Ajvazovskij, il pittore del mare che stregò l’Europa

La vita e i successi di uno dei più grandi pittori russi di tutti i tempi, le cui opere sono da sempre sinonimo d’incanto; tanto che in russo l’espressione “essere degno del pennello di Ajvazovskij”, usata per esprimere la propria ammirazione verso qualcosa di estremamente bello, è ancora diffusissima. Un artista unico nel suo genere, che dipinse più di 6000 quadri e che ispirò la creazione del termine “marinist”, ovvero “pittore di paesaggi marini”.

Le origini e la formazione

Hovannes Ajvazjan nacque nel luglio 1817 a Feodosia, città della Crimea affacciata sul Mar Nero. Suo padre Gevorg Ajvazjan, di origini armene, decise di trasformare il proprio cognome in Gajvazovskij, alla maniera polacca, in modo che suonasse più “russo”.

La sua vena artistica si manifestò prestissimo. La famiglia non era molto ricca e non poteva permettersi materiali costosi per assecondare la sua passione, così il giovane artista cominciò a disegnare sui muri esterni della casa dove vivevano.

I primi a notare il talento del piccolo Hovannes per la pittura furono l’architetto Jakov Koch e il governatore della città, Aleksandr Kaznačeev. Proprio lui inviò i disegni del giovane all’Accademia di Belle Arti di San Pietroburgo, a cui fu ammesso nonostante la giovane età. Infatti Gajvazovskij non aveva neanche 14 anni e per di più, secondo le leggi dell’Impero Russo, il figlio di un mercante non poteva aver accesso al prestigioso istituto.

L’artista emergente completò gli studi due anni prima del dovuto, poiché i docenti sostenevano di non avere più niente da insegnargli, e ricevette la medaglia d’oro e una borsa di studio da sfruttare all’estero per affinare la propria tecnica.

Ritratto di Ajvazovskij. A. V. Tyranov, 1841
Il viaggio in Italia

Come molti altri pittori (russi e non) del suo tempo, Ajvazovskij scelse come meta l’Italia, da sempre conosciuta come patria dell’arte.

Nel 1841 la prima città in cui fece tappa nel nostro Paese fu Venezia. Qui soggiornò presso il monastero armeno di San Lazzaro, dove viveva suo fratello maggiore. Insieme, i due ragazzi decisero di cambiare definitivamente i loro nomi e il loro cognome alla maniera russa, diventando così Gabriel e Ivan Ajvazovskij.

Nel periodo trascorso a Venezia il pittore conobbe Nikolaj Gogol’, che al tempo lavorava al suo libro Le anime morte, e tra i due nacque una bella amicizia nonostante le differenze di carattere. Ajvazovskij era infatti molto socievole e amava la compagnia, mentre Gogol’ era più schivo. Insieme organizzarono anche un viaggio a Firenze: qui visitarono la Galleria degli Uffizi e Palazzo Pitti, dove il grande artista poté vedere per la prima volta dal vivo i capolavori dei grandi maestri italiani, tra i quali Raffaello, Michelangelo e Leonardo da Vinci.

Il viaggio di Ajvazovskij continuò poi a Napoli. La città ebbe un grande impatto sul giovane pittore, che in Italia dipinse più di 50 quadri, tra i quali Il Golfo di Napoli e Il Golfo di Napoli al chiaro di luna.

Roma invece lo colpì per la sua imponenza: trovandosi tra i capolavori artistici e architettonici della capitale si sentì schiacciato da tanta maestosità. Durante la sua permanenza a Roma dipinse e regalò il suo quadro Caos. Creazione del mondo a Papa Gregorio XVI, che voleva inserirlo nelle collezioni vaticane. Il quadro è oggi conservato al museo dell’Isola di San Lazzaro degli armeni, a Venezia.

Ajvazovskij
Golfo di Napoli al chiaro di luna. I. K. Ajvazovskij, 1842.
Caos. Creazione del mondo. I. K. Ajvazovskij, 1841.
Il primo pittore russo al Louvre

Ajvazovskij e la pittura marina erano una grande novità in Italia, per questo la popolarità dell’artista crebbe molto rapidamente. Il giovane pittore, in più, organizzava spessissimo mostre personali, e proprio dopo una di queste mostre la stampa europea cominciò a scrivere di lui, contribuendo al suo successo. Inoltre, fu nominato membro di diverse accademie europee, tra cui quelle di Amsterdam, di Roma e di Parigi. La fama crescente gli permise anche di essere il primo pittore russo ad esporre i suoi quadri al Louvre.

Nonostante sia passato più di un secolo dalla sua morte, le tele di Ajvazovskij non hanno mai smesso di affascinare: nel 2012, durante un’asta di Sotheby’s, il magnifico quadro Vista di Costantinopoli e del Bosforo fu venduto per circa 5 milioni di dollari, ovvero quasi 4 milioni di euro. Finora è il prezzo più alto mai pagato per un’opera di questo artista.

Ajvazovskij
Veduta di Costantinopoli e del Bosforo, 1856, I. K. Ajvazovskij.
Famiglia

Nel 1848 Ajvazovskij sposò Julia Graves, una governante inglese, ed ebbe da lei 4 figlie. Il matrimonio, in un primo momento felice, sfociò in un divorzio qualche decina di anni dopo, a causa di divergenze tra i coniugi.

Avendo solo figlie femmine, però, il pittore non avrebbe potuto tramandare il suo cognome; così, con il permesso dello Zar Nicola II, lo diede ad uno dei suoi nipoti. Il nipote prese il cognome di Ajvazovskij, ma questo espediente non funzionò: Mikhail infatti diventò un pittore come il nonno, ma non ebbe figli.

L’ultimo quadro e la morte

Il grande artista si spense inaspettatamente nella primavera del 1900, dipingendo un quadro.

La tela doveva raffigurare un combattimento navale tra la flotta greca e quella turca, e il pittore ormai ultraottantenne riuscì quasi a completarla in un giorno solo, ma purtroppo fu stroncato da un’improvvisa emorragia cerebrale quella stessa notte.

Nell’opera incompleta vediamo solamente una nave avvolta dalle fiamme su uno sfondo praticamente appena abbozzato.

L’esplosione del vascello, I. K. Ajvazovskij, 1900.
La nona onda

L’opera più conosciuta di Ajvazovskij è senz’altro La nona onda, dipinta nel 1850 e oggi conservata al Museo di Stato Russo di San Pietroburgo.

Il quadro deve il suo nome a una credenza diffusa tra i marinai, secondo cui, in una serie di onde, la nona è la più pericolosa. Sulla tela è rappresentato un gruppetto di naufraghi nel mezzo di una tempesta, che cercano di salvarsi aggrappandosi alla nave distrutta. Sebbene il soggetto sia decisamente drammatico, il messaggio che vuole trasmettere l’autore è comunque positivo: è un invito a non perdere la speranza anche nelle situazioni più disperate, e ciò è reso evidente sia dai colori accesi del cielo sia dal relitto della nave, a forma di crocifisso e interpretabile come simbolo religioso.

La nona onda, I. K. Ajvazovskij, 1850.
La nona onda, I. K. Ajvazovskij, 1850.
Perché i quadri di Ajvazovskij sono così apprezzati?

Ajvazovskij era a tutti gli effetti un pittore romantico, affascinato dalla natura in ogni sua forma. Ciò che però sorprende di più delle sue opere è il fatto che dipingesse a memoria: osservava per ore il mare o il paesaggio che voleva riprodurre e, una volta davanti al cavalletto, si metteva all’opera. Anche la sua tecnica era particolare: cominciava sempre dal cielo e a volte non lasciava il lavoro per moltissime ore. Proprio per questo c’è una sensazione di uniformità del colore nelle sue tele.

Come abbiamo già accennato, Ajvazovskij fu il primo a dipingere il mare così spesso e in maniera così impeccabile, e proprio grazie a questo fatto nacque il termine russo marinist, che significa appunto “pittore di paesaggi marini”.

La maggior parte delle sue opere è oggi conservata alla Galleria Ajvazovskij di Feodosia, città natale dell’artista. Altre tele si possono trovare al Museo di Stato Russo di San Pietroburgo, alla Galleria Tretyakov’ di Mosca, nella Galleria Nazionale dell’Armenia e in moltissimi altri musei russi, della Crimea o dell’Armenia.

In Italia si possono vedere alcuni dei suoi dipinti nella Galleria degli Uffizi a Firenze e al Monastero Armeno Mechitarista di Venezia.

Martina Bertola

Martina Bertola

Nata nel 1997 a Savigliano (CN), mi sono laureata in Scienze della Mediazione Linguistica a Torino nel 2019. Attualmente frequento il corso di laurea magistrale in Traduzione a Torino. Sono da sempre appassionata di lingue e culture straniere e ho cominciato a studiare russo circa 5 anni fa, quasi per caso, quando mi è stato regalato un libro per lo studio individuale della lingua russa, e ho deciso di approfondire questa lingua a livello universitario, interessandomi sempre più a ogni aspetto della cultura russa.

Questo editoriale nasce dalla collaborazione tra RIT e l’
Associazione Culturale italo-russa E’ ORA di Torino