre a questi momenti così toccanti ci sono però anche molte scene comiche, sempre prosaiche e quotidiane, ma più dolci e divertenti.
Si è trattato dopotutto di restituire una vita intera e avere la possibilità di dare un affresco così ampio della biografia dell’autore era davvero una grande occasione. Quindi la sensazione di essere un’intrusa c’è sempre, ma viene anche compensata dalla consapevolezza che si sta lavorando per far conoscere una personalità così profonda.

Elena Freda Piredda: Sono completamente d’accordo. Ci ha sempre accompagnate la paura: in queste situazioni sei davanti a un gigante e devi portarlo al lettore italiano. Spesso c’è un sentimento di inadeguatezza, che nasce proprio dal fatto – come diceva poco fa Giulia – che io non ho ancora vissuto una vita intera, e soprattutto non la vita di Dostoevskij.
A questo si accompagna l’idea costante di essere un’intrusa. In una lettera alla moglie Dostoevskij scrive “In fondo questa lettera non la leggerà nessuno e non la mostrerai a nessuno” e invece noi oggi siamo qui a leggerla, contrariamente a ciò che l’autore pensava.
Come traduttore sei testimone di tutto e devi renderlo nel giusto modo.

Autori di questo calibro sono patrimonio dell’umanità, quindi è giusto farli conoscere, per quanto questo significhi sentirsi inadeguati e intrusi. Il lettore italiano non aveva ancora avuto modo di leggere così tante lettere tutte insieme e di conoscere l’epistolario in modo così completo. Ricordiamoci che Dostoevskij, a differenza di Tolstoj, non ha lasciato diari, e quindi queste lettere sono in qualche modo il suo diario.
Leggendo il suo epistolario è possibile farsi un’idea più precisa di chi fosse. Noi vogliamo tanto bene a Dostoevskij, ma dalle lettere si capisce bene che era un nevrotico. E la moglie, una santa.

Giulia De Florio: [ride] Esatto. Sopportare Dostoevskij è una via alla beatificazione.

Traducendo questa enorme mole di lettere c’è qualche aspetto dell’autore che siete riuscite a carpire? Magari qualcosa che è ancora poco chiaro o sconosciuto al lettore italiano, specialmente a chi non ha la possibilità di leggere il testo originale?

Elena Freda Piredda: Le lettere possono essere interessanti per scoprire le circostanze in cui nascevano i romanzi. Un lettore che legge Delitto e castigo spesso non conosce il contesto in cui è stato scritto, mentre questo epistolario gli permette di venire a sapere, per esempio, che Dostoevskij ha scritto questo romanzo mentre ne stava scrivendo anche un altro (Il giocatore).
In molte lettere emergono proprio i suoi progetti e i suoi piani di lavoro, e così l’epistolario getta una luce nuova sullo stile di un autore tanto criticato come sciatto e caotico. Leggendo le lettere invece si capisce meglio che non è così.
Il suo stile è concitato, ricco di ripetizioni e procedimenti quasi manipolatori (in senso positivo); tutti elementi che emergono, rielaborati, anche nei romanzi. Da genio letterario quale è, anche una semplice lettera sfrutta tecniche persuasive per raggiungere uno scopo.

Giulia De Florio: Esatto. Dalle lettere emerge la cura maniacale e ossessiva che Dostoevskij aveva per le sue opere; un dato forse ovvio per ogni scrittore, ma che con Dostoevskij aiuta a eliminare il falso mito secondo cui lui pubblicava in fretta. Non è vero: Dostoevskij pubblicava in ritardo, ma perché aveva un’idea molto forte per ogni racconto o romanzo e cercava di incarnarla in un testo che veniva puntualmente stravolto, anche più volte. Delitto e Castigo, per esempio, è stato riscritto moltissime volte. Non per dettagli ma proprio per elementi di base alla struttura, come la scelta di scrivere il romanzo dal punto di vista di Raskol’nikov o di un narratore esterno, ma vicino al protagonista.
Dall’esterno si nota che c’è sempre grande controllo del materiale artistico. Spesso i suoi personaggi prendevano il sopravvento, andando in una certa direzione senza che lui ne fosse convinto, ma il controllo non viene mai meno. Tutta questa parte artistica riceve ora spazio e permette al lettore italiano di contestualizzare meglio il lavoro dello scrittore.

E poi, come diceva Elena, emerge proprio la sua strategia manipolatoria e persuasiva. La sua era un’abilità comunicativa impressionante, soprattutto per quanto riguarda l’aspetto pragmatico della lingua, anche se poi questa sua abilità spesso veniva utilizzata per fini molto prosaici (chiedere soldi o posticipare una consegna). Oggi Dostoevskij sarebbe un ottimo direttore di marketing: ecco, un nevrotico a capo del marketing.

Il terzo elemento che emerge dalle lettere è l’umorismo. Dostoevskij era una bella linguaccia: aveva un’ironia sottile, velenosa e caustica. Questo aspetto c’è moltissimo anche nei romanzi ma è uno degli strati più profondi, ci vuole un lettore allenato (e ironico anche lui) per capirlo e una traduzione che permetta di far funzionare il testo come nell’originale, riportando in luce l’ironia.  Nelle lettere invece emerge in modo evidente, ed è un aspetto fondamentale. Molti pensano che i russi – e soprattutto Dostoevskij – siano tristi e cupi, in realtà non è così: proprio perché vivevano in un mondo così difficile lo prendevano molto sul ridere. Ci sono momenti che sono gustosi e cattivissimi, in cui viene fuori il veleno dello scorpione che era.  Questo è un lato forse poco considerato, ma è centrale per comprendere l’autore, perché fa capire quanto Dostoevskij fosse attento all’essere umano in ogni sua manifestazione.

Come conseguenza della domanda precedente, nel tradurre l’epistolario qual è l’aspetto più difficile con cui avete dovuto confrontarvi?
C’è qualcosa che vi ha dato del filo da torcere, perché vi appariva chiaro nella sua formulazione russa ma risultava complesso da rendere in italiano?

Elena Freda Piredda: La cosa più difficile è stata sicuramente trovare il tono giusto. Al di là delle eventuali difficoltà di comprensione di singole frasi – per cui si può chiedere l’aiuto di un madrelingua – era essenziale trovare il tono giusto, e non è stato semplice.

Giulia De Florio: Esatto, l’aspetto più complesso è stato sicuramente la ricerca del tono e, direi, del ritmo. Era una comunicazione non cesellata per la pubblicazione e il testo italiano doveva funzionare nello stesso modo. E comunque la zampata dell’artista c’è anche qui, e questo doveva emergere nell’epistolario. Per me, per esempio, è stata fondamentale la lettura ad alta voce per capire il ritmo delle lettere, con buona pace di chi era in biblioteca con me.
Occorre poi mantenere la consapevolezza che sono passati duecento anni. In traduzione non bisogna emulare il fraseggio italiano ottocentesco perché farebbe solo ridere. C’è una distanza che va mantenuta, una patina di antico che ci deve essere ma va controllata, soprattutto nel non essere eccessiva. Si gioca tra attualizzazione e storicizzazione e la china è scivolosa.
Questo è molto più problematico della resa della sintassi di un singolo passaggio, sono scelte più ampie e per cui bisogna avere padronanza del progetto e del ragionamento che si è fatto per arrivare lì. È questione di tecnica e di costanza.

Elena Freda Piredda: Il ritmo poi ovviamente varia, sia negli anni (ricordo che sono lettere che coprono tutta la vita dell’autore) ma anche nella singola lettera.

Per che tipo di pubblico è stato pensato questo volume? Di conseguenza, quali scelte traduttive sono state fatte per adeguarsi al lettore di riferimento?

Elena Freda Piredda: Io credo che l’attenzione al tipo di pubblico riguardi, più che il livello traduttivo, l’ampiezza degli apparati, come le note o l’introduzione. Il traduttore, pur consapevole che sta traducendo nel 2020 e non nel 1920, non deve prestare attenzione alla tipologia di lettore.
In questo senso è la casa editrice che deve fare e ha fatto una scelta precisa: rivolgersi non al lettore specialista (che comunque leggerebbe in russo) ma comunque a un lettore medio-alto, a cui questo contesto interessa, ma senza la necessità di dettagli di carattere accademico.

Giulia De Florio: Ricordiamo che il traduttore parla con il suo pubblico, ma il servizio lo rende al testo. Il suo compito qui non è vendere Dostoevskij o dimostrare quanto sia grande come scrittore, ma portare nel migliore dei modi possibili quel mondo ai nostri contemporanei.
La lingua scelta è quindi l’italiano corrente: le parole che abbiamo usato vengono pescate dal nostro bagaglio quotidiano dell’italiano che parliamo (e per questo il traduttore deve essere onnivoro nelle sue letture e in costante aggiornamento). Tutto viene filtrato dal traduttore, non esiste il traduttore invisibile, però il nostro compito è far parlare il testo e traghettarlo qui e ora.
Se la lingua di Dostoevskij è sporca – e lo è perché Dostoevskij non è Turgenev – allora io anche in italiano la devo sporcare. Come? Con gli strumenti linguistici che ho a disposizione: per esempio utilizzando forme della lingua neo-standard (non “Che cos’è questa cosa?” ma “Cos’è questa cosa?”) e altre forme spurie. Oppure usando in modo non del tutto corretto il famosissimo congiuntivo: così do in italiano lo stesso effetto che ha il lettore russo quando legge Dostoevskij in originale: una lingua che irrita.
Occorre quindi trovare un’equivalenza della scrittura di Dostoevskij, a tutti i livelli e attraverso gli strumenti di oggi, non certo con la lingua di Lo Gatto o Polledro che traducevano a inizio Novecento (e a loro va tutta la nostra stima).
Ma attenzione, non si tratta di “ringiovanire il classico” o di “rispolverarlo”, come molti dicono quando esce una nuova traduzione. Noi non dobbiamo rispolverare proprio nulla; dobbiamo però cambiare, perché la lingua è un organismo vivente.

Anna Grigor’evna Dostoevskaja, la seconda moglie dell’autore, è stata forse la donna più importante nella sua vita. Lo aiutò a smettere di giocare d’azzardo e a risollevare le sue finanze, senza contare l’amore sincero che li legò fino alla morte di lui.
Quale immagine di lei emerge dalle lettere?

Elena Freda Piredda: Anna Grigor’evna era una donna molto paziente. Dalle lettere emerge una moglie molto devota al genio letterario che lui era.

Giulia De Florio: Anna Grigor’evna aveva poi una dote molto invidiabile: possedeva un grande senso pratico, che è stato la salvezza di Dostoevskij. Era sì uno scrittore, un artista, ma senza soldi non poteva certo vivere, ed è grazie a lei se è poi riuscito a smettere di giocare una volta per tutte.
Un’altra cosa che emerge dalle lettere è quanto l’autore volesse mantenere contatti con la sua numerosa famiglia, cercando di non arrivare a punti di rottura insanabili, nonostante le molte liti e questioni di eredità.
Insomma, come disse l’altro grande: «Le famiglie felici si somigliano tutte, le famiglie infelici lo sono ognuna a modo suo».

Nabokov non amava Dostoevskij e nelle sue Lezioni di letteratura russa scrive che nelle opere del concittadino pietroburghese “non ci sono cambiamenti di condizioni atmosferiche, e perciò il modo in cui le persone sono vestite non ha alcun significato. Dostoevskij caratterizza i suoi personaggi attraverso le situazioni, i conflitti etici, i battibecchi psicologici e spirituali”.
Cosa succede allora quando Dostoevskij diventa egli stesso personaggio di un proprio testo? Emergono gli stessi conflitti morali e religiosi che tanto muovono i personaggi dei suoi romanzi?

Elena Freda Piredda: Mi fa sorridere la citazione di Nabokov perché nelle lettere Dostoevskij invece parla sempre del tempo, lamentandosi non solo del clima di Pietroburgo, ma anche di molte altre città europee.
Dostoevskij non amava scrivere lettere, ed è per questo che ciò che si ha è una confessione involontaria. Lui stesso dice che nelle lettere si può parlare solo dei fatti nudi e crudi e non delle cose più importanti dell’animo umano, ma poi è proprio nelle lettere che vengono fuori gli aspetti più profondi della sua persona. È come se Dostoevskij si sentisse inadeguato nell’esprimerli, ma poi riuscisse comunque a farli uscire alla perfezione quasi senza rendersene conto.

Giulia De Florio: Le lettere per lui erano la sintesi massima del paradosso: secondo Dostoevskij erano il mezzo meno adatto a esprimere l’animo umano – questo compito spettava all’arte – ma poi nelle lettere, in fondo, scorgiamo anche la sua anima. Dobbiamo poi fare molta attenzione quando parliamo di confessione in Dostoevskij, è un concetto profondamente radicato in lui, ma dai risvolti estremamente complessi.

Intervista a cura di Olga Maerna

Olga Maerna

Il fatto che mi sia stato messo un nome slavo senza che nessuno nella mia famiglia lo fosse è stato probabilmente un segno del destino. Mi sono laureata in Lingue e Letterature Straniere studiando tra Milano e Mosca. Ora sogno di riabbracciare presto una betulla siberiana e di aprire un giorno una mia casa editrice. Nel frattempo, recensisco libri e traduco.