Intervista a Gianluca Pardelli

Gianluca Pardelli è un fotogiornalista, traduttore, pubblicista e autore di viaggi specializzato in ex Unione Sovietica e Europa Orientale.

Si occupa soprattutto di Caucaso, paesi non riconosciuti e repubbliche etniche della Federazione Russa. Da circa cinque anni dirige Soviet Tours, un tour operator specializzato in viaggi verso zone poco conosciute dell’ex Unione Sovietica e del Blocco Orientale, come Abcasia, Cecenia, Turkmenistan, Tuva, Calmucchia e Corea del Nord, ma anche realtà geopolitiche complesse al di là dei confini del defunto Patto di Varsavia, quali Siria, Iraq, Somalia e Afghanistan.  

Svolge, inoltre, l’attività di tour leader and travel designer per grandi attori del settore turistico tra cui Atlas Obscura e National Geographic Expeditions.

Come fotogiornalista ha collaborato con Huck Magazine, the Guardian, the Calvert Journal, la Tascabile e diverse altre testate.

Domanda di rito: Com’è nata la tua passione per la cultura e la lingua russa?

Il mio primo contatto con la cultura russa è stato di tipo letterario, quando lessi La Steppa di Anton Čechov. Avevo circa otto anni e mio padre mi portò in libreria per poter “scegliere il mio primo libro da adulto”, sottintendendo con tale perifrasi un libro che non fosse la solita storia illustrata per bambini. Non so perché, ma il mio occhio cadde sulla copertina di questo splendido racconto lungo e dalle prime pagine fu subito amore. Il protagonista, peraltro, è proprio un bambino dell’età che avevo io allora e l’immedesimazione fu naturale.

Per la lingua russa invece dovetti attendere fino alle superiori. Al tempo studiavo arabo già da parecchi anni, ma si trattava di una lingua che non mi dava quei riscontri immediati di cui un adolescente ha bisogno (gli arabisti sanno il perché). Il caso vuole che l’aula dove si tenevano i corsi di lingua araba era la stessa usata per le lezioni di russo. Le pareti e gli scaffali erano pieni di poster e libri in cirillico che mi ammiccavano come un demone tentatore. Lasciai il corso d’arabo e cominciai a studiare russo.

  • Fotogiornalista, traduttore, tour leader. La tua figura professionale è sicuramente interessante ed eterogenea. Ci racconti come sono nate queste professioni?

Da cosa nasce cosa. Dalla mia passione per i popoli e le culture dell’ex Unione Sovietica, Est Europa e Medio Oriente sono scaturiti i miei primi viaggi. In Egitto a sedici anni, in Iran l’anno dopo e poi i grandi viaggi in solitaria via terra: da Trieste a Baku, da Firenze a Kabul, da Livorno agli Urali e ritorno e via dicendo, la lista è lunga, sono stato fortunato. Viaggiando ho imparato a fotografare e documentare le realtà di cui ero testimone, perfezionando inoltre la mia conoscenza delle lingue, in particolare russo, tedesco e inglese. Fotogiornalismo e slavistica sono state inoltre protagoniste del mio percorso accademico. Le attività di tour leader e operatore turistico, infine, sono state per me il naturale passo successivo del cammino professionale intrapreso.

Soviet Tours è nata, infatti, per la volontà far conoscere agli altri ciò che io avevo visto, raccontato e fotografato. Essa rappresenta la summa di tutti i miei interessi e le mie esperienze di vita; un tour operator che si pone fra i suoi obbiettivi due cose che mi stanno particolarmente a cuore: il poter diffondere in occidente la comprensione di etnie, tradizioni, lingue e popoli da noi poco noti e la riscoperta dell’eredità sovietica e del suo splendido patrimonio artistico, culturale e umano. Il primo caposaldo, ovvero l’anima etnografica di Soviet Tours, è ciò che sta alla base di moltissimi dei nostri itinerari nelle aree dell’ex URSS abitate da minoranze etniche, ma anche di quelle rotte che oltrepassano i confini sovietici e si addentrano in zone misconosciute dell’Asia e del Medio Oriente, come i nostri viaggi in Hazarajat e in Kurdistan. Il secondo grande pilastro sui cui si basa Soviet Tours, cioè la valorizzazione dell’eredità sovietica, è ciò che guida buona parte dei nostri itinerari a tema storico e architettonico. La mia passione onnipervadente per l’URSS e i suoi lasciti è, inoltre, il motivo per il quale Soviet Tours collabora con diverse iniziative locali, nonché con la casa editrice tedesca DOM, in progetti di divulgazione e valorizzazione dell’architettura e dell’arte monumentale prodotta in settant’anni di civiltà sovietica.

  • Gianluca, ci parli di un posto che a primo acchito potrebbe sembrare orribile, ma che in realtà è incredibilmente sottovalutato?

Di getto me ne vengono in mente tre: Siberia, Cecenia e Kazakhstan. Per diversi motivi sono regioni e paesi dai quali molti forse non si aspettano un granché. La Cecenia è ancora, a torto, associata al conflitto ormai terminato da quasi vent’anni; pensando alla Siberia ci si figura una terra sterile, fredda e monotona; mentre il Kazakhstan è stato indissolubilmente associato a Borat e al degrado post-Sovietico. Beh, in tutti e tre casi, i relativi stereotipi, pur contenendo quel briciolo di verità presente in ogni cliché, sono assai lontani dalla realtà dei fatti. La Cecenia è una repubblica splendida, sicura ed ospitale; la Siberia è una terra immensa e diversissima, sia geograficamente sia culturalmente; il Kazakhstan, anch’esso enorme per i nostri standard, è caratterizzato da una natura mozzafiato, città estremamente interessanti, mercati pieni di colore e luoghi assolutamente fuori da ogni immaginazione – in senso positivo, però.

Molti dei luoghi che offri di far visitare probabilmente suonano all’orecchio dei più come posti pericolosi e rischiosi, ma è veramente così?

Questo è un punto che mi sta particolarmente a cuore e vi ringrazio per l’opportunità di sottolineare ancora una volta quanto i bias storici e culturali continuino a influenzare la percezione di una determinata area geografica. L’ex Unione Sovietica è, dati alla mano, molto più sicura di molti paesi dell’Europa Occidentale, degli Stati Uniti e, ovviamente, di molte mete considerate “normali” come ad esempio Messico o Brasile. Questo discorso vale anche per quelle aree erroneamente e ingiustamente bollate come “zone a rischio” dalla Farnesina, vedasi appunto la già citata Cecenia, ma anche Abcasia, Ossezia del Sud e Daghestan. Chiunque abbia viaggiato in questi luoghi, o quantomeno si sia informato da fonti attendibili e radicate sul territorio, sa quanto lontano sia la realtà oggettiva dall’assurda e paranoica narrazione che ancora si continua a fare a proposito queste regioni, che si basa, peraltro, su informazioni fuorvianti, datate e semplicemente sbagliate – mi perdonino al Ministero ma non ci sono altri aggettivi per definirle. Forse non sarebbe una cattiva idea organizzare un viaggio in Cecenia e nel Caucaso del Nord per lo staff della Farnesina, visto che sembra che siano rimasti fermi agli anni 90. Detto questo, un discorso diverso va fatto, ovviamente, per le nostre mete in Africa, Asia e Medio Oriente, come Somalia, Siria, Afghanistan e Yemen. Qui bisognerebbe, però, affrontare la questione paese per paese senza inutili e dannose generalizzazioni.

Qual è il progetto fotografico a cui sei più legato?

Tra i molti a cui sono legato, sceglierei Babushkas & Bazaars, pocihé ha come protagonisti i luoghi e le persone che più mi stanno a cuore: i mercati alimentari e le anziane signore che vi lavorano. bazaar.” –

“I mercati dell’ex Unione Sovietica sono un curioso mix di diversi sapori culturali”, afferma il fotografo Gianluca Pardelli “Non possono essere definiti come europei o asiatici. Non sono né esotici né familiari per il viaggiatore occidentale. Ricordano in qualche modo l’Europa orientale prima della seconda guerra mondiale, mescolati con un po’ di souk arabo ed ebraico e un tocco di turco”. – Leggi l’articolo completo

Quali sono stati il tuo primo ed il tuo ultimo viaggio nei paesi Ex-URSS? Ci racconti cosa è cambiato in mezzo a questi viaggi?

Il primo viaggio fu nei paesi Baltici e a Leningrado, pardon, San Pietroburgo, nel 2015, mentre l’ultimo risale a poco prima della pandemia, quando sono stato per l’ennesima volta in Caucaso del Nord, dalla repubblica di Adighezia al Daghestan, attraverso Circassia, Ossezia, Inguscezia e Cecenia. I cambiamenti più sensibili in ex URSS che un viaggiatore può aver riscontrato negli ultimi quindici anni, sono la rapida occidentalizzazione di molte ex repubbliche sovietiche, Georgia, Ucraina e Baltici in primis, e una progressiva e tragica distruzione del patrimonio architettonico e monumentale dell’URSS. Grattando un poco la superficie, andando oltre la terribile mercificazione e il lampante degrado urbano delle città ex sovietiche, ormai ricoperte di cartelloni pubblicitari e panelli di alluminio di dubbio valore estetico, si trova però anche un crescente numero di iniziative cittadine impegnante nella conservazione e nella rivalorizzazione dei lasciti tangibili dell’URSS.