Recensione di "Resurrezione", di Lev Tolstoj

Per Resurrezione, Lev Tolstoj parte da fatti realmente accaduti: l’amico Anatolij Koni, procuratore, gli aveva raccontato la storia di una giovane donna pietroburghese che, sedotta e abbandonata, si era perduta e aveva poi ritrovato il seduttore tra i giurati al suo processo. Lo stesso Tolstoj sembrerebbe aver avuto una relazione con una donna al servizio in casa di parenti, che sarebbe stata allontanata in seguito al fatto. Adriano Sofri, nella prefazione a Resurrezione (BUR, 2010), afferma che il romanzo “Era scandaloso, perché Tolstoj era scandalizzato: dalla giustizia umana, dalla chiesa, dalla buona società, e dai tribunali”. Nel Febbraio 1901, il Santo Sinodo della Chiesa Ortodossa scomunicò l’autore proprio a causa di questa pubblicazione.

1889. Si potrebbe partire da Tolstoj o da Nechljudov per parlare di questo romanzo.
I tormenti del giovane Nechljudov, nobile dell’alta società, e di Lev Tolstoj, conte, sono gli stessi. Risorge il giovane e con lui Ivan Il’ič, quel giudice istruttore vissuto e morto solo tre anni prima (1886), e in qualche modo il loro creatore, fino alla fine in costante ricerca di un modo per redimersi. Ma redimersi da cosa?
In Tolstoj va ricercato il bene e il male dei suoi personaggi, e nei racconti e nei romanzi – soprattutto nel caso di Resurrezione – facilmente si ritrova Tolstoj.

Lev Tolstoj
L'autore, Lev Nikolaevic Tolstoj

Scorgiamo qui un giovane ufficiale, il principe Dmitrij Nechljudov, nelle sue ampie stanze, godere serenamente del lusso che lo circonda, intrattenersi con le sue conoscenze e con la futura nobile moglie. Incaricato dal tribunale di far parte di una giuria popolare e di decidere, quindi, della condanna di una prostituta, Nechljudov crolla. È il principe che cade, l’idea di sé.
La consapevolezza dell’occhio altrui sulla sua persona, della percezione che le persone hanno di lui, del rispetto che da sempre gli viene manifestato non riesce più a stabilizzare il suo umore, a sostenerlo, a sopire la coscienza adesso risvegliata.

Katerina Maslova, figlia di una zingara, era cresciuta nella casa di due vecchie zie di Dmitrij, il quale a 16 anni, poco prima della partenza dalla casa delle zie, la seduce e le lascia del denaro. Al momento della gravidanza di lei, Nechljudov va via per non tornare più a lungo. La giovane, lasciato il figlio in orfanotrofio dove morirà di lì a poco, cerca invano di trovare una sistemazione e un’occupazione, subendo a ogni tentativo abusi e violenze, finché non viene accolta in un bordello.

Katjuša perde ancora una volta il pudore e impara che l’uomo è un animale alla costante ricerca dell’interesse personale, del piacere a costo dello sfruttamento di un altro e che lei, in quanto donna, deve rispettare questa legge umana, dalla quale può a sua volta trarre vantaggio. Viene arrestata con l’accusa di aver partecipato all’avvelenamento e alla rapina dei beni di un cliente.

Si ritrova così, fortemente cambiata in viso e nel corpo, confusa e infine in lacrime nell’aula di un tribunale, davanti a una giuria fatta di persone ignoranti e circondata da criminali (come li chiamerà più tardi Nechljudov-Tolstoj) senza coscienza.
In quest’aula siede il principe, che Katjuša sembra non riconoscere, che non riesce a guardare fisso negli occhi per scoprirvi la propria coscienza sporca, schifosa, dimenticata, adesso risvegliata all’improvviso e in un modo disturbante, forte, esigente, che spinge all’azione.

“Ma chi sono i giudici?”, direbbe qui Griboedov. E chi sono i giudicati, soprattutto? L’opinione, il punto di vista centrale nella vita del giovane nobile vacilla, comincia a spostarsi da altri nobili, dall’alta, buona società, a Katjuša, a qualcosa che non è né in aula né fuori, ma che è dentro: la coscienza. Si stanno giudicando Katjuša e Nechljudov.

Il risveglio del principe sarà lento e sofferto, prevederà l’abbandono delle proprietà, il tentativo (che fu lo stesso di Tolstoj) di salvare i contadini dalle ingiustizie di cui sono vittime, di studiare e capire il sistema giudiziario e il marcio che nasconde all’interno, l’assenza di morale, di Dio, della coscienza, appunto, come un tempo sembrava mancare in lui. Soprattutto, tenterà di rimediare in ogni modo alla propria profonda colpa nei confronti di Katjuša, a discapito dei propri rapporti familiari (e di quella che non sarà più la futura moglie), fino a chiederle di sposarlo e arrivare con lei in Siberia, al momento della condanna, per poterla aiutare e salvare.

La donna perduta e l’uomo “perduto” nell’incontro ritroveranno se stessi, l’uno attraverso l’altra, ma prenderanno infine due strade separate. Due resurrezioni.

[…] è evidente che questo ragazzo non è un malfattore speciale, ma una persona comunissima, lo vedono tutti, e che si è ridotto così solo perché si è trovato nelle condizioni che generano le persone come lui. E perciò mi sembra chiaro che perché non ci siano ragazzi simili bisogna sforzarsi di eliminare le condizioni in cui si formano questi infelici. E invece cosa facciamo? Acciuffiamo il primo ragazzo del genere che ci capita sotto mano per caso, sapendo benissimo che migliaia di altri restano impuniti, e lo rinchiudiamo in prigione, in condizioni di ozio assoluto o del più malsano e insensato lavoro, in compagnia di persone indebolite e smarrite nella vita come lui, e poi lo deportiamo a spese dello stato, insieme alla gente più depravata, dal governatorato di Mosca e quello d’Irkutsk.

Recensione a cura di Giordana Carbone

Resurrezione
Resurrezione, trad. di Emanuela Guercetti. Garzanti,