Le registe donne fondamentali da conoscere

Nella storia della regia nostrana, ci sono state non poche donne alle quali il cinema sovietico e russo deve grandi successi, anche internazionali. Le donne iniziarono a fare grandi film negli anni ’10 del Novecento, mentre mezzo secolo dopo presero completamente il settore. «Kul’tura.RF» ha ricordato 11 registe donne eccezionali, le quali opere sono giustamente considerate dei classici del cinema russo e mondiale.

Ol’ga Preobraženskaja

Nella nascente industria del cinema, è stato Jakov Protazanov ad introdurre la prima donna regista russa: nel 1913 Ol’ga Preobraženskaja inizio a fare regia nei film dello studio cinematografico «Timan i Rejngardt». Il suo primo lavoro come regista fu con l’attore, sceneggiatore e regista Vladimir Gardin: nel 1916 girarono «La signorina contadina» di Aleksandr Puškin.

Ol’ga Preobraženskaja: «Il film è riuscito, è stato elogiato, ma poiché questa era la prima produzione di una regista donna, si è reagito con sospetto a ciò, così spesso su poster e recensioni il mio nome era scritto con una desinenza al maschile o attribuito alla produzione di altri registi».

Nei primi anni dopo la rivoluzione, Ol’ga Preobraženskaja divenne anche la prima donna ad insegnare regia: insegnava alla Scuola Statale di Cinematografia (la moderna VGIK – Vserossijskij Gosudarstvennyj Institut Kinomatografii – Istituto Statale Panrusso di Cinematografia).

«Il villaggio del peccato»[1] (1927) è considerata l’opera di maggior successo della Preobraženskaja. Lo scrittore Theodore Dreiser, che in quel periodo visitò l’URSS, lo definì un “miracolo”. Il film raccontava la difficile vita di una normale contadina russa nel villaggio alla vigilia e dopo la rivoluzione. Questo film che la Preobraženskaja ha girato insieme al regista Ivan Pravov, è coerente con il vigoroso stile del realismo socialista, come molti dei suoi altri film: “Il placido Don”, “Stepan Razin”, “Il ragazzo della taiga”.

Nonostante il costante successo del pubblico, i film della Preobraženskaja e dei suoi coautori sono stati spesso soggetti a critiche inflessibili e talvolta aspre.

Nadežda Koševerova

Se il principale regista-narratore di fiabe del cinema sovietico è considerato Alexander Rou, allo stesso modo Nadežda Koševerova è considerata la principale narratrice di fiabe. Nonostante il fatto che la regista si cimentasse in generi diversi, dal realistico (“Galja”) alle commedie (“Ukrotitel’nica tigrov” – La domatrice di tigri), il suo talento è stato rivelato più pienamente nella fiaba.

La più famosa delle sue dieci opere fiabesche è «Zoluška» (Cenerentola) del 1947, girata insieme a Michail Šapiro e scritta da Evgenij Švarc. «Zoluška» divenne, probabilmente, la prima fiaba nella storia del cinema sovietico completamente priva di base ideologica, ma allo stesso tempo con una satira leggera che rifletteva le caratteristiche della vita sovietica. Ad esempio, la matrigna, brillantemente interpretata da Faina Ranevskaja, è facilmente riconoscibile in un’attivista comunale esemplare. Inoltre, per la prima volta nel cinema sovietico, gli eroi aristocratici – il re Erast Garin e il principe Aleksej Konsovski – non sono ritratti come personaggi negativi e caricaturali.

Un altro importante lavoro della Koševerova è “Principessa per una notte”[2] del 1968 con Oleg Dal e Marina Neëolova nei ruoli principali. In questo film, per la prima volta i personaggi delle fiabe hanno iniziato a parlare la lingua dello spettatore moderno, dieci anni prima del famoso “Un miracolo ordinario” di Mark Zacharov, il quale utilizza questa stessa tecnica artistica.

Margarita Barskaja

Margarita Barskaja è la prima regista che è riuscita a mostrare il mondo di un bambino e il mondo attraverso gli occhi di un bambino, nella maniera più onesta e naturale possibile. Nel 1933 uscì il suo dramma «Rvannye bašmaki» (Scarpe stracciate), il primo film per bambini doppiato nel cinema mondiale. Lei ha raccontato di bambini cresciuti in un paese europeo dove un regime fascista è salito al potere. Subito dopo l’uscita del film, la regista è stata definita come un talento nuovo ed originale e, molto più tardi, quasi riconosciuta una precorritrice del Neorealismo italiano. Il pubblico rimase sorpreso dalla naturalezza con cui i bambini si comportavano nell’inquadratura, come se non notassero l’obiettivo: questo fu merito della pedagoga Barskaja, la quale riuscì a sviluppare un proprio sistema di lavoro con i giovani attori.

Margarita Barskaja è stata l’iniziatrice dell’apertura del primo studio cinematografico per bambini al mondo “Sojuzdetfilm”, dove è stato girato il lungometraggio «Otec i syn» (Padre e figlio). Non è mai apparso sugli schermi: i critici hanno bollato il film come “falso”, poiché la Barskaja, fedele al suo stile, rifletteva in esso la vita di una famiglia sovietica senza abbellimenti. Alla regista non è stato più permesso di girare, principalmente a causa della sua amicizia con il leader dell’opposizione caduto in disgrazia Karl Radek, così che il film «Otec i syn»  divenne l’ultimo lavoro della Barskaja.

Julija Solnceva

La regista cinematografica Julija Solnceva, prima di diventare famosa come regista, ebbe successo come attrice grazie ai ruoli da protagonista nei film muti «Aelita» e « La sigaraia del Mossel’prom».

L’opera più famosa della Solnceva è stata «Poema o more» (Poema sul mare), girato nel 1958 secondo la sceneggiatura del marito, il regista Alexander Dovženko, nel quale la costruzione della centrale idroelettrica Kachovska  viene presentata nello stile dell’antica poesia greca. Del film allo spettatore resterà impresso il dialogo fra il pensionato e il giovane studente. Il ragazzo sta per diventare procuratore e alla domanda del nonno, su come si possano giudicare le persone senza la capacità di farlo, lui risponde sicuro “in tribunale le capacità non servono, lì l’importante è sapere gli articoli-  a chi (spetta) cosa”.

L’altro lavoro degno di nota della Solnceva è «Storia degli anni di fuoco» (1960), il primo film in CinemaScope in Europa, che vinse il premio come miglior regista a Cannes.

Iskra Babič

Iskra Babič, laureata al VGIK nel 1958, è stata la pupilla del regista e insegnante Ivan Pyr’ev. La sua filmografia è costituita, in tutto, da quattro lungometraggi-melodrammi. La Babič ha realizzato film toccanti sull’amore, la coscienza e la gentilezza, ma evitando una eccessiva espressività e trame eccentriche.

Il film più noto della regista è «Mužiki!» (Uomini!) del 1982, il quale ha ricevuto molti premi e ha ottenuto una notevole considerazione in patria. L’ultimo film nella biografia della Babič è il dramma «Prosti menja, Aleša» (Perdonami, Aleša) del 1983, dopo l’uscita del quale si trasferì nel villaggio di Poplevino, nella regione di Rjazan’, dove ha condotto uno stile di vita quasi da eremita.

Dinara Asanova

Allieva di Michail Il’ič Romm, Dinara Asanova è famosa come la regista che è riuscita a mostrare la contraddittoria natura adolescenziale senza prediche inutili. Due dei film più noti della Asanova sono «Ne bolit golova u djatla» (Al picchio non fa male la testa) del 1975, storia lirica di un amore senza speranza, e «Pacany» (Ragazzini) del 1983, un dramma su giovani teppisti, nel quale non sono stati coinvolti attori professionisti ma veri e propri adolescenti di strada. Come ha ricordato Valerij Priemychov, l’interprete del ruolo di capo del campo di lavoro in «Pacany», dopo l’uscita del film, hanno cominciato ad arrivare lettere a pacchi: la gente chiedeva consigli, credendo che la regista fosse una specialista qualificata nell’educazione di “ragazzi difficili”. Tuttavia, l’unico scopo della Asanova era quello di dimostrare come il periodo di transizione tra l’adolescenza e la gioventù non sia una prova per la vita adulta “reale”, ma una parte importante della nostra unica, grande, vita.

Larisa Šepit’ko

Larisa Šepit’ko è stata una delle figure centrali nel cinema sovietico degli anni ’60-70. Tra le altre cose, ha girato l’iconico nastro del disgelo «Kryl’ja» (Le ali) nel 1966, un film-riflessione sul destino dei soldati in prima linea. Il soldato in prima linea nel film è una donna, l’ex pilota Nadežda Petruchina (interpretata da Maja Bulgakova), che dopo la guerra divenne la direttrice di una scuola professionale. L’eroina, costretta a discendere letteralmente dal cielo alla terra, si trova a dover vivere secondo nuove regole, nelle quali non c’è più quella chiarezza morale insita in tempo di guerra, portandola ad un’impasse esistenziale, come accadde a molti negli anni Sessanta.  «Kryl’ja», da un lato, divenne molto popolare tra il pubblico mentre, dall’altro, attirò l’attenzione dei censori dell’Agenzia Statale per il Cinema nei confronti della Šepit’ko.

Affinché potesse girare il suo film principale «L’ascesa» del 1976, esattamente come lei lo vedeva, la regista ha dovuto letteralmente lottare per ottenere il permesso dai funzionari statali. In questo modo è nato il dramma militare basato sulla trama del romanzo di Vasil Bykov, scomodo alle autorità, il primo film sovietico della storia a ricevere l’Orso d’Oro del Festival di Berlino.

Tat’jana Lukaševič

La frase « Mulja, non farmi innervosire!» è entrata per sempre nella storia del cinema nazionale, come la regista di «Podkidyš» (Il trovatello)  del 1939. Il suo debutto è avvenuto a 24 anni: il film «Prestuplenie Ivana Karavaeva» (il crimine di Ivan Karavaev) ricorda più una campagna cinematografica dalla forma artistica che una dichiarazione artistica, ma ha comunque suscitato interesse per la giovane regista. Successivamente, la Lukaševič realizzò principalmente film che hanno contribuito all’ “educazione morale delle giovani generazioni”: «Gavroš», «Podkidyš» (Il trovatello), «Attestat zrelosti» ( Diploma di maturità).

Nonostante la stretta aderenza della regista ai canoni del realismo socialista, l’umanità e la semplice sincerità vengono sempre alla ribalta nei film della Lukaševič, non gravati da un’eccessiva edificazione e didattica. Ciò è particolarmente evidente nel film «Podkidyš», la cui principale idea è espressa nei versi di una ninna nanna: “Nella nostra grande città, tutti sono affettuosi con un bambino”.

Aida Manasarova

Per Aida Manasarova, è come se la cosa principale nel suo lavoro fosse stato evitare diligentemente tutto ciò che risultasse perfetto e artificioso. Secondo le parole della stessa regista, per lei era “molto più importante mostrare il vero dramma della ricerca di ideali morali”, per questo i suoi personaggi non sono mai positivi e unidimensionali. In pratica tutti i suoi film raccontano di persone che stanno attraversando profonde crisi interiori. “Mi piacciono i protagonisti tormentati dalla loro imperfezione”, ha ammesso la Manasarova. Uno dei lavori più sorprendenti della regista è il dramma familiare «Ogljanis’» (Guarda indietro) del 1983, sul difficile rapporto tra madre e figlio.

Tat’jana Lioznova

«Semnadcat’ mgnovenij vesny» (Diciassette momenti di primavera) diretto da Tat’jana Lioznova divenne immediatamente la serie sovietica di maggiore successo. Tuttavia, la regista non è nota solo per la storia del più popolare ufficiale del controspionaggio sovietico.

Il personaggio chiave di tutte le sue opere è un uomo che si trova in condizioni innaturali per sé stesso, una mosca bianca, che si mette alla prova per forza, e non sempre con successo. “Limita Njura” nel film «Tri topolja na Pljuščiche»  (Tre pioppi a Pljuščicha) del 1967 non troverà mai l’amore; Nina in «Karnaval» (Carnevale, 1981) torna alla sua cittadina di origine, non essendo riuscita a diventare una grande artista; Lënja, nel film «My, nižepodpisavšiecja» (Noi sottoscritti, 1980), si dispera per raccogliere delle maledette firme, le quali alla fine si rivelano necessarie solo a lui. E questa combinazione di caparbietà, umiltà, irrequietezza è una caratteristica di molti dei protagonisti della Lioznova. Come ha ricordato il drammaturgo Aleksandr Gel’man, “i suoi film sono sinceri, la verità dell’anima in essi supera la verità dei fatti, come accade nella vita con le persone reali”.

Kira Muratova

Kira Muratova ha sempre solo girato il tipo di cinema che voleva fare, indipendentemente dai cambiamenti nell’agenda politica, dai regimi, dalle linee guida estetiche. Per questo, i suoi primi film «Korotkie vstreči» (Brevi incontri, 1967) e «Dolgie provody» (Il lungo addio, 1971) sono stati accantonati, il terzo, «Alla scoperta della vita»[3] (1971) non fu mai reso pubblico, mentre il quarto, «Tra le pietre grigie» (1983), tagliato dalla censura, la regista lo ha firmato con lo pseudonimo di Ivan Sidirov.

Infine, girato nel 1989 «Asteničeskij sindrom» (Sindrome astenica) ed uscito come la stessa Muratova voleva, l’ha portata ad essere riconosciuta a livello mondiale.

I film girati dalla Muratova si rivelano sempre come una prova per lo spettatore, un duro lavoro interiore. Lei è l’unica regista donna che è riuscita con successo ad attraversare i decenni di trasformazione del cinema nazionale.

 

FONTE: culture.ru – di Oleg Zinov’ev,  traduzione di Elisa Savelli 

[1] Titolo originale: Staraja, Staraja skazka – Una vecchia, vecchia fiaba

[2] Titolo originale: Baby rjazanskie – Le donne di Rjazan’.

[3] Titolo originale: Poznavaja belyj svet – Alla scoperta del mondo.

Elisa Savelli

Sono nata e cresciuta nella capitale, vissuta qua e là. Per ora tornata alle origini. E sottolineo, Per-Ora. Alla domanda "Perché hai studiato russo?" non ho ancora una risposta pronta, ma più cresco e più mi rendo conto che non sarebbe potuto essere altrimenti. Alla domanda gettonatissima, che spesso segue, "E perché non il cinese? " di solito non rispondo volontariamente. Per Russia in Translation traduco tutto quello che mi incuriosisce. Vedo la traduzione come una chiave in grado di aprire porte che altrimenti passerebbero inosservate. Mi piace perché è un piccola "magia" che permette di accorciare le distanze,  basta aprire la porta e si può curiosare in un'altra cultura.