La regione ebraica senza ebrei. La nascita della “Gerusalemme nell’Estremo Oriente”

La ricerca di un territorio per la comunità ebraica era iniziata già negli anni ’20 del ‘900. Con una disposizione del Comitato esecutivo centrale (CIK) dell’Unione Sovietica fu creato il Comitato per l’organizzazione territoriale dei lavoratori ebrei (KOMZET), che aveva come scopo quello di organizzare una migrazione volontaria di ebrei da paesini, città e villaggi verso terre lavorate. Esisteva anche l’OZET, ovvero un comitato statale che si occupava delle stesse tematiche, ma soprattutto della mobilitazione dell’opinione pubblica oltre confine (in primis delle comunità ebraiche), a sostegno di piani di migrazione degli ebrei sovietici. Inizialmente fu proposta una sistemazione in Crimea, ma, poiché i territori liberi non erano sufficienti e l’afflusso di nuovi “coloni” aveva provocato atteggiamenti antisemiti nella popolazione locale, si decise di accantonare questi piani. Per la ricerca di una “terra promessa” sovietica furono organizzate spedizioni in diversi luoghi, fino a che non fu individuata nell’Estremo Oriente.

La regione autonoma ebraica
“Dov’è l’ebreo di Birobidžan?”

Nel marzo del 1928 il Comitato esecutivo centrale (CIK) dell’Unione Sovietica assegnò al KOMZET delle terre libere nella zona Priamurskij, nel territorio dell’Estremo Oriente. Nell’agosto del 1930 nel territorio della futura regione autonoma ebraica fu costituito il quartiere di Birobidžan. Tuttavia, il nome stesso della “colonia” in realtà non viene dall’ebraico, ma deriva dai nomi di due fiumi che scorrono nel distretto degli Evenki: il Bir e il Bidžan. Nel 1930 la popolazione dell’intero quartiere era grosso modo di 38.000 persone, di cui 2.700 ebrei circa. Per salutare la creazione della regione autonoma ebraica, Kalinin, il capo di stato dell’URSS, presidente del Comitato esecutivo centrale (CIK) dell’Unione Sovietica, disse che l’evento “aveva un forte impatto economico per il ricco e ancora non del tutto sfruttato territorio, nel quale vi erano enormi giacimenti minerari, vaste superfici boschive e molto altro ancora, perfino l’oro”. Allo scopo di raggiungere uno sfruttamento intensivo di queste terre fu pianificato di trasferire nella regione autonoma 300.000 ebrei in 10 anni.

Kaganovič, il commissario del dipartimento di propaganda, in un incontro con il suo collettivo artistico domandò: “Dov’è l’ebreo di Birobidžan?”, in merito al repertorio del teatro ebraico di Mosca. Probabilmente il commissario non sapeva che a Birobidžan non c’erano affatto centinaia di migliaia di ebrei, ma di gran lunga molti meno. Gli attori, in silenzio, non trovarono risposta alla rigida domanda del “commissario di ferro”, ma la statistica sì. Dal 1928 al 1933 in questa regione arrivarono più di 18.000 persone. Il numero di ebrei, dopo aver raggiunto il picco di 20.000 nel 1937, in seguito diminuì costantemente. Stando al censimento del 1939, la popolazione della regione era di 108.930 persone, di cui 17.695 ebrei (16,2%). Nel 1959 la popolazione ebraica totale era meno del 9%, nel 1979 circa il 5,5%, nel 1989 il 4,1% e nel 2001 solo l’1%.

Via intitolata a Šolom-Alejchem a Birobidžan, 1967

La regione autonoma ebraica non costituiva di certo “il ghetto staliniano degli ebrei”, dove venivano costretti con la forza. Gli ebrei vi si recavano volontariamente, come era successo anche più tardi per la valorizzazione delle terre vergini (iniziativa promossa da Chruščev) e la costruzione della BAM (la ferrovia Bajkal-Amur). In verità, sempre volontariamente, da lì se ne andavano anche. Uomini abbastanza coraggiosi e pronti a sopportare di tutto per costruire la propria casa viaggiavano verso posti inesplorati. A quel tempo per la tratta da Mosca a Chabarovsk si impiegavano 9 giorni perfino col treno veloce, mentre il treno con vagoni merci con “letti” fatti da tavole di legno poteva impiegarci anche mesi.  Ogni vagone era occupato da 5 famiglie.

Per l’utilizzo delle terre, ai “coloni” proponevano di dividere gli appezzamenti in 4 ettari a testa (un saluto originale all’avanzato programma “l’ettaro dell’Estremo Oriente”). Arrivarono poi anche dall’estero. Nel 1931 dagli organizzatori della comune IKOR, così chiamata in onore dell’organizzazione americana che aveva aiutato gli ebrei nello sviluppo territoriale in URSS, arrivarono volontari da Stati Uniti d’America, Argentina, Polonia e altri paesi. L’anno successivo si presentarono ancora centinaia di persone. Gli abitanti della comune sognavano di dare vita a una cittadella agroindustriale. L’obiettivo era di grande portata: raggiungere 5.000 abitanti e trasformare la comune stessa, che si sarebbe chiamata “Socgorodok” (cittadella sociale), in un’azienda agricola altamente sviluppata e polivalente. Ma nel 1933 nella comune, a causa di un cattivo raccolto, iniziò una carestia e gli abitanti se ne andarono in breve tempo.  

Scena dello spettacolo “Stempenju”, basato sull’opera di Šolom-Alejchem. Teatro popolare ebraico di Birobidžan, 1984
La sinagoga sulla via Lenin

Prima della fondazione di Israele la regione autonoma ebraica costituì la prima e unica formazione territoriale-statale ebraica con status ufficiale nel mondo. A tal proposito si ricorda l’episodio tratto dall’opera “Zolotoj telenok” (Il vitello d’oro) in cui il corrispondente americano Мr. Burman nella conversazione con il giornalista sovietico Palamidov disse che lui, in quanto sionista, era interessato soprattutto alla questione ebraica in URSS. Senza pensare Palamidov rispose: “Per noi questa non è più una questione”. L’americano aveva cercato di capire attentamente se ci fossero ebrei in Russia e, avendo ricevuto una risposta affermativa, pensò: una volta che ci sono gli ebrei, di conseguenza esiste anche una questione ebraica. Ma il giornalista sovietico esperto di politica non si arrese e affermò decisamente: “Gli ebrei ci sono, la questione no”.

Certamente, è ovvio che delle questioni c’erano. Sostanzialmente gran parte dei cittadini sovietici, e di quelli all’estero, non aveva contezza di come fosse sorto un territorio autonomo ebraico al confine con la Cina e per quale motivo fosse nato, quando tutti sanno che la patria storica degli ebrei si trova totalmente dall’altra parte del mondo. Il progetto EAO (territorio autonomo ebraico) rappresentava di fatto il tentativo del potere sovietico di creare una repubblica di etnia ebraica (dato che altre nazionalità avevano già delle repubbliche “dedicate”), affiancato dall’intenzione di voler popolare e sfruttare le terre vuote dell’Estremo Oriente.

Molti ebrei se ne andarono da questa regione autonoma durante le emigrazioni di massa dall’URSS tra gli anni 1970 e 1980, periodo in cui andava di moda questa espressione: “Meglio avere parenti lontani nel Vicino Oriente che parenti vicini nell’Estremo Oriente”. Oggi ci sono molte più occasioni di incontrare un ebreo per le strade di una qualsiasi città russa, più o meno grande, che nella “capitale ebrea di Birobidžan”.

In tutta la regione gli appartenenti a questa etnia sono rimasti a malapena 1.500. La lingua ebraica all’interno del territorio è praticamente inutilizzata, nonostante la cultura e il colorito si mantengano: sono attivi collettivi coreografici, si svolgono rassegne e festival dedicati all’arte. I nomi delle strade di Birobidžan sono indicati con targhette sia in russo che in ebraico, così come le insegne. Gli abitanti della capitale ebraica si distinguono per la straordinaria tolleranza: sulla via Lenin si trovano una sinagoga e una chiesa protestante poco distanti l’una dall’altra.

Insegna della sede del Governo del territorio autonomo ebraico in doppia lingua

Fonte: aif.ru – di Oleg Gerčikov, traduzione di Giulia Conti

Giulia Conti

Ho iniziato a studiare russo per curiosità e mi sono appassionata sempre di più. Negli anni universitari ho avuto modo di studiare e lavorare in Russia per svariati periodi. Non mi sono fatta mancare i viaggi: Mosca, San Pietroburgo, l'anello d'oro, Ekaterinburg e poi fino a Vladivostok, percorrendo la tratta ferroviaria Transiberiana . Un pezzo del mio cuore è rimasto a Mosca. Laureata in Mediazione linguistica e culturale e in Lingue moderne per la comunicazione e la cooperazione internazionale.