Anna Achmatova: una biografia in ritratti

Anna Achmatova fu ritratta da Amedeo Modigliani e Kuz’ma Petrov-Vodkin, Iosif Brodskij e Aleksej Batalov. Il critico d’arte Erich Hollerbach affermò: “C’è più verità nei ritratti di Achmatova che nei libri di dieci critici”.

Allegoria della “Notte” (ritratto di Modigliani)

 

1911. La celebre poetessa Anna Achmatova si reca a Parigi assieme a suo marito Nikolaj Gumilëv. Qui, nel caffè “Rotunda” frequentato da un pubblico bohémien, fa la conoscenza del giovane artista italiano Amedeo Modigliani. “Siete un’ossessione per me”, scrive l’artista ad Achmatova dopo la sua partenza dipingendo dei ritratti della poetessa dall’immaginazione. Lei, successivamente, ricorderà: “Probabilmente io e lui non si capiva una cosa fondamentale: tutto quello che avveniva, era per noi la preistoria della nostra vita: la sua molto breve, la mia molto lunga. Il respiro dell’arte non aveva ancora bruciato, trasformato queste due esistenze: e quella doveva essere l’ora lieve e luminosa che precede l’aurora[1]”. Durante la rivoluzione quasi tutti i disegni di Modigliani andarono perduti nell’incendio della sua casa di Carskoe Selo. Se ne salvò solo uno, il più caro, dal quale Achmatova non si separerà mai: il ritratto in cui rappresenta la figura allegorica della “Notte”.   

“L’immagine di Achmatova riecheggia il profilo di una delle più celebri strutture scultoree e architetture del XVI secolo. Mi riferisco all’allegoria della “Notte” sul coperchio del sarcofago di Giuliano Medici, si tratta forse della più significativa e misteriosa delle raffigurazioni femminili di Michelangelo. È riconducibile alla “Notte” anche la costruzione compositiva del disegno di Modigliani”.

Nikolaj Chardžiev, scrittore e storico

“Così come la conoscevano i suoi amici poeti” (ritratto di Al’tman)

 

 

1914. Viene pubblicata la seconda raccolta di Achmatova “Rosario” che la rende celebre. Nel ritratto di Natan Alt’man appare fiera, ma vulnerabile. Pressoché nello stesso periodo di Al’tman, anche Olga Della-Vos-Kardovskaja dipinge Achmatova. Nelle sue memorie la figlia dell’artista, Ekaterina, mette le due opere a confronto: “Per quanto il ritratto eseguito da mia madre mi piaccia dal punto di vista artistico, penso che Achmatova così come la conoscevano i suoi amici poeti, gli ammiratori di quegli anni, non sia rappresentato in maniera evidente in questo dipinto, bensì nel ritratto di Al’tman”. Del ritratto avanguardista e dello stesso Natan Al’tman parlerà la poetessa nei versi “Lasciato il bosco della patria sacra”:

Come uno specchio, angosciata guardavo

La tela grigia e di settimana in settimana

Sempre più amara e strana era la somiglianza
Mia con la mia immagine nuova.
Ora non so dove sia l’amato artista,
Con cui dalla mansarda azzurra
Per la finestra sul tetto uscivo
E sull’abisso mortale lungo il cornicione
Andavo per vedere neve, Neva e nuvole,
Ma sento che le Muse nostre son amiche
D’amicizia spensierata e incantevole
Come fanciulle che non conoscono amore [2].

“Una bellezza malinconica” (ritratto di Annekov)

 

1921. Achmatova vive a Pietrogrado, è sposata con Vladimir Šilejko (i due convolarono a nozze nel 1918, subito dopo il divorzio con Gumilev). Gli amici della poetessa, Boris Anrep e Ol’ga Glebova-Sudejkina, emigrano – lei rimane nella Russia sovietica, profondamente addolorata per i cambiamenti avvenuti e per la separazione dai suoi cari. Qui, a Pietrogrado, in una casa in via Kiročnaja viene ritratta anche da Jurij Annekov  che ce la mette tutta per cercare di distrarla dai pensieri dolorosi: “Una bellezza malinconica, sembrava un’umile eremita, vestita con un abito alla moda da donna cortese! […] Achmatova posò per me con esemplare pazienza, posando la mano sinistra sul petto. Durante la sessione parlammo, con molta probabilità, di qualcosa di estremamente innocente, borghese, del più e del meno”.

“Ritratto spirituale” (ritratto di Petrov-Bodkin)

 

1922. L’anno precedente fu uno dei più tragici della vita di Achmatova: il suo primo marito, Nikolaj Gumilëv, venne fucilato, il suo maestro Aleksandr Blok morì. In quel periodo vengono pubblicate due sue raccolte di poesie: “Piantaggine” e “Anno domini MCMXXI”, dove vi sono versi dedicati a entrambi i poeti. In quello stesso anno si separa dal suo secondo marito. Il loro matrimonio non era stato dei più felici, Achmatova scriveva: “Mio marito è un carceriere e la casa è la sua prigione”. In questo momento delicato della sua vita, la poetessa viene ritratta da Kuzma Petrov-Vodkin. La scrittrice Marietta Šaginjan definisce questo lavoro un’icona, un ritratto spirituale. E la stessa poetessa commenta: “Non mi somiglia – ha l’aria riservata”.

“L’angelo nero” (ritratto di Tyrsa)

1928. Achmatova cessa definitivamente di pubblicare: “Dopo le mie serate a Mosca (nella primavera del 1924) hanno approvato un provvedimento per interrompere la mia attività letteraria. Hanno smesso di pubblicarmi su riviste e almanacchi, e anche di invitarmi alle serate letterarie. Ho incontrato M. Šaginyan sul Nevsky. Mi ha detto: “Siete proprio una persona importante: il Comitato Centrale ha scritto un decreto su di voi: non arrestatela, ma non pubblicatela nemmeno”. All’epoca l’artista Nikolaj Tyrsa realizza tre ritratti di Achmatova utilizzando dei materiali insoliti: una miscela di acquerelli e fuliggine di una lampada a cherosene. Osip Mandelštam rimane colpito dalle opere del pittore:

Come un angelo nero sul manto nevoso

in questo giorno innanzi a me ti sei parata

e nascondermi non oso

 il Signore col suo sigillo ti ha forgiata.

 

Di bianco vestita in una notte bianca (ritratto Osmërkin)

1939. Anna Achmatova scrive molto poco in questi anni, si dedica prevalentemente alla traduzione e allo studio dell’opera di Puškin. Suo figlio Lev Gumilëv si trova nel campo di lavoro e il suo amico Osip Mandelštam muore in un campo di transito. La poetessa continua a ricevere offerte per farsi ritrarre. Spesso diceva che “questo tema nella pittura e nella grafica è già stato esaurito”, tuttavia accetta di posare per l’ex membro del gruppo “Bubnovyj balet”, Aleksandr Osmërkin. Il 21 giugno 1939 l’artista scrive: “Mi reco ogni giorno da Anna Andreevna che sto ritraendo in abito bianco sullo sfondo dei tigli estivi in una notte bianca. Inizio la sessione alle 11 fino alle 14 per fare in tempo per la chiusura dei ponti”. La poetessa aveva ordinato un abito bianco appositamente per il ritratto, ma non avevano fatto in tempo a cucirlo e così posò con uno vestito preso a noleggio. È in questi giorni che compone i suoi celebri versi:

E sul mio petto ancora vivo

piombò la parola di pietra.

Non fa nulla, vi ero pronta,

in qualche modo ne verrò a capo.

Oggi ho da fare molte cose:

occorre sino in fondo uccidere la memoria,

occorre che l’anima impietrisca,

occorre imparare di nuovo a vivere.

 Se no… Oltre la finestra

l’ardente fremito dell’estate, come una festa.

Da tempo lo presentivo:

un giorno radioso e la casa deserta [3].

 

Esponente dellapoesia vuota priva di ideali” (ritratto di Sarjan)

1949. Viene pubblicato il decreto del Comitato Centrale “Sulle riviste Zvezda e Leningrad”. La loro produzione è ritenuta “del tutto insoddisfacente” a causa delle “opere senza principi e ideologicamente dannose” di Michail Zoščenko e Anna Achmatova. “Achmatova è la tipica rappresentante della poesia vuota e priva di ideali estranea al nostro popolo. I suoi versi, intrisi dello spirito del pessimismo e della decadenza, esprimono i gusti della vecchia poesia da salotto, congelata nelle posizioni dell’estetica borghese-artistocratica e della decadenza, “l’arte per l’arte”, che non vuole stare al passo col suo popolo, danneggiano la nostra gioventù e non possono essere tollerati nella letteratura sovietica”. Di conseguenza Leningrad viene chiusa mentre il caporedattore e il comitato editoriale di Zvezda vengono sostituiti. Dopo un mese per chiarire l’ordinanza un membro del Politburo Andrej Ždanov interverrà con una relazione: “La portata della sua poesia è confinata alla nullità – la poesia di una signora infuriata che si nasconde tra il boudoir e la cappella. Nella sua opera sono fondamentali i temi amorosi ed erotici intrecciati con tristezza, desiderio, morte, misticismo, destino. […] O una suora, o una meretrice, o meglio, una suora e una meretrice la cui fornicazione si mescola con la preghiera”. Dopo questa relazione devastante Anna Achmatova rimane completamente sola: alcuni conoscenti smettono di comunicare con lei, mentre quelli che vogliono mantenere un rapporto con lei li evita per non danneggiarli. L’artista Martiros Sar’jan non ha paura a invitare la poetessa in disgrazia a posare per un ritratto nel suo studio di Mosca. Sfortunatamente il lavoro rimane incompiuto: Achmatova si ammala e non riesce ad arrivare alla quinta sessione finale. L’artista non ha il tempo di finire le mani della poetessa. Aveva anche pensato di tagliare questa parte del quadro ma i colleghi lo convinsero a lasciarla così com’era.

“La zarina russa” (ritratto di Ljangleben)

1964. Achmatova viene pubblicata di nuovo e reinserita nell’Unione degli scrittori sovietici. In Italia, la poetessa è insignita del premio letterario “Etna-Taormina”. Suo figlio viene riabilitato: era stato rilasciato nel 1956. È in questo anno che Moisej Ljangleben realizza uno degli ultimi ritratti di Achmatova (morirà a breve, nel 1966). La dipinge dal vero cinque volte, Achmatova autografa le quattro opere ultimate, segno che le aveva gradite. Sono ritratti di un’Achmatova completamente diversa, così come ha ricordato l’artista e scrittore Jusef Čapskij: “Anna Andreevna siede su una grande poltrona, è imponente, pacata, paffuta, leggermente sorda. […] Senza volerlo ricorda i ritratti idealizzati delle zarine russe del XVIII secolo”.  

 

[1]  Traduzione tratta daLe rose di Modigliani” , Il Saggiatore,  Milano, 1982.

[2] Traduzione di Maria Candida Ghidini.

[3] Traduzione di Michele Colucci da “Requiem”, 1935-1940, in “La corsa del tempo”, Einaudi, Torino, 1992.

Fonte: Kul’tura.rf. Traduzione: Martina Fattore.

 

Martina Fattore

Cresciuta nelle terre molisane, non potevo far altro che innamorarmi di un posto altrettanto irreale. Le incomprensioni con perfettivi e imperfettivi non mi hanno impedito di vivere il celebre inverno russo: gelido ma pieno di calore umano condiviso davanti a una buona tazza di čaj e kalitki.