L’interesse per gli scacchi e la formazione scacchistica raccontati da Anatolij Karpov

Gli scacchi erano incredibilmente popolari in URSS: lungo i viali e nei cortili si tenevano tornei, nella letteratura e nel cinema il gioco veniva costantemente evocato, e di tutti i Gran Maestri, così come degli astronauti, i nomi erano ben conosciuti. Anatolij Karpov, 16 volte Campione del Mondo di scacchi, nell’ambito del progetto «Storie Indimenticabili», ha raccontato all’emittente RT come il paese abbia perso il primato negli scacchi professionistici e perché questo gioco non possa essere additato né di sessismo né di razzismo.

RIA Novosti / © Rudol’f Kučerov

Anatolij Karpov nasce il 13 maggio 1951 a Zlatoust, città nella regione di Celjabinsk. Da bambino si appassiona agli scacchi e comincia a frequentare la sezione scacchistica di uno stabilimento metallurgico; tramite un programma di selezione e promozione di giovani atleti, attivo in URSS, Karpov supera tutte le fasi della competizione e diventa il dodicesimo campione di scacchi al mondo, già dal principio dei campionati mondiali. RT ha intervistato il Gran Maestro, ponendogli domande sui campioni del passato e su quelli in carica, sulle prospettive di questo sport in Russia e sulla vita oltre la scacchiera.

«Era un problema per mio padre»

– Lei è passato dalla sezione scacchistica di uno stabilimento al titolo scacchistico più importante. Quali momenti considera cruciali nella sua carriera? 

– Dal momento in cui sono nato, ho sempre avuto un grande interesse per gli scacchi. In URSS non c’erano molti libri al riguardo. Ricordo di essere stato al settimo cielo quando riuscii a comprare, a Čeljabinsk, il mio primo libro: era sul Torneo dei candidati del 1959.

In Unione Sovietica si trovavano insegnanti di scacchi dappertutto. In ogni regione c’erano specialisti che osservavano i tornei e i campionati delle grandi città alla ricerca di bambini prodigio. Vigeva un sistema di individuazione di talenti profondamente ramificato. Quando sono partito dalla mia città, per partecipare al campionato regionale, avevo 8 anni. A nove, ho partecipato al campionato nazionale giovanile. A quel tempo avevo il patrocinio dello stabilimento metallurgico. A quasi 10 anni, ho conquistato il primo posto nel torneo maschile della mia città e giocavo in prima scacchiera nella squadra dello stabilimento. A 11 anni, sono diventato Candidato Maestro.

Un noto stabilimento metallurgico dell’Unione Sovietica ha inviato, in mio sostegno, il proprio ingegnere capo in una trasferta di due settimane. Oggi, è impensabile che un qualsivoglia stabilimento di produzione, o una azienda, invii uno dei principali ingegneri ad accompagnare un giovane sportivo.

– I suoi genitori lavoravano in questo stabilimento?

– Questo era un problema per mio padre, in quanto ingegnere capo di un altro stabilimento. Gli scacchisti della sua impresa si lamentavano che il figlio giocasse contro di loro.

– Perché ha scelto di frequentare la sezione scacchistica di quel preciso stabilimento?

– A quei tempi, ogni grande impresa ospitava sezioni scacchistiche e aveva la propria squadra, ma lo stabilimento metallurgico era notoriamente più organizzato di tutti gli altri: giocavamo contro lo stabilimento «Magnitka», dove lavoravano fino a 100.000 persone. Da noi, invece, i dipendenti erano 8.000.

Perdevamo contro di loro, ma lottavamo, giocavamo partite a 50 scacchiere. Ci recavamo da loro il sabato e la domenica e l’anno successivo venivano loro da noi. Organizzare queste trasferte non era semplice, ancor più dovendosi spostare da una regione all’altra.

Con la squadra dello stabilimento, ho visitato, praticamente, tutti gli altri stabilimenti metallurgici degli Urali meridionali, sono stato a Čebarkul, Čeljabinsk e a Magnitogorsk. 

«Una serie di grandi sbagli»

 – Secondo lei, perché in Russia si è spento l’interesse per gli scacchi e come descriverebbe lo status attuale di questo sport nel nostro Paese? 

– Certamente abbiamo perso un gran numero di dilettanti, nonostante lo studio degli scacchi stia gradualmente ritornando sia come attività curriculare che extracurriculare, peraltro in alcune scuole come materia obbligatoriaNel frattempo, gli scacchi professionistici hanno goduto di un interesse minore. I motivi sono molteplici. Da una parte, le persone hanno più possibilità di esprimere sé stesse e in diversi ambiti, non solo negli scacchi. Dall’altra, la Federazione Internazionale di Scacchi (FIDE) ha commesso una serie di grandi sbagli. Ad esempio, a causa della riforma della Coppa del Mondo di scacchi, si instaurò il caos: cominciarono ad apparire risultati casuali e, di conseguenza, anche campioni casuali. Tutto ciò, purtroppo, ha portato gli scacchi professionistici ad avere un minor prestigio rispetto a quello di cui godevano negli anni ‘70 e ‘80.

© Foto dall’archivio personale

– In cosa consistette la riforma?

– I Campionati del Mondo di scacchi si svolgevano quando ancora non si pensava nemmeno alla possibilità di organizzare eventi sportivi su scala mondiale. Il primo ebbe luogo nel 1886, 10 anni prima delle moderne Olimpiadi. In 100 anni, gli scacchi hanno avuto 12 Campioni del Mondo.

E poi, quando io e Kasparov abbiamo smesso di lottare per questo titolo, Iljumžinov, (Presidente della FIDE dal 1995 al 2018 – N.d.A.) ha dato vita, a mio avviso, a 9 Campioni del Mondo in 15 anni: in 100 anni ci sono stati 12 Campioni del Mondo, poi, in 15 anni, ce ne sono stati 9.

Con un piccolissimo intervallo, io lo sono stato dal 1975 al 1999. Per diventare tale, ho dovuto giocare, in tutto, 100 partite contro i migliori scacchisti al mondo. A mio parere, Iljumžinov ha inventato un ridicolo sistema ad eliminazione diretta, attraverso il quale si può diventare Campione del Mondo in 18 partite, se vinte consecutivamente.

–  Cosa ne pensa degli scacchi di oggi?

– Abbiamo davvero perso il nostro prestigio. In generale, in tutto il mondo si svolgono competizioni ad alti livelli, anche se, gli scacchi hanno subito un forte calo, da un punto di vista finanziario, rispetto ai campionati giocati ai miei tempi. In termini assoluti, il montepremi in ballo per la partita del campionato del mondo, che ho giocato contro Kasparov, ammontava al triplo del montepremi di oggi. E in termini di potere d’acquisto del dollaro, credo che fosse 10 volte superiore, se non 15.

– Il montepremi era di un milione di dollari e lei ha ricevuto questa somma all’epoca dell’Unione Sovietica. È stato tassato? Com’ è stata risolta la questione del conto in valuta estera?

– Dipendeva dalla situazione. Per molto tempo in URSS, i premi dei concorsi internazionali per musicisti, artisti teatrali, sportivi, e altri, non venivano tassati al fine di promuovere lo sviluppo della cultura e dello sport. È stata una decisione speciale del governo. E sì, in questi casi veniva aperto un conto in valuta estera.

– Cosa ne pensa del norvegese Magnus Carlsen, Gran Maestro con più titoli vinti fino ad oggi e Campione del Mondo dal 2013? 

– Ci siamo conosciuti. Magnus Carlsen è un campione degno di questo nome, difende il suo titolo con sicurezza. È un esperto di scacchi, ne ha una vasta conoscenza e, nonostante la sua età, ha una grande esperienza. Ma questa vasta conoscenza non gli è sufficiente. 

Se prima, quando sono diventato Gran Maestro, si potevano contare sulle dita di una mano coloro che, tra i più forti Gran Maestri degli anni ‘50, non avevano ricevuto un’istruzione superiore, adesso, purtroppo, è vero il contrario: sulle dita di una mano si possono contare i Gran Maestri che non ce l’hanno.

– Mi è sempre parso che gli scacchi siano un gioco altamente intellettuale

– E lo sono. Botvinnik credeva che, senza un’educazione di ampio respiro, un giocatore di scacchi non avrebbe potuto raggiungere il successo, per non parlare di un titolo da campione. Tutti i Campioni del Mondo sono stati ben istruiti. Sappiamo poco del primo, cioè Steinitz…era la fine del XIX secolo. Ma il secondo campione, Lasker, era professore di filosofia e di matematica. Il terzo, Capablanca, era un grande diplomatico. Alëchin era un giurista e parlava tante lingue. Euwe era professore di matematica, Botvinnik era dottore in scienze tecniche e professore. Quindi, i campioni del mondo hanno avuto un’educazione variegata e approfondita.

RIA Novosti / © Dmitrij Donskoj

Io, probabilmente, sono stato l’ultimo. Se non sbaglio, Kasparov ha terminato gli studi all’Istituto Pedagogico di Baku. Quando, però, ha cominciato a scalare la vetta degli scacchi, si è dedicato allo studio da autodidatta. Kramnik ha formalmente un’istruzione superiore, ma è sportiva. A quel tempo, era possibile ottenerla senza doversi disturbare di raggiungere grandi risultati sportivi.

– Il suo titolo è Campione del Mondo di scacchi…per uomini. Nella realtà moderna suona un po’ sessista, a maggior ragione essendo gli scacchi uno sport intellettuale. Ritiene che questa distinzione sia giustificata?

– È un omaggio alla tradizione. Le restrizioni sono a senso unico e le donne hanno il diritto di giocare con gli uomini. Ci sono tornei femminili, ma nessuno limita loro la possibilità di partecipare ai tornei maschili. Ad esempio, Vera Menčik, prima scacchista di fama mondiale, è stata la migliore del periodo prebellico, negli anni ’30, e ha partecipato con successo ai tornei internazionali per uomini.

 Nessuno ha mai fatto vieto alle donne di giocare. Ma gli uomini non posso partecipare alle competizioni femminili. Quindi, ci sono solo più opportunità per le donne.

– In relazione alle gare negli USA, si è parlato del fatto che gli scacchi siano un gioco razzista in quanto il bianco vince sempre. Cosa ne pensa di tale affermazione?

– Naturalmente, in America il razzismo è un problema e anche abbastanza serio. Ma il fatto che stiano provando a tirare fuori qualsiasi argomento in relazione a ciò, cose che hanno senso e che non ne hanno…Credo che sia giunto “il tempo degli sciocchi”.

Negli scacchi, il bianco e il nero esistevano già prima della colonizzazione dell’Africa e della nascita della schiavitù dei tempi moderni. Vedere un collegamento tra il colore dei pezzi degli scacchi e il razzismo in America significa non conoscere affatto la storia degli scacchi.

Dagli scacchi ai francobolli

– Lei ha fondato un’azienda che produce set di scacchi. Sono prodotti in Russia?

– Sì, la nostra sede centrale si trova a Mosca. Non abbiamo una fabbrica. Utilizziamo l’avorio ed è tutta produzione artigianale. Sono coinvolti i migliori intagliatori del Paese. Abbiamo anche una sede a Kiev e una a Char’chov. All’inizio avevamo assunto intagliatori cinesi, poi ci siamo resi conto che i nostri sono più ingegnosi, soprattutto quando prendono dimestichezza con gli stili di scacchi da realizzare. I cinesi sono più bravi nel riprodurre. 

– Qual è lo stile più memorabile che la sua azienda abbia prodotto?

– Gli scacchi in stile Rodin. Ci sono anche gli scacchi “in stile Gaudì”, come li definiamo noi, dalla forma particolare. Oppure, per esempio, una volta un cliente ha scelto il tema della battaglia tra russi e tartari sul fiume Kalka. Si tratta di un pezzo esclusivo, molto costoso, ma unico e accattivante. Ci si può giocare, ma con difficoltà. Tuttavia, produciamo anche i classici set di scacchi Staunton, quelli che si usano per le partite del campionato del mondo.

Scacchiera «La passione di Rodin». Foto dal sito web dell’azienda di Anatolij Karpov

– È un’attività per guadagnare o è più un passatempo per l’anima?

– Siamo soddisfatti. Il processo di capitalizzazione dell’azienda sta crescendo, ora ammonta a circa un milione di dollari perché abbiamo sempre più modelli di scacchi disponibili. Ogni nuovo modello richiede un investimento tra i 15.000 e i 20.000 dollari e noi, in tutto, abbiamo a disposizione 80.000-90.000 dollari. Non ci sono profitti ma è un bene che non ci siano perdite.

– A quale attività dedica la maggior parte del suo tempo?

– In primis a quella da deputato. Poi mi occupo di istituire scuole di scacchi in Russia e nel mondo.

Al momento, a Tjumen’, gli scacchi vengono insegnati in 350 scuole e 80 asili. Per altro, l’anno scorso, abbiamo iniziato a coinvolgere bambini e bambine dell’età di 4 anni. Fino a quel momento, l’età minima era di 5 anni.

Insegnare ai bambini le regole del gioco, soprattutto a questa età, non costituisce un problema e loro giocano con piacere.

© Foto dall’archivio personale

 Abbiamo anche ridato vita al torneo scolastico “La torre bianca”, che ha recentemente superato il traguardo dei 100.000 partecipanti. Anche se, naturalmente, la portata degli eventi non è più la stessa: in URSS, nel 1986, vi parteciparono 450.000 bambini e bambine, circa 300.000, se rapportati all’odierna Russia.  

– Lei è uno dei filatelisti più sfegatati della Russia. Anche questo è un passatempo che risale ai tempi dell’Unione Sovietica, quando gli scacchi erano popolari? Quanto vale la sua collezione? 

– Sì, mi ci dedico da un bel po’. Ho cominciato collezionando francobolli dell’Unione Sovietica e degli scacchi. Poi, sono passato a quelli delle Olimpiadi e degli animali… era un hobby da ragazzi. Dopodiché, ho cominciato seriamente a collezionare quelli del Belgio e del Congo Belga.

– Perché del Belgio?

– Avevo voglia di raccogliere francobolli classici. Mi sono reso conto che non potevo competere con i classici francesi, erano incredibilmente costosi, e con essi anche quelli tedeschi e inglesi. I classici del Belgio erano meglio di niente. Ma quando mi sono appassionato, allora ho capito che se si collezionano francobolli del Belgio in modo serio, anch’essi sono molto costosi.

Oltre a questi, ho una bella collezione di francobolli «La Grande Russia». Il tema è l’impero russo, le Poste Russe fuori dal paese, la Finlandia, il Levante e la Cina. E, naturalmente, l’Unione Sovietica.

– Ha un catalogo delle sue collezioni di francobolli?

– Oggi va molto di moda averlo: le più importanti case filateliche producono edizioni uniche delle migliori collezioni sugli Stati Uniti, sulla Francia e sulla Svizzera. La mia era la miglior collezione sul Belgio. Ho partecipato a mostre internazionali e quando in importanti case d’asta vedevano il livello della mia collezione, mi chiedevano di pubblicarne un catalogo. Credo che ne siano usciti tre volumi.

«Il record della nostra famiglia» 

– Sua madre a gennaio ha compiuto 100 anni. Qual è il segreto della sua longevità?  

– Una volontà di ferro, resilienza e una grande forza vitale. Ad esempio, nel 1977 ha contratto la malattia di Botkin (l’epatite A) e si trovava in condizioni molto gravi. Quando è arrivata al reparto ospedaliero, c’erano 15 pazienti. Solo in due ce l’hanno fatta: lei e una giovane ragazza.

A 90 anni si è rotta la testa del femore. Quando succede, molti anziani non si riprendono più. Ho portato subito mia madre al reparto di traumatologia dell’ospedale Pervaja Gradskaja. Mi hanno detto: «Non possiamo operarla a causa delle condizioni del cuore ma rimanga pure, ci occuperemo di lei». E io ho risposto: «Visto che non è possibile operarla, allora me ne prendo cura a casa. Che aggraviamo a fare sull’ospedale?» 

Anatolij Karpov e la madre Nina Grigor’evna. © Foto dall’archivio personale

Non ci siamo arresi. Abbiamo assunto una badante. Mia sorella e la figlia hanno fatto molte ricerche al riguardo. Abbiamo scoperto che la medicina popolare consiglia di mangiare cipolle e aglio in gran quantità. Mia madre non mangia cipolle e non sopporta l’aglio in qualsivoglia maniera, ma mangiava 100 grammi di cipolle stufate al giorno, ovvero 2 grammi di cipolle per ogni chilogrammo di peso. Pesava più o meno 50 chili. A 91 anni, il femore le si è calcificato. Nel momento della radiografia, il caporeparto ci ha detto che, per la prima volta, vedeva un femore calcificatosi spontaneamente a quella età. 

In generale, nella nostra famiglia, sia tra gli uomini che tra le donne, più di tutti è vissuta sua madre, mia nonna. 91 anni è stato il record della nostra famiglia.

 – La mamma del campione ha superato il record. E sua moglie, i figli, i nipoti, cosa fanno? Giocano a scacchi? 

– Mia moglie è un archivista storico ed esperta di pittura. Mia figlia si sta laureando all’Istituto Statale di Mosca per le relazioni internazionali (MGIMO), frequenta la facoltà di giornalismo. È nata nel 1999. Le dico che è una persona felice e triste allo stesso tempo, per essere nata a cavallo tra un millennio e l’altro. E qualcuno, ironizzando, potrebbe dire «Eppure appartiene ad un’altra epoca!». È brava a scrivere, ha una bella penna. Si sta ancora formando ma conosce bene la letteratura. Penso, infatti, che abbia scelto la professione giusta per sé.

– Com’ è sopravvissuto alla pandemia? È stato un periodo perfetto per gli amanti degli scacchi o sbaglio? 

– Gli scacchi sono una di quelle attività adatte al formato online. Durante il periodo di quarantena e di chiusura dei confini, ho sostenuto l’iniziativa della Federazione Francese degli Scacchi: abbiamo organizzato un torneo a livello internazionale su Internet. Ci sono stati molti partecipanti e siamo riusciti a raccogliere 6,5 milioni di Euro, che sono stati inviati agli ospedali dell’Unione Europea per curare le persone che hanno contratto il coronavirus.

Ho anche organizzato un torneo giovanile per i piccoli residenti di Mosca e della regione di Mosca, ma hanno partecipato anche bambini di altre regioni. A metà aprile, quando tutti avevano nostalgia delle lezioni in presenza, si sono iscritti al torneo 1666 bambini fino ai 14 anni.

– Ha mai pensato di creare una piattaforma seria di scacchi online per gli appassionati? 

– Esiste già e da tempo. Non ho seguito le ultime statistiche ma quando mi sono candidato alla presidenza della FIDE nel 2010, nella piattaforma online si giocavano più di 400 milioni di partite all’anno. Esistono dei club e dei programmi che utilizziamo. Su Internet, il problema della distanza non si pone. Si accede alla piattaforma, si clicca sul pulsante scegli, si può selezionare blitzscacchi rapidipartita da 3 minuti partita da 5 minuti, e si attende un avversario, che si unirà dall’altra parte del mondo, seppur sotto pseudonimo. Se avete mezz’ora a disposizione, allora potete giocare 6 partite da 5 minuti: vi sentirete soddisfatti e avrete fatto qualcosa di diverso.

 

 Fonte:russian.rt.com, 21/11/20 – di Anna Kruglova, Traduzione di Giulia Paola Pattavina