La Russia vista dagli occhi dei fotografi stranieri

Si dice che la grandezza si apprezzi solo vista da una certa distanza. Questo detto si può adottare ad alcuni aspetti del mestiere del fotografo: infatti a volte, perché gli scatti siano davvero interessanti, c’è bisogno di distanza. Una distanza anche culturale. Per questo vi raccontiamo come la Russia è stata vista negli anni dagli occhi dei fotografi stranieri.

L’inizio della Grande Guerra nell’obiettivo di Margaret Bourke-White

Margaret Bourke-White è stata la prima corrispondente estera a visitare l’Unione Sovietica: nel 1930 riuscì ad ottenere il permesso di filmare la costruzione di alcune fabbriche. 

Nonostante Margaret fosse specializzata in fotografia industriale, le interessava poco la fredda lucentezza delle macchine. Quel viaggio in Unione Sovietica rivelò l’autentico talento giornalistico della Bourke-White: Margaret mostrò al mondo non solo la crescente forza dell’industria pesante sovietica, ma anche le persone che insieme alle macchine partecipavano alla costruzione del futuro della nazione.

All’inizio degli anni ’40 Margaret visitò di nuovo l’URSS, in qualità di corrispondente fotografica del giornale Life (evidentemente la leadership del partito comunista aveva apprezzato i risultati del suo precedente lavoro).

Nel giugno 1941, quando iniziò la guerra, Margaret Bourke-White era l’unica fotografa straniera presente a Mosca. Ebbe così l’occasione di fissare su pellicola i primi giorni del conflitto. E di nuovo in primo piano mostrò la vita della gente comune. I cittadini che si nascondevano dai bombardamenti nei sotterranei, i bambini che giocavano alla guerra: questi erano i soggetti della massa presentati da Margaret.

Ma le fotografie più spettacolari della serie militare sono i panorami di Mosca di notte durante i raid aerei tedeschi, che Margaret riprese dal tetto dell’ambasciata americana o dalla finestra della sua camera d’albergo.

Il volto umano dell’Unione sovietica negli occhi di Henri Cartier-Bresson

Il padre del reportage fotografico si trovò per la prima volta al di là della cortina di ferro nel 1954, dopo la morte di Stalin. Sullo sfondo delle tensioni crescenti tra URSS e paesi capitalisti, le foto di Bresson, pubblicate dalle principali pubblicazioni mondiali, erano del tutto inaspettate.

Il fotografo riuscì a descrivere non i “cittadini sovietici”, ma la gente comune, che come i suoi compagni d’oltrecortina sapeva ridere, essere triste, sorprendersi. Inoltre, come la maggior parte degli abitanti del mondo civilizzato, amava mangiare gelato. Per qualche strano motivo i lettori delle riviste francesi furono particolarmente colpiti dalle foto delle bancarelle di gelati, nel reportage City Life.

Anche l’enorme armamentario ideologico che di tanto in tanto compare nella cornice di Bresson sotto forma di statue, bassorilievi e bandiere, non sminuisce il pathos umano delle fotografie, anzi lo enfatizza.

All’inizio degli anni ’70 il fotografo visitò di nuovo l’URSS e di nuovo pose al centro della sua attività non il mito ideologico, ma l’uomo, indipendentemente dalla propria provenienza e dalle idee politiche.

Le modelle di Dior nell’obiettivo di Howard Sochurek

Un altro corrispondente della rivista Life, Howard Sochurek, trascorse nella Russia sovietica più di un anno. In questo periodo visitò la Crimea e fece anche un viaggio sul Volga da Mosca ad Astrachan’.

L’unione sovietica di Sochurek è molto diversa dall’unione sovietica di Bresson. La differenza non sta solo nel fatto che le foto del Volga River Essay sono a colori. C’è meno umanità e più ambiente nel lavoro di Sochurek: sia per il particolare punto di vista, sia perché la maggior parte delle fotografie sono state scattate fuori dai confini della città. Minuscole figure di persone sono inscritte negli ampi paesaggi dell’entroterra russo. Tuttavia, a volte il fotografo accorcia la distanza tra sé e il modello, rendendo la cornice antropocentrica.

Nonostante ciò oggi Sochurek non è conosciuto per i panorami delle rive del Volga, ma per le sue foto del 1959, che rappresentano le modelle del marchio Dior mentre camminano per le strade di Mosca dopo la prima sfilata di moda tenuta in URSS. Sono scatti comici e un po’ tristi che illustrano perfettamente il grado di isolamento che a quel tempo c’era tra il popolo sovietico  e il contesto culturale mondiale.

La gioventù sovietica negli scatti di Bill Eppridge

Alla fine degli anni ’60, nell’epoca dei moti giovanili, la rivista Life inviò il suo fotografo Bill Eppridge a descrivere la vita della generazione giovane in uno dei paesi più chiusi al mondo: l’URSS.

Eppridge visitò probabilmente tutti i posti in cui avrebbe potuto incontrare volti giovani: piste sportive e da ballo, scuole, parchi e spiagge. Fotografò ragazzi e ragazze durante le festa in famiglia o immersi nella natura accanto a un fuoco morente o in un cantiere con una pala in mano.

La gioventù sovietica era diversa da quella americana o europea? Probabilmente no: è questo quello che affermavano le fotografie di Eppridge. Forse i protagonisti del suo reportage erano vestiti in modo più modesto rispetto ai loro coetanei stranieri ma in generale non c’era nulla di sorprendente in quelle fotografie. C’era solo giovinezza e ogni fotogramma era pieno di vita.

La macchina del tempo russa di Paolo Verzone e Alessandro Albert

L’idea della fotografia come macchina del tempo sembra ormai piuttosto scontata. Tuttavia i fotografi italiani Paolo Verzone e Alessandro Albert sono riusciti a trovare il loro modo non banale di dimostrarlo.

Nel corso di venti anni hanno visitato tre volte la capitale russa, dove hanno scattato ritratti di moscoviti. Il Moscow Project iniziò nel 1991. Armati di macchina fotografica e di un cartello che spiegava in russo il loro lavoro, Verzone e Albert fermavano i passanti nel centro di Mosca e chiedevano di poterli fotografare. Dopo aver scattato più di 180 fotografie, i fotografi lasciarono la capitale russa.

Dieci anni dopo, nel 2001, i due tornarono in Russia e ricominciarono a fotografare i moscoviti. Nel 2011 ci fu una terza visita. Così il progetto artistico si trasformò in una sorta di esperimento, il cui compito era mostrare come i cambiamenti in atto nel paese influenzavano l’aspetto dei suoi abitanti. “Attraverso l’arte della fotografia, passato, presente e futuro si uniscono per sfidare le nostre nozioni di tempo, cambiamento e progresso”, affermano Verzone e Albert.

Gli interni di Lucia Ganieva

La fotografa olandese Lucia Ganieva è nata in Russia ma dal 1993 vive e lavora nei paesi Bassi. Per via delle sue origini, il soggetto della maggior parte delle sue fotografie è la Russia.

Le sue fotografie colorate ricordano la decoratività ornamentale dei luboki (n.d.t.: stampe popolari con racconti sotto forma di vignette provviste di didascalie). I soggetti delle sue fotografie, oltre alle persone, sono gli interni.

Nel progetto “Ivanovo”, la Ganieva presenta le operaie di una fabbrica situata nella “città delle spose” (n.d.t.: modo colloquiale per indicare la città di Ivanovo). L’artista crea collage di ritratti di donne e foto delle fabbriche in cui lavorano, dividendo i due blocchi con una striscia colorata.

Nella serie “Hermitage”, Lucia ritrae i custodi del famoso museo pietroburghese, fotografati nel loro habitat naturale: le sale espositive.

Nel progetto più insolito della Ganieva, “Dreaming Walls”, non compaiono persone. Il soggetto principale sono i muri e le loro colorate tappezzerie. Secondo l’artista le strane carte da parati  raffiguranti luoghi esotici e terre lontane sono un modo per realizzare i sogni degli abitanti di quelle case.

Notti polari e giorni di sole negli scatti di Simon Roberts

Il fotografo britannico maestro della paesaggistica Simon Roberts viaggiò in Russia a metà degli anni 2000. Il risultato del suo viaggio furono due progetti fotografici: “Patria” e “Notti Polari”.

Nelle fotografie della serie “Patria”, ritratti di abitanti delle città di provincia, paesaggi tipici russi e fotografie di interni sono accompagnati dalle riflessioni dell’autore sull’ambiente naturale russo “troppo brillante e orgoglioso”, sul carattere russo “contrastante e contraddittorio” e, ovviamente, sulla misteriosa anima russa. La moderazione e la concisione degli scatti della serie “Patria” rivelano l’atteggiamento rispettoso del fotografo nei confronti dell’indole russa.

Le foto incluse nel progetto “Notti Polari” sono state scattate in inverno a San Pietroburgo, Murmansk, Mončegorsk e in altre città del nord della Russia. L’obiettivo di Roberts mostra città ricoperte di neve, dove il silenzio è rotto solo da minuscole figure di persone che si dissolvono nel blu della notte polare. Roberts ritiene che il rigore degli inverni russi sottolinei la grandezza della nazione. Non c’è da stupirsi: guardando queste immagini ci si rende conto che il protagonista delle foto non è l’uomo, non è la città, ma l’inverno stesso.

Fonte: rosphoto.com, 14/03/2014 – di Valentina Gol’cberg, traduzione di Giulia Romanelli

   

 

Giulia Romanelli

L'Est Europa, con la sua cultura e la sua mescolanza di lingue e popolazioni, è il mio interesse principale. Tutto è iniziato con una lezione sulla rivoluzione russa in quinto superiore, da lì ho deciso di studiare questa magnifica e tremenda lingua prima all'università di Urbino, poi a Bologna. Ho migliorato le mie competenze con un soggiorno a Mosca, ho svolto un volontariato in Lituania e da lì mi sono lanciata in un viaggio alla scoperta dei paesi slavi, ho vissuto 5 mesi a Varsavia dove ho avuto il piacere di studiare il polacco, ho insegnato italiano a Praga, attualmente vivo in Italia. Spero di sfruttare le mie conoscenze per darvi uno sguardo più approfondito sull'est Europa.