Recensione de “La città condannata”, di Arkadij e Boris Strugackij

Recensione de "La città condannata", di Arkadij e Boris Strugackij

In Ottobre l’editore Carbonio ha pubblicato La città condannata, romanzo dei fratelli Arkadij e Boris Strugackij tradotto da Daniela Liberti. Lo scorso anno la stessa casa editrice aveva portato in Italia La chiocciola sul pendio, dalla penna degli stessi autori.

La città condannata è un’opera più totale rispetto alla Chiocciola; attraverso tutta la sua lunghezza si esprime l’attenzione degli scrittori a tematiche ed elementi che ritroviamo altrove nella loro produzione, in modo forse più universale, “umanistico”.

 

Lo stile, il mondo creato da Arkadij e Boris è tipico degli Strugackij, riconoscibile. Ci troviamo in una misteriosa Città, con la “c” maiuscola, dove si conduce un curioso e incomprensibile Esperimento (anche questo con l’iniziale maiuscola): gli abitanti sono giunti in Città, o vi sono stati inviati, da varie parti della Terra, per diventare la materia dell’Esperimento.

Dunque essi parlano lingue diverse, eppure questo non costituisce, curiosamente, un ostacolo alla comunicazione, dal momento che tutti sembrano capirsi mutualmente. L’Esperimento prevede che ognuno partecipi alla nuova società tramite la responsabilizzazione della collettività, perciò gli abitanti sono costretti a cambiare lavoro periodicamente, passando da qualsiasi mansione e annullando, di fatto, il concetto di classe.

In questa Babele, non solo linguistica, le dinamiche del byt sono astruse, difficilmente decifrabili. Il lettore, come spesso accade nel mondo degli Strugackij, cerca di leggere la realtà narrativa con la sua cifra, senza riuscire a trovare un capo del filo, per poi accorgersi che non esiste, ovviamente, nessun filo.

"La città condannata", Strugackij
La città condannata, traduzione di Daniela Liberti. Carbonio, 2020.

Nell’universo Strugackij non esiste la logica comunemente intesa; la chiarezza e la concatenazione causa-effetto sono sacrificati in nome della metafora, che nella narrazione si sviluppa sotto il concetto di Esperimento. Così, ad esempio, quando la Città è squassata da un’assurda invasione notturna di babbuini che mettono le strade e le piazze a ferro e fuoco, nessuno arriva a capire il perché.

Quando il protagonista Andrej Voronin interroga in proposito l’enigmatica figura del Mentore (sempre maiuscolo) – una sorta di sua coscienza che appare solo in alcuni momenti –, questi sostiene di non sapere da dove vengano quelle scimmie, né che valenza abbiano. Sa solo che fanno parte dell’Esperimento e che l’Esperimento non ha bisogno di spiegazioni.

È molto interessante il modo in cui gli Strugackij giocano al romanzo con il lettore. Nella prima parte del libro, viene posta alla nostra attenzione l’entità dell’Edificio rosso, una costruzione che appare e scompare in zone diverse della Città e in cui la gente che entra sparisce. È il primo vero elemento elettrizzante del romanzo: cos’è quest’edificio? Che fine fanno le persone che varcano la sua soglia? Per un certo numero di pagine questo sembra essere il fulcro, il punto attorno al quale si dipanerà la trama.

Invece anche l’Edificio rosso è semplicemente un punto nella storia, non il più importante, né risolutivo. La narrazione de La città condannata non è lineare ma si espande in cerchi concentrici, al centro dei quali sta l’uomo e il suo tentativo di dare significato all’esistenza, prima come collettività e poi, quando la struttura sociale fallisce inevitabilmente, come singolo.

È quasi impossibile non individuare nel romanzo un’amara parodia dell’esperimento del regime comunista, che del resto è il motivo per il quale i due fratelli definirono sempre questa loro creazione “il romanzo nel cassetto”: sapevano già durante la stesura che uno scritto del genere non avrebbe mai avuto possibilità di pubblicazione in Unione Sovietica.

I riferimenti alla realtà sovietica sono disseminati in tutto il libro: dai dettagli come la vecchina che preferirebbe morire piuttosto che abbandonare il suo posto in fila, alle citazioni di nomi quali Belinskij e Plechanov, alle citazioni letterarie (“Chi ha detto che i manoscritti non bruciano?” chiede un personaggio a chi lo sta aiutando a bruciare documenti compromettenti dopo il colpo di stato), gli Strugackij ambientano il romanzo in un sistema che molto ha a che vedere con quello che vivevano ogni giorno.

L’Esperimento è sociale, è il secondo tentativo di una vita migliore dopo quello intrapreso già sulla Terra. Sappiamo, per sua stessa ammissione, che Andrej Voronin in precedenza viveva nella Russia comunista; probabilmente se n’è andato proprio perché deluso dagli esiti di quel primo esperimento. Allora perché buttarsi a capofitto in un nuovo tentativo, così testardamente?

Forse perché, come sostiene il suo amico, l’ebreo russo Izja Katzmann, “l’uomo russo deve credere in qualcosa”. Sarà Izja, personaggio fondamentale, a spiegare sottilmente ogni volta ad Andrej e gli altri che, in buona sostanza, non esiste nessun Esperimento. Le criticità della società e della politica dipendono dalle criticità dell’essere umano e sono, quindi, inalienabili.

Strugackij
Gli autori, Arkadij Natanovič (1925-1991) e Boris Natanovič (1933-2012).

L’aura di mistero e di segretezza che avvolge alcuni piani e progetti politici non è che un modo per ristabilire una connessione metafisica, l’invenzione di una nuova concezione di divinità, la cui benevola Provvidenza vigili sulle sorti dei buoni cittadini. Ma neanche il supremo capo politico Fritz Heiger, che spesso si confida con il suo consigliere Andrej Voronin, sembra effettivamente sapere quale sia il fine ultimo dei suddetti piani e progetti.

Essi esistono ed è di estrema importanza che siano mantenuti, affinché chi vive in base a loro trovi un senso alla sua esistenza. L’opprimente assenza di senso è quello che angustia il protagonista e, con le dovute proporzioni, il lettore, che per ogni sezione del romanzo crede di scorgere un elemento centrale intorno a cui costruire una trama opportunamente strutturata.

La realtà è, come sempre, molto diversa. Il romanzo di Arkadij e Boris Strugackij presenta una superficie fantastica, fantascientifica, ricca di paesaggi comuni e assurdi: androni buî e cortili sporchi, deserti, paludi e immense piazze costellate di piedistalli vuoti, dai quali le statue hanno deciso di staccarsi senza ragione apparente.  Allo stesso tempo parla di argomenti concreti, in un modo non didascalico e immediato, ma che molto rispecchia la nostra coscienza – e conoscenza – delle motivazioni profonde dell’essere umano.

 

È molto, molto pericoloso. Il Mentore lo ha detto chiaramente: la cosa più importante è credere in un’idea fino alla fine, in modo incondizionato. Rendersi conto che la non comprensione è una delle condizioni indispensabili per l’Esperimento. E, naturalmente, la più difficile. La maggior parte di coloro che sono qua non dimostra una reale saldezza ideologica, una vera convinzione dell’inevitabilità del radioso avvenire. E non importa quanto possa essere difficile e complicato l’oggi, e anche il domani – nel dopodomani vedremo sicuramente un cielo stellato sopra di noi, e nella nostra strada sarà sempre festa…

Giulia Cori

Nella mia migliore tradizione, ci è voluta una laurea in letteratura inglese per farmi apprezzare quella russa. Considero la letteratura russa e il suo modo di vedere il mondo semplicemente incantevoli.