“Ubriaconi e prostitute”: come la bohème dell’epoca d’argento festeggiava il Natale e il Capodanno

“Sul letto rosso, Erode in una parrucca di lana nera”

È probabilmente il periodo più magico della cultura russa, l’epoca d’argento. Dove si incontrava e come festeggiava il Capodanno e il Natale il gruppo boemo di poeti, come i futuristi hanno scioccato il pubblico e perché le sorelle Cvetaeva non erano interessate a Nonno Gelo.
Al Brodjačaja Sobaka. Foto: cult.mos.ru

I boemi degli anni ’10 del ‘900 si riunivano al Brodjačaja Sobaka (ndr. “Cane Randagio”), e in un altro noto cabaret di Pietroburgo, al Prival Komediantov (ndr. “La tappa dei comici”), racconta Michail Šapošnikov, direttore del Museo dell’età d’argento di Mosca, al giornalista di MK. Nella casa del secolo d’argento è appesa una caricatura di un pittore, o pittrice, non noto, che rappresenta una tipica serata poetica.

A Capodanno venivano sempre organizzati giochi, sciarade e spettacoli in costume. A tal proposito, poeti e scrittori che partecipavano a queste feste bevevano champagne e mangiavano in modo molto frugale. Fra gli aspetti migliori dell’epoca d’argento c’era la comunicazione: a loro piaceva parlare.

Al Brodjačaja Sobaka arrivavano persone di ogni tipo, fra cui Fëdor Sologub con la moglie Anastasija Čebotarevskaja, nell’appartamento dei quali a quel tempo c’era un grande salone dove si riunivano poeti e scrittori; o Michail Kuzmin, un uomo particolare e incredibilmente talentuoso, i giovani scienziati e gli amici di Nikolaj Gumilëv. A quel tempo loro si dedicavano alla letteratura. Nel 1913 Georgij Ivanov compiva 19 anni. Nonostante la sua giovane età aveva già scritto versi che erano stati notati e parzialmente stampati.

Com’erano queste esibizioni?

I giovani acmeisti del circolo di Gumilëv organizzavano spettacoli, spesso in costume. Gli ospiti portavano delle maschere che riproducevano gli eroi della commedia dell’arte italiana. Qualcuno diventava Colombina, qualcun altro Pierrot o Arlecchino. Una mascherata di questo tipo veniva organizzata già dai simbolisti, o meglio, da Aleksandr Blok, sebbene Blok non fosse mai stato in questi cafè, proprio come Merežkovskij e Gippius. I costumi se li cucivano da soli. A quel tempo i poeti erano soliti portare il frac nero, anche questo ereditato dai simbolisti. Così amavano vestirsi Brjusov, Blok, Val’mont. A Capodanno portavano anche un fiore all’occhiello.

Gli uomini si presentavano in frac nero, con un crisantemo all’occhiello, profumati e mascherati. Le donne in lunghi abiti. È noto che molti stranieri, sia nel XIX che all’inizio del XX secolo, dicevano che le donne dell’alta società o appartenenti al mondo della letteratura e del teatro si vestivano in modo molto leggero, nonostante il freddo dell’inverno pietroburghese. Quando Bulgakov ne Il Maestro e Margherita descrive il Ballo di Satana, riporta in parte i suoi stessi ricordi riguardo a festeggiamenti simili, che si avevano avuto luogo non a Pietroburgo, ma a Kiev. Alla festa prendevano parte anche coppie di ospiti, il cui aspetto rifletteva immagini del passato.

I poeti avevano maschere preferite?

Questo era di solito un segreto, perché era necessario presentarsi ogni volta in modo diverso. A mio parere, una maschera che in qualche modo si ripresentasse sempre non c’era. Persino Vertinskij aveva dapprima indossato i panni di Pierrot bianco, poi di Pierrot nero, e infine cambiò maschera e si presentò solo in frac.

L’epoca d’argento fu un periodo di cambiamento costante, di ricerca artistica. I poeti non si fossilizzavano su una sola rappresentazione di se stessi. Anche se, ovviamente, un certo leitmotiv persisteva sempre. Ad esempio, Brjusov era immagine dell’uomo forte e demoniaco, mentre Gumilëv rappresentava un uomo dell’epoca del colonialismo, un vincitore dell’Africa. Gli altri, invece, erano persone giovani e rilassate, dei piccioncini. Anche se magari non erano così per davvero, preferivano mostrarsi in questo modo in pubblico.

Che ruolo interpretavano i futuristi durante le feste di Natale?

Futuristi e avanguardisti come Majakovskij, Ignat’ev, Kručënych e altri organizzavano ogni tanto quasi delle risse con il pubblico. Loro, in particolare a Capodanno ma non solo, andavano in scena con le facce dipinte, scioccando il pubblico, e all’occhiello non portavano un crisantemo, ma un ravanello. I loro stivali erano a brandelli. È interessante che alcuni ammiratori dei futuristi li aspettavano fin dalla mattina fuori casa, per curiosare e per scoprire in che abito sarebbero usciti ogni giorno.

Lei si ricorda di Brodjačaja Sobaka e di Prival Komediantov, ma dove ancora la bohème letteraria dell’epoca d’argento festeggiava il Capodanno?

A Pietroburgo c’è la Torre di Vjačeslav Ivanov, un grande appartamento all’ultimo piano della casa a Tavričeskij Sad, dove lui ha vissuto per un po’ di anni con sua moglie Lidija Zinov’evaja-Anibal, e dopo la morte di lei con Vera Švarsalon. Là organizzavano grandi spettacoli in maschera, recitavano intere pièce. Questo avvenne fra il 1905 e il 1912. Da Vjačeslav Ivanov si riunivano fino a 80 ospiti. Il bello è capire come.

Dmitrij Merežkovskij, e Zinaida Gippius avevano un salone, ma da loro andavano solo quelli che Gippius e, ancora di più, Merežkovskij volevano ospitare. Talvolta Dmitrij Sergeevič non era più tollerante di Zanaida Gippius nei confronti delle persone che non conoscevano le sue opinioni simboliste. A Mosca i letterati festeggiavano il Capodanno nel ristorante dell’hotel Metropol’. Il noto mecenate Nikolaj Rjabušinskij organizzava i festeggiamenti. Enormi riunioni si verificavano anche nella sua dača Čërnyj lebed’ a Petrovskij Park. Ogni parte del mobilio e dell’arredamento, persino i tavoli da pranzo, venivano decorati con l’immagine di un cigno nero.

Un altro luogo importante per le celebrazioni era il circolo letterario e artistico moscovita, dove si riunivano pittori e scrittori. Dapprima si trovavano sulla Tverskaja, a casa della principessa Volkonskaja. Più tardi il circolo si spostò sulla Bol’šaja Dmitrovka, nella casa che fu di Bostrjakov. Ora là si trova la procura generale, mentre la casa è stata ricostruita. Una volta si radunò un gruppo di 200 persone: arrivarono scrittori e poeti, e tennero conferenze. I realisti, come Bunin, Gor’kij, Leonid Andreev festeggiavano di solito il Capodanno a Mosca, a casa del loro caro amico e scrittore Nikolaj Telešov sul Pokrovskij Boulevard. Questa grande casa mercantile si è conservata fino a oggi. Si divertivano a passarci il tempo e purtroppo amavano fin troppo l’alcohol, più dei simbolisti e degli acmeisti. A loro si unì anche Fëdor Šaljapin.

Cosa ne è stato di questi festeggiamenti dopo la Rivoluzione?

Tutto è finito molto velocemente, perché i bolscevichi ritenevano che l’abete e il Capodanno fossero convenzioni borghesi. Queste riunioni vennero vietate fino al dopoguerra. Le persone però chiudevano le tende e festeggiavano segretamente il Capodanno. Ci sono molte testimonianze di questi festeggiamenti segreti.

Fra gli anni ’20 e ’30, la tradizione di celebrare il Capodanno e, ancor di più, il Natale veniva considerata anticostituzionale. Ecco perché sono così importanti i versi di Pasternak, e successivamente negli anni ’60 quelli di Okudžav, a proposito dell’abete di Capodanno. Loro non hanno abbandonato la tradizione, l’hanno preservata nelle loro poesie e nelle loro rime. Persino dopo la migrazione il Capodanno diventò per scrittori e poeti russi un ricordo della Russia passata. Georgij Ivanov scrisse questi potenti versi:

Nel 1913, ancora non capendo
Cosa sarebbe stato di noi, cosa ci aspettava,
Alzando il calice di champagne,
Festeggiavamo gioiosamente il Capodanno.

Come siamo invecchiati! Passano gli anni,
Passano i giorni, ma noi non li festeggiamo…
Ma quell’aria di morte e di libertà,
Di rosa e di vino, e di felicità di quell’inverno

Nessuno la dimenticherà, oh, ne sono sicuro…
Attraverso l’oscurità di piombo,
Al mondo che è perso per sempre,
Gli occhi dei morti devono guardare così.

In mezzo Anna Achmatova, di fronte Nikolaj Punin. Foto: tsarselo.ru

Una forma di tacita opposizione

Anna Achmatova ha restituito l’indimenticabile atmosfera dei festeggiamenti invernali dell’epoca d’argento.

Le festività cristiane come il Natale, sono sempre state delle date indimenticabili per Achmatova, racconta Marija Mjasnikova, direttrice del dipartimento scientifico-educativo del Museo Anna Achmatova a Fontannyj Dom a San Pietroburgo. Estranea alla religiosità ostentata, fu tuttavia molto credente. Dovunque vivesse, nella sua casa c’erano sempre delle icone, praticava i digiuni, festeggiava gli onomastici, andava in chiesa. I suoi versi e i suoi scritti autobiografici parlano della profonda visione cristiana della poetessa sul mondo. Tuttavia, a parte l’odio nei confronti della fede ostentata, la religiosità di Achmatova possedeva anche altre caratteristiche, in gran parte condizionate da diversi periodi della sua vita.

È interessante che a proposito del cabaret Brodjačaja Sobaka, dove si riunivano i poeti dell’epoca d’argento, Achmatova scrisse: “Siamo tutti ubriaconi e prostitute, qui”. Poi ha descritto questo travestimento di Capodanno in Poema senza eroe?

In un’epoca chiamata d’argento, il sacro si incontra con il profano, la fede con la superstizione e il misticismo, la teologia con la filosofia, la realtà con il gioco, la sensazione inebriante del travestimento e del divertimento sfrenato con la formidabile anticipazione di cambiamenti futuri.

Tutto questo si riflette, per esempio, nei versi scritti da Achmatova a proposito del Brodjačaja Sobaka, cabaret artistico bohémien aperto a Pietroburgo la notte del Capodanno a cavallo fra il 1911 e il 1912. Achmatova spesso frequentava il “Sobaka”, ed era presente anche alla serata dedicata all’anniversario della sua apertura. La Vigilia di Natale del 1913 ci fu un evento grandioso: al Brodjačaja Sobaka venne presentato “Il presepe dei burattini. Un mistero di Natale”. Parole e musica di Michail Kuzmin, regia di Konstantin Miklaševskij.

Il tradizionale divertimento popolare alla Vigilia di Natale al Brodjačaja Sobaka avveniva in una piena atmosfera da seminterrato: «Sulla piccola scena una decorazione, su un tessuto blu veniva scritto di un combattimento fra gli angeli e i demoni neri e rossi. Davanti al quella dominante macchia blu c’era un letto ricoperto di kumač rosso. Il kumač rosso avvolgeva tutti i ponteggi. Sul letto rosso c’era Erode in una parrucca in lana nera e oro. In un angolo una grotta marrone, illuminata all’interno da candele e rivestita in foglie d’oro. L’intera sala era stata messa a nuovo e sembrava l’Ultima Cena. Tavoli lunghi e stretti ai quali era seduto il pubblico, le luci erano accese… Dodici ragazzi dell’orfanotrofio vestiti di bianco e con parrucche dorate e ali d’argento con in mano delle candele accese camminavano fra i tavoli e cantavano. E sul palcoscenico il diavolo tenta Erode, Cristo è nato, i bambini vengono picchiati e i soldati pugnalano Erode».

Ol’ga Glebova-Sudejkina (l’eroina di un altro importante dramma, che aveva recitato già qualche tempo dopo i misteri) interpretava la Madonna, mentre suo marito Sergej Sudejkin si era occupato delle decorazioni.

Secondo la ricercatrice Ljudmila Tichvinskaja «la messinscena che Miklaševskij aveva ideato sembrava più una rappresentazione teatrale familiare o, più probabilmente, una festa di Natale per bambini». “Il presepe di burattini” fu forse l’evento più brillante della stagione 1912-1913 e rimase nelle memorie di molti partecipanti e spettatori di quella situazione mistica. Ispirata da ciò che aveva visto, Achmatova scrive la sua famosa poesia: “Qui siamo tutti ubriaconi, tutte prostitute…”. 

E più tardi in Poema senza eroe nel descrivere quella festa in maschera di Capodanno le torneranno alla mente i ricordi di quel lontano 1913. Ricordi di chi in quell’epoca come anche Achmatova “vivevano nel mezzo di un immenso paese come su un’isola deserta”.

Anche la composizione Ballata di Capodanno datata 1924 non comunica affatto un’atmosfera di festa. Achmatova aveva vissuto a quell’epoca delle tragiche perdite, come l’esecuzione di Nikolaj Gumilëv e la morte di Blok nel 1921. Gli ospiti che l’eroina riunisce al proprio tavolo esistono soltanto nella sua immaginazione. Nessuno di loro toccherà mai più veramente gli attrezzi da cucina, nessuno di loro verrà mai più accolto vivo e vegeto di nuovo al tavolo di Capodanno. I suoi eccezionali amici vengono evocati dai loro mondi grazie alla memoria.

In che misura Achmatova è riuscita a conservare la tradizione di festeggiare il Capodanno e il Natale negli anni ’20?

Dalla metà degli anni ’20 la Achmatova ha vissuto nell’appartamento del suo terzo marito, il critico d’arte Nikolaj Nikolaevič Punin, nella depandance dell’ex Palazzo Šeremetev. A casa dei Punin non amavano le feste sovietiche. D’inverno festeggiavano sempre il Natale.

Secondo le memorie della figlia di Punin, Irina Nikolaevna, addobbavano sempre l’abete, persino in quegli anni in cui festeggiare il Natale e fare l’albero erano vietati. Lo decoravano elegantemente con lanterne di carta giapponesi che Punin creava insieme ai bambini, essendo stato in Giappone nel 1927. Nell’appartamento-museo di Punin e di Achmatova viene conservata una marionetta in cartone portata da Punin nel 1927 da Zagorsk (Sergev Posad). Nella sala da pranzo, sulla parete, sono appese le fotografie della celebrazione del Capodanno 1928 che ritraggono fra i presenti anche Achmatova.

L’attaccamento alle tradizioni, la conservazione di quelle forme di vita e di abitudini alle quali si era avvezzi  fin dall’infanzia, erano per i membri della famiglia di Punin e in una certa misura anche per Achmatova, una forma di conservazione del passato, delle memorie di famiglia, di quei fondamenti incrollabili con i quali il potere sovietico ha combattuto. E, contemporaneamente, una forma di tacito accordo e di libertà segreta pur vivendo in un regime totalitario.

Dopo essere tornata a Leningrado dopo il blocco, in che modo Achmatova festeggiava il Capodanno?

L’abete addobbato a casa dei Punin nel Capodanno 1945 era specchio delle speranze di vivere in un mondo nuovo e pacifico, di lasciarsi il peggio alle spalle. Anna Genrichovna Kaminskaja, nipote di Nikolaj Punin, raccontava dei festeggiamenti del Capodanno 1945: «Quando abbiamo addobbato per la prima volta questo abete, faceva molto freddo nell’appartamento, uscivamo nel corridoio indossando cappotto e stivali, perché nel corridoio ovviamente non c’era nessun tipo di riscaldamento a vapore. E quando c’era questo primo abete, c’erano diversi tipi di regali, è arrivato Nonno Gelo, e il piccolo Saša Orešnikov si spaventò da morire, e gli adulti non potevano confortarlo in nessun modo; alla fine hanno dovuto costringere Nonno Gelo a togliersi la maschera e far vedere a Saša che era suo padre. E allora per Saša era stato ancora tutto più strano e difficile. Anna Andreevna lo confortava, lui si era seduto sulle ginocchia di lei. Alla fine, hanno dovuto semplicemente portarlo in un’altra stanza e successivamente portarlo a casa in anticipo. E questi abeti venivano decorati ogni anno in quella casa». (tratto dalle registrazioni audio conservate dalla fondazione del Museo Anna Achmatova).

E questo è il racconto di Irina Punina riguardo a quel periodo, anche questo tratto dalle registrazioni conservate dalla fondazione nel nostro museo: «L’abete venne addobbato persino quando festeggiammo per la prima volta a Fontannyj Dom nel 1945. E per quanto non ci fossero né legna, né vetri, lo festeggiavamo per la futura generazione di bambini, dal momento che noi eravamo già diventati adulti (lo studioso di letteratura Georgij Makonogenko riuscì a ottenere quel pezzo di vetro che per un po’ riparò la stanza di Anna Andreevna, stanza in cui venne addobbato un abete). E Anna Andreevna partecipava vivamente, le piaceva molto, si inteneriva e giocava con tutti i bambini. E la maschera di Nonno Gelo veniva indossata sempre da qualcuno che si travestiva, portava dei regali, distribuiva i doni. Anna Andreevna amava esserne parte”.

Sette finestre sull’infanzia di Marina Cvetaeva

Importanti ricordi del Natale vengono conservati anche nella famiglia di Marina Cvetaeva. Hanno deciso di raccontarlo nella casa-museo della poetessa a Mosca durante la mostra virtuale “Mosca-neve-Natale”. La sua curatrice è la responsabile del reparto della fondazione Evgenija Petlinskaja. La mostra è stata esibita anche al museo letterario-artistico dedicato a Marina e Anastasija Cvetaeva nella città di Aleksandrov.

Marina e Anastasija Cvetaeva. Foto: bessmertnybarak.ru

Lo spettatore viene subito trasportato all’inizio dello scorso secolo e alla fine di due secoli fa, e si trova nella casa d’infanzia della famiglia Cvetaev a Trëchprudnyj, dove vivevano due sorelle inseparabili, Marina e Asja. La bozza della casa del pittore Vladimir Kudrjavcevyj, distrutto poco dopo la rivoluzione, è stata la base del progetto della casa-museo, mentre i reperti costituiscono il suo contenuto. La melodia “Lo Schiaccianoci” di Čajkovskij rende l’atmosfera ancora più magica.

Marina Cvetaeva ricorda le festività nella casa dei genitori anche dopo molti anni, persino dopo la sua migrazione. Nel 1938 scrisse ad Anna Teskovaja: «C’era tuttavia il piccolo abete. Affinché Mur (il figlio di Marina Cvetaeva, Georgij Efron – vezzeggiativo) potesse dire che non c’è Natale senza abete, affinché non potesse dire che c’era stato un Natale senza abete. È molto probabile che non se ne ricorderà mai più, e allora questo patetico abete solitario sarà dedicato alla mia infanzia…».

La Cvetaeva ha portato il mondo unico dell’infanzia nella sua poesia. Già in Album serale, la prima raccolta delle sue poesie, i principali protagonisti sono bambole, quadri, lezioni, libri, passeggiate:

Siamo entrambe due fate, ma più (strano!)
Di due selvatiche ragazze vedono in noi.

Così Cvetaeva scrive di se stessa e di sua sorella Anastasija. Proprio Anastasija Ivanovna, il cui destino ha voluto vivesse per quasi un secolo, ha conservato con trepidazione il ricordo di Marina. Nei suoi ricordi c’è una sensazione di magia legata al Natale: l’emozione di fronte all’abete decorato, l’odore di mandarini, di candele e del sigaro del nonno, e ovviamente, i regali.

«Il Natale arrivava di soppiatto. La casa era piena di fruscii, di nascondigli dietro le porte chiuse della sala, e i bambini cercavano di ascoltare dall’alto delle loro camere ciò che si faceva al piano di sotto. Non vedevo l’ora delle magiche creazioni della mamma. I profumi sollevavano la casa come le onde sollevano una nave. In un solo sguardo attraverso la porta semiaperta vedevamo montagne di piatti dei servizi da cerimonia già il giorno della Vigilia, i piattini cinesi da dessert, i vasi di cristallo che brillavano, il tintinnio di bicchieri e bicchierini.

Portavano sul piatto più grande una fetta di roastbeef con una rosellina al centro (che odiavo) accompagnata da caviale nero. Le narici si dilatavano al profumo dei biscotti del nonno» scrive Anastasija Cvetaeva nelle sue Memorie, e poi aggiunge «qualcuno veniva a trovarci. Altri, invece, facevano un salto senza papà e lasciavano biglietti da visita. E così passava un giorno intero, fino alla Vigilia di Natale. Oh! È arrivata! La cosa più importante, ma anche la migliore, era che (che paura) le porte ci si spalancavano lentamente in faccia, e noi volavamo giù dalle scale tutti vestiti bene ed ecco che tutto si muove, brilla e profuma. Il profumo del Natale inonda quello dei mandarini e delle candele di cera. Adesso le accenderanno. I regali sono ancora chiusi. Lëra indossa una camicetta di seta leggera e sistema la nuova collana d’oro. Le palline brillano ancora fievolmente, sono blu, celesti, rosse; le perle dorate e la pioggia argentata, tutto è in attesa… Papà avvicina il primo fiammifero alla candela ed ecco che inizia il Natale!».

Questi passaggi tratti dalle Memorie di Anastasija Cvetaeva e i versi di Marina ispirati al Natale, così come gli oggetti per lei di valore, vengono presentati alla mostra virtuale. Particolarmente toccanti sono le prime lettere di Cvetaeva ai propri cari, lettere in cui lei si firma “Musja”. «Mia cara zia!» scrive Cvetaeva in francese a Susanne Davidovna Mejn (“T’o”), seconda moglie di suo nonno da parte di madre su un biglietto di auguri di Natale (Losanna, dicembre 1903), «ti auguro buon Natale e ti auguro con tutto il cuore di passarlo felicemente. Grazie mille per i regali, non li abbiamo ancora aperti, aspettiamo Natale, così da avere qualcosa da aprire alla festa. Ma sono così curiosa di sapere che cosa ci sia in quei pacchetti. È bellissimo questo bigliettino, vero? Mi ricorda casa tua… Saluta tutti, anche i cani. Arrivederci, mia cara zia. La tua piccola Musja (che ti vuole tanto bene!)».

Alla mostra è possibile vedere anche la copia originale di questa lettera in lingua francese. Il simbolo centrale dell’esposizione, però, è la casa, a proposito della quale la poetessa scrive:

Nel cielo smeraldo si sono seccate
Le gocce di stelle e i galli cantavano.
Succedeva in una vecchia casa, in una meravigliosa casa…
Bella casa, la nostra stupenda casa a Trëchprudnyj,
che ora si è trasformata in poesia.

Di fronte a noi, le sette finestre sulla facciata della casa a Trëchprudnyj. Sono le sette finestre che danno sull’infanzia di Marina Cvetaeva. Ognuna di loro è specchio della sua anima, della sua visione del Natale. Ad esempio, attraverso la prima finestra si vede la fotografia del gioco per bambini “Asinello” che risale agli inizi del XX secolo, realizzato in metallo, cartapesta e lana. Il giocattolo si trovava nella famiglia Karsavin-Suvčinskij, di cui Cvetaeva era amica in Francia negli anni ’20. E proprio quell’asinello grigio riecheggia nella sua poesia La signora del Natale:

Il tuo asinello grigio cammina dritto,
Non ha paura né della voragine, né del fiume…
Gentile signora del Natale,
Portami sulle nuvole con te!

Guardando attraverso un’altra finestra, si scopre quello che amava soprattutto la sorella di Cvetaeva. «Amavamo i disegni natalizi e del Capodanno (una capanna nella foresta con una finestrella rossa, un albero spoglio e la neve calda, le campane avvolte in nastri scintillanti, o gli animali della foresta intorno a Nonno Gelo sulla neve). Li appendevano sopra il letto, colorando il giorno e andando a dormire. A quel tempo c’erano queste cartoline scintillanti, che brillavano di un bagliore verdastro, che raffiguravano castelli, notti, paesaggi, l’edificio del teatro Bol’šoj. Anche loro erano amici, terribilmente amati. E a proposito di Nonno Gelo, non aveva un ruolo sui nostri abeti. Forse perché i nostri nonni, sia Mejn che Ilovajskij erano così particolari, così diversi dai soliti Nonno Gelo. Nelle immagini che raffiguravano Nonno Gelo apprezzavamo solo le scintille che coprivano la neve», ricorda Anastasija Cvetaeva.

Nel 2021 Anastasija compirà esattamente 80 anni, gli stessi anni che aveva Marina Cvetaeva quando ha lasciato per sempre questo mondo. Ma il miracolo in cui credeva durante l’infanzia, quello di continuare a festeggiare il Natale, si è avverato: le sue poesie, le sue riflessioni, la sua drammaturgia, i suoi ritratti e le sue fotografie sono rimasti. Il ricordo della poetessa è vivo.

Fonte: mk.ru, 31/12/2020 – di Aleksandr Tregubov, traduzione di Laura Cogo