Gli scacchi sovietici al servizio dell’ideologia

All’inizio del XX secolo gli scacchi passarono dall’essere un interessante gioco da tavolo a uno sport professionistico, che divenne poi una vera e propria arena di scontri politici.

La componente ideologica degli scacchi svolse un importante ruolo in Unione Sovietica. Tra i “padri fondatori” del movimento degli scacchi sovietico figurò infatti Aleksandr Fëdorovič Il’in-Ženevskij, membro dell’élite di scacchisti dell’URSS, ma anche noto attivista del movimento clandestino bolscevico, che prese parte alla preparazione e organizzazione del colpo di Stato d’ottobre e dell’assalto al Palazzo d’inverno.

Il’in-Ženevskij organizzò il Torneo di scacchi panrusso con lo stesso fervore con cui si dedicò alla Guerra civile: “All’inizio del 1920 iniziai a lavorare alla Direzione generale del Vsevobuč (il sistema di addestramento militare universale) e ben presto venni nominato commissario. Prendendo parte insieme a degli affermati professionisti dell’attività fisica all’elaborazione dei programmi di preparazione premilitare dei lavoratori, proposi loro di inserire in questi programmi anche lo studio degli scacchi… Il più importante pregio dello sport, dissero loro, è il fatto che aumenti le potenzialità psichiche della persona che lo pratica, qualità estremamente importanti per un combattente. E qui, involontariamente, si creò un parallelo con gli scacchi. Perché gli scacchi, a volte anche più dello sport, sviluppano nella persona qualità quali il coraggio, l’ingegno, la calma, la volontà, ma, soprattutto (cosa che non accade con lo sport), fanno sviluppare capacità strategiche. Così, ben presto, inviammo una disposizione a tutti i nostri comandanti delle circoscrizioni territoriali in merito all’obbligo di insegnamento degli scacchi e di assistenza all’organizzazione dei circoli scacchistici…”

Così, gli scacchi iniziarono ad essere considerati alla stregua di altri efficaci strumenti nella guerra propagandistica, nella quale a volte le più drammatiche opposizioni si risolvevano non solo per mezzo di confronti fisici, ma anche e soprattutto con l’aiuto delle risorse cognitive.

Primo torneo di scacchi panrusso, 1879. Fonte: wikipedia.com

La vera e propria politicizzazione e ideologizzazione degli scacchi ebbe inizio con l’entrata nel movimento degli scacchi sovietico di Nikolaj Vasil’evič Krylenko, una delle più importanti personalità della leadership politica dell’URSS. Durante il trionfale Congresso di scacchi dell’Unione Sovietica del 1924, Krylenko dichiarò di considerare “l’arte degli scacchi un’arma politica”.

Occorre notare che, nonostante la sua antica origine, il gioco degli scacchi ha costituito per molto tempo una prerogativa di una cerchia relativamente ristretta ed elitaria di appassionati. Gli scacchi fecero la loro comparsa nella Rus’ intorno all’820. Ebbero un’ampia diffusione in Persia, poi, tramite la cresta caucasica, si infiltrarono nella vita quotidiana del più vicino paese e più grande partner commerciale dell’antica Rus’, ovvero il Khanato di Khazaria. A differenza dell’Europa, nella quale gli scacchi divennero una delle più amate forme di intrattenimento degli intellettuali e della nobiltà già dalla fine del XV secolo, in Russia la pratica di questo gioco costituiva, più che altro, un privilegio per pochi eletti.

Parte dell’educazione dei figli dei granduchi consisteva nell’insegnamento degli scacchi, che si credeva “affinassero le capacità mentali”. Durante le sue escursioni, Pietro I portava con sé non solo gli scacchi, ma anche una coppia di partner di gioco abituali. Anche Caterina II si intratteneva con gli scacchi.

Nel 1796, il gran ciambellano Aleksandr Sergeevič Stroganov organizzò una partita di scacchi viventi in onore della “Minerva trionfante” (nome della nota mascherata organizzata in occasione dell’incoronazione di Caterina II, n.d.t.) e del re Gustavo IV di Svezia, ospite nella sua residenza di campagna. Il prato, diviso in zolle verdi e gialle, costituiva la “scacchiera” sulla quale i servitori, in abbigliamento medievale, si muovevano in base alle mosse della partita. Così, gli scacchi divennero pian piano un prestigioso gioco da tavolo, amato e praticato magistralmente da personalità quali Lev Tolstoj, Sergej Prokof’ev e Vladimir Nabokov.

Ja. S. Bašilov, “Partita di scacchi”, 1869. Fonte: wikipedia.com

L’ideologia bolscevica considerava gli scacchi la fortuna “della classe privilegiata previgente della borghesia e dei suoi seguaci”; al contrario, il governo sovietico assicurò il monopolio di Stato su questo “gioco”, trasformandolo in uno strumento di lotta politica contro i dissidenti, per il potere e la sua conservazione. Nell’URSS si ebbe un grandioso boom degli scacchi. Il capo del Consiglio dei commissari del popolo Aleksej Ivanovič Rynov stanziò 30.000 rubli in oro direttamente dalle casse del paese (che era appena uscito dalla Guerra civile) per il Primo torneo internazionale di Mosca.

Ancora più pretensiosi e grandiosi per numero di partecipanti e portata organizzativa furono i Tornei internazionali di Mosca del 1935 e del 1936. La partecipazione a queste competizioni da parte dei migliori scacchisti del mondo condusse il paese a una nuova tappa del boom degli scacchi quando le “celebrità” straniere si trovarono a sfidare i giovani talenti dell’URSS. Il più grande obiettivo del Paese in termini di politica divenne quello di ottenere il titolo di campione del mondo, titolo che apparteneva in quel momento al nemico ideologico del potere sovietico, Aleksandr Aleksandrovič Alekhin. Prima di emigrare in Germania nel 1920, Alekhin era infatti ricercato; la Čeka aveva deciso per la sua fucilazione. Immediatamente dopo la Seconda guerra mondiale, venne accusato di collaborazionismo e favoreggiamento del nazismo, dopo che gli venne attribuita la stesura di una serie di articoli dal carattere antisemita pubblicati nel 1941 nel “Pariser Zeitung”.

Sotto l’influenza della direzione sovietica e di partito che avevano assunto gli scacchi, si tentò di portare all’ordine del giorno la cessione da parte di Alekhin del titolo di campione del mondo. Non essendo, tuttavia, possibile privare l’attuale campione della sua corona, si optò per un compromesso e nacque l’idea di organizzare un incontro tra il più forte grande maestro sovietico e Alekhin. Era difatti facoltà del campione in carica disputare un match per il titolo con un avversario a sua scelta (n.d.t.).

Aleksandr Alekhin pensa alla prossima mossa durante l’incontro con Ståhlberg. Fonte: printerest.com

Il candidato ottimale per portare a termine un compito di tale responsabilità venne individuato in Mikhail Moiseevič Botvinnik, comunista convinto, dottore in scienze tecniche e ingegnere. Alla fine degli anni ’30 ci furono delle trattative informali per l’organizzazione del match, tuttavia, non si presentò mai l’occasione per svolgere l’incontro.

Nel 1946, infatti, Alekhin morì, obbligando la Federazione Internazionale degli Scacchi ad organizzare un nuovo torneo per il titolo di campione del mondo. Il torneo vide vincitore nel 1948 proprio Botvinnik. Temendo la vittoria da parte di un americano, Ždanov, prima dello svolgimento della parte di torneo ospitata a Mosca, convocò Botvinnik ad una seduta di gabinetto del Comitato Centrale. Per evitare una catastrofica sconfitta, venne proposto che gli altri partecipanti sovietici perdessero di proposito contro Botvinnik. L’ascesa simbolica al trono degli scacchi da parte di un grande maestro russo formalizzò definitivamente e consolidò l’egemonia degli scacchi sovietici sull’arena internazionale e si dimostrò un chiaro esempio di prevalenza del sistema socialistico sul capitalismo.

Incontro tra Botvinnik e Tal’. Fonte: wikipedia.com

Il braccio di ferro nel mondo degli scacchi durante gli ultimi anni della Guerra fredda aveva un carattere estremamente pungente e di primaria importanza. A partire dagli anni ’50 del XX secolo, l’URSS iniziò a imporsi come la principale e unica superpotenza mondiale negli scacchi. Nel 1967, il campione sovietico nella categoria juniores Andrej Lukin venne privato della possibilità di partecipare al Campionato mondiale giovanile a Gerusalemme dopo che, al termine della Guerra dei sei giorni, l’URSS aveva interrotto ogni rapporto diplomatico con Israele.

Nel 1976 vi fu un secondo boicottaggio in un torneo ufficiale della Federazione Internazionale, quando a Haifa si sarebbero dovute svolgere le Olimpiadi internazionali degli scacchi. I rappresentanti degli Stati arabi decisero di svolgere in Libia una propria competizione organizzata da Mu’ammar Gheddafi, che non prevedeva la partecipazione dell’URSS.

Incontro tra Bobby Fischer e Boris Spasskij, 1972. Fonte: wikipedia.com

L’egemonia degli scacchisti sovietici continuò fino al 1972, quando il giovane americano Robert Fischer, battendo inconfutabilmente tutti gli sfidanti, vinse anche l’incontro finale, privando del titolo il rappresentante sovietico Boris Spasskij. L’universo degli scacchi era stato fino a quel momento dominato dalla scuola sovietica: divennero campioni uno dopo l’altro Tal’, Petrosjan, Spasskij, finché non arrivò questo “Schifer”, come lo avevano soprannominato in Unione Sovietica.

Egli si dimostrò non solo un ottimo scacchista, ma anche un fantastico stratega. Era solito mercanteggiare e discutere a lungo sul luogo in cui si sarebbe svolta la finale e sul montepremi. A Reykjavik, a match già iniziato, tardò deliberatamente all’incontro. E sebbene all’inizio il punteggio non fosse a suo favore (0 a 2), la tattica della pressione psicologica alla fine ebbe la migliore. Dopo che Spasskij cedette alla richiesta di Fischer di giocare il match a telecamere spente, l’americano vinse sette delle successive 19 partite e ne perse solo una.

La partita tra Fischer e Spasskij è considerata il miglior incontro di scacchi della storia.

Negli Stati Uniti, il successo di Fischer venne celebrato come la vittoria di un genio solitario, di un esponente del mondo libero su un prodotto della macchina degli scacchi socialista. Questi eventi contribuirono a una vera e propria diffusione degli scacchi anche negli USA. La vittoria di Fischer sul potere della macchina degli scacchi sovietica (nella quale non lavoravano attivamente solo gli scacchisti, ma anche interi laboratori sportivi, come il laboratorio di scacchi sotto la direzione di V. Alatorcev) si presenta più che altro come “una coincidenza sportiva, un tributo agli intrighi del gioco”. Nel 1975, infatti, l’americano perse il titolo ritirandosi dall’incontro con il grande maestro sovietico Anatolij Karpov. L’URSS riprese il suo ruolo di superpotenza negli scacchi a livello mondiale fino alla fine del XX secolo.

 

Fonte diletant, 08/03/2017 – di Marija Molčanova, Traduzione di Francesca Giannotti

Francesca Giannotti

Nata a Roma nel 1996. Laureata in Mediazione Linguistico-culturale e poi in Traduzione specializzata. Dopo aver vissuto qualche mese a San Pietroburgo e a Mosca mi sono innamorata del paese e della sua cultura. Collaboro con RIT per condividere questa mia passione.