Rock, un viaggio nell’underground sovietico nel documentario di Aleksej Učitel’

Rock, un viaggio nell'underground sovietico nel documentario di Aleksej Učitel’

Sembra una vecchia fotografia  trovata per caso nell’ultimo cassetto di un comò, questo documentario dai colori sbiaditi, le cui immagini appaiono sfumate come le nuvole di tabacco dei suoi protagonisti. I suoi dettagli spesso si confondono ai nostri occhi ormai abituati al digitale. Ma tutto questo non rovina il risultato, anzi. Proprio come quella fotografia dimenticata lì da anni risveglia un senso di nostalgia per un tempo forse da noi mai vissuto, questo film ci catapulta nella sua atmosfera cupa e romantica, raccontandoci di un’epoca che sembra oggi così lontana, sullo sfondo di una nazione ormai agli sgoccioli. Sono passati poco più di trent’anni ma verrebbe quasi voglia di iniziare questa storia con un “C’era una volta…”

 E allora cominciamola proprio così…

C’era una volta, e forse c’è ancora, la musica rock, movimento fatto di chitarre distorte e testi irriverenti. E c’era una volta, ma oggi non c’è più, l’Unione Sovietica, Paese dalla scarsa libertà di espressione, dove ogni fenomeno artistico ufficiale passava all’attento vaglio della censura prima di essere approvato. E proprio in questo Paese che oggi non c’è più queste due realtà si incontrano e danno vita a un nuovo filone dell’underground sovietico che, a cavallo tra gli anni ‘70 e ‘80, pullula di musicisti che conquistano subito i cuori e le orecchie di molti. 

Boris Grebenščikov in una scena del film Rock
Viktor Coj in una scena del film Rock

Suonano rock, questi nuovi musicisti, la musica arrivata dall’Occidente, diavolo da scacciare prima che corrompa l’ordinata società sovietica come già ha fatto oltre cortina. E cantano testi, alcuni, piuttosto critici, altri  invece di disagio esistenziale, di religione, dell’ingiustizia della guerra e di molto altro ancora. Ed è chiaro che non possano andare a genio al governo di una nazione i cui slogan sono tutti impregnati di entusiasmo,  dedizione al partito, giustizia e ottimismo. Un Paese che si vanta di offrire, a dispetto di ogni evidenza, la migliore delle vite possibili. Proprio per questo i rocker che parlano davanti alla telecamera di Učitel’ vengono percepiti come potenzialmente pericolosi e tenuti sotto controllo, sebbene loro stessi non riconoscano nella propria arte nulla di anti-sovietico e non cerchino in alcun modo di ribaltare la situazione attuale quanto piuttosto di conviverci trovando nel contempo un modo per esprimere se stessi. 

Oleg Garkuša in una scena del film Rock
Jurij Ševčuk e sua moglie Elvira durante le riprese del film Rock

Ed ecco perché il rock in Unione Sovietica è rimasto per lungo tempo un fenomeno di nicchia, sempre ai limiti della legalità. Se un divieto vero e proprio non esisteva, è chiaro però che nel cielo “nuvoloso variabile” della censura sovietica, che subiva spesso gli umori del momento senza seguire una linea coerente e continua, si alternavano momenti di aperta ostilità verso l’attività di questi giovani ad altri di indifferenza totale. Una vita vissuta volutamente ai margini, quella dei suoi musicisti, parallela alle grandi parate e alle feste di partito, fatta di concerti clandestini a casa di amici e conoscenti, i cosiddetti “kvartirniki”, e di musica registrata con semplici mangianastri, i “magnitozdat”, dentro cucine claustrofobiche o in studi abusivi. Erano queste ultime le pratiche che potevano considerarsi illegali, quando retribuite, e spesso servivano da scusa per bloccare l’attività di artisti scomodi. 

Dovrà passare ancora del tempo prima che il rock conquisti sale da concerto e stadi, attraversando una fase di semi-ufficialità rappresentata dal “Rock club” di Leningrado e dal successivo avvento della perestrojka. Ed è proprio durante questa fase che nel 1988 esce il documentario “Rock” che, neanche a dirlo, ottiene un successo strepitoso.

Sono un giovanissimo Boris Grebenščikov, leader del gruppo Akvarium e figura cardine del movimento, insieme al regista Aleksej Učitel’, qui alle prese con il suo primo lavoro, ad accompagnarci in questo viaggio alla scoperta dei protagonisti della scena musicale alternativa dell’ex capitale degli Zar. 

Il gruppo AVIA
Boris Grebenščikov in una scena del film Rock

 Učitel’ racconterà poi di come non sia stato facile guadagnarsi la fiducia di questi musicisti schivi e riservati. Lui, che per sua stessa ammissione non era mai stato un appassionato del genere, era interessato piuttosto a mostrare al pubblico il fenomeno sociale sviluppatosi in quegli anni intorno alla musica rock. Ecco perché, spiegherà ancora, la scelta di dare al suo lavoro questo titolo dal doppio significato. In russo la parola “rok”, oltre a designare un genere musicale, può voler dire “sud’ba”, ovvero “destino”, ed è infatti il destino dei suoi protagonisti che vuole raccontarci Učitel’, o meglio, farcelo raccontare direttamente da loro con le loro storie di vita, nella loro quotidianità, a casa, con i propri figli, nello svolgere le loro professioni. Scelta artistica, quest’ultima, ma non solo, dato che il regista parlerà poi della necessità dei suoi eroi di essere mostrati al  lavoro affinché non incorressero nell’accusa di “parassitismo”, il reato di cui all’epoca si macchiavano coloro che non avevano un’occupazione fissa. Emblematica a questo proposito è la scelta del brano di Grebenščikov “Pokolenije dvornikov i storožej”, ovvero la generazione di netturbini e custodi: erano queste le professioni, insieme a quella del fuochista, più ambite dai nostri rocker che, come già detto, preferivano ricoprire ruoli semplici e marginali per potersi dedicare alla musica. La canzone torna a più riprese quasi a unire come un filo le interviste dei vari musicisti, a ribadire che sono tutti parte della stessa realtà sociale e non entità a sé. “E le voci risuonano più vicine e  più forti… e che io sia maledetto se questo è solo un miraggio”.

E allora andiamole ad ascoltare, queste voci. 

Conosceremo nell’ordine: 

Boris Grebenščikov e gli Akvarium, 

Anton Adasinskij e il gruppo Avia, 

Viktor Coj, leader del gruppo Kino, 

Oleg Garkuša e gli Aukсion, 

Jurij Ševčuk con i suoi DDT,

che, lungi dal rappresentare l’intera scena rock dell’epoca, ci offrono comunque un’importante testimonianza storica di un periodo che, come ben sottolineano le prime immagini, inizia con l’epoca della stagnazione ma tocca anche la perestrojka. 

Gli ultimi minuti che seguono i titoli di coda sono dedicati al rocker e poeta Aleksandr Bašlačev che, dopo aver preso parte alle riprese del film, volle essere omesso dalla pellicola per motivi sconosciuti. Morto poco tempo dopo cadendo dall’ottavo piano del suo appartamento di Leningrado, probabilmente suicida, verrà omaggiato con l’aggiunta postuma di una sua esibizione e di alcune scene del suo funerale filmate dallo stesso Učitel’. La traduzione del brano non rende putroppo onore della complessità della lingua usata dal poeta, fatta di metafore intimamente legate alle sonorità delle parole scelte, ma spero possa comunque essere un punto di partenza per chi vorrà approfondire la sua figura. 

Francesca Loche

Nata a Cagliari, dove il sole splende 300 giorni l’anno, ho scelto Mosca con i suoi freddi e lunghi inverni come città adottiva. Attualmente insegno italiano presso l’università Higher School of Economics di Mosca, dove svolgo anche un dottorato sulla musica rock in Unione Sovietica. Sono interprete freelance e coltivo senza sosta la mia passione per la Russia, i viaggi e la traduzione. francesca.loche@gmail.com