Dostoevskij ha rivelato il mondo russo ai russi

Il filologo Pavel Fokin parla delle “fatidiche domande”, dei sei grandi romanzi e di quello che succedeva nella testa di Fëdor Michajlovič.

Il museo “Casa Moscovita di Dostoevskij” (Moskovskij dom Dostoevskogo), che aprirà nella capitale questo autunno, permetterà di avvicinarsi alla vita dello scrittore e di immergersi nel mondo dei suoi grandi romanzi. Nell’anno dell’anniversario dei classici nascerà persino un’intera biblioteca composta di nuovi studi su Dostoevskij, un fenomeno senza precedenti per la filologia mondiale. Di questo racconta sulla rivista “Izvestija” Pavel Fokin, storico della letteratura e direttore della “Casa-Museo F.M. Dostoevskij”, facente parte del Museo Statale della Storia della Letteratura Russa V.I. Dal’ (GMIRLI).

Pavel Fokin, filologo.

 

– I 200 anni dalla nascita di Dostoevskij saranno celebrati a livello nazionale. Cosa regalerete agli ammiratori di Fëdor Michajlovič?

La notizia principale riguarda la nascita della “Casa Moscovita di Dostoevskij”, disposta su tre piani di un’ala dell’ex ospedale Marinskij (Marinskaja bol’nica dlja bednych na Božedomke). Qui Dostoevskij trascorse l’infanzia e l’adolescenza, e nel 1928 vi ebbe sede il primo museo dedicato allo scrittore. L’apertura è prevista per l’11 novembre 2021, in occasione della data di nascita di Fëdor Michajlovič. Il nuovo museo occuperà circa mille metri quadrati: non solo per lo spazio espositivo, ma anche per l’“aria” necessaria a capire l’esposizione. Il cuore del museo sarà il celebre appartamento d’infanzia di Dostoevskij. L’ambiente è stato ricreato nel 1983 grazie ai ricordi di Andrej Michailovič, fratello minore di Fëdor. Per decenni vi si sono recati gli ammiratori dello scrittore provenienti da tutto il mondo. Per essi era importante visitare quelle mura, da cui nacque la sua personalità, dato che tutto ebbe inizio da questa casa: il suo stile, la vita familiare e la Mosca di quei tempi.

Il secondo piano permette di vivere a pieno la drammaticità del destino di Dostoevskij, permette letteralmente di entrare nel mondo dei suoi grandi romanzi. I visitatori potranno vedere materiali unici, la gran parte dei quali raccolti dalla vedova dello scrittore Anna Grigor’evna. Al terzo piano vi sarà quella parte dell’esposizione che si può chiamare “Dostoevskij dopo Dostoevskij”. Sarà dedicata alla ricezione della sua opera da parte delle generazioni successive di scrittori, artisti, registi, pensatori. Le numerose esposizioni multimediali supporteranno la scoperta di questo fenomeno della cultura mondiale.

– Come festeggeranno gli studiosi?

Come sempre con conferenze e pubblicazioni. Nel 2018 la Fondazione russa per le ricerche fondamentali (RFFI) ha indetto un concorso sul tema Dostoevskij. Come risultato sono state assegnate più di venti borse di studio. In questo anno i collettivi scientifici, che hanno ricevuto il sostegno del RFFI, devono completare il proprio lavoro e pubblicare monografie collettive dei risultati, così da avere, per la fine dell’anno, un’intera biblioteca di nuovi studi su Dostoevskij, un fenomeno senza precedenti per la scienza filologica nazionale e straniera.

– È corretta l’affermazione che Dostoevskij, sulle tracce di Puškin, ha plasmato il nostro modo nazionale di pensare e che tutti noi, di fatto, viviamo nella sua testa?

Più precisamente egli ha rivelato il mondo russo ai lettori russi, suppongo anche molto di più di quanto hanno fatto Puškin e Gogol’. Inoltre, egli continua tutt’oggi a rivelarlo, restando lo scrittore russo più attuale. La lista degli ammiratori di Fëdor Michajlovič è molto lunga. Senza esagerare possiamo affermare che nessun noto esponente della cultura del XX secolo non ne sia stato influenzato. Vivere senza di lui oggi è semplicemente impossibile. Da Dostoevskij è nata, in pratica, tutta la filosofia religiosa russa, l’esistenzialismo francese. Un grande ruolo Dostoevskij lo ha avuto nella nascita della psicoanalisi. I surrealisti lo annoverano tra i propri principali precursori. E quanti scrittori lo considerano il proprio maestro!

– In cosa consiste il segreto del suo fascino sovraumano?

Oltre a un’evidente genialità, a Dostoevskij è stato fatto dono di un autentico democratismo. Egli si rivolge a ogni lettore, ognuno trova il proprio posto nel suo mondo, qualcosa ti si rivela interiormente, si entra in contatto con Dostoevskij, si è d’accordo con lui, ci si discute, si espongono le proprie ragioni. Dostoevskij dà al lettore assoluta libertà di pensiero e di scelta. Detto ciò, la posizione di Dostoevskij è sempre molto determinata e chiara, ma egli non costringe nessuno ad accettarla incondizionatamente.

– Ed ecco la “fatidica domanda”: perché leggiamo e rileggiamo i classici?

Semplicemente perché ogni volta, leggendo Dostoevskij, entriamo nel territorio della conoscenza di se stessi.

– Eppure la personalità dell’autore resta incomprensibile. Nei libri Fëdor Michajlovič a volte appare come un bambinone credulone e alquanto capriccioso, altre volte come un “pallido giovane” che nega istericamente qualsiasi posa, altre volte ancora come un visionario e un profeta… Quale lato della sua personalità è più importante degli altri secondo lei?

Sono colpito dalla sua incredibile focalizzazione sul voler comprendere i misteri dell’uomo, compito che si è posto fin da giovane. Quasi 18enne scrisse al fratello: “L’uomo è un mistero che va risolto”. Non ha demorso da questo obiettivo per tutta la vita, anche nelle più drammatiche circostanze. Persino ai lavori forzati, circondato da criminali, studiava i misteri dell’animo umano. “La casa morta” diventò per lui non solo una prova terribile, ma anche una scuola, da cui uscì con una rinnovata conoscenza della vita. Dostoevskij è un esempio lampante della caparbietà nel restare fedele alla sua missione. Persino giocando freneticamente d’azzardo e soffrendo di pesanti ricadute per la malattia, egli studiava il mistero dell’uomo e del suo destino.

– In cosa consiste la sua tacita e fatale lite con Lev Tolstoj, che ci ha divisi in “tolstoiani” e “dostoevskiani”?

Il mondo di Tolstoj non è meno drammatico del mondo di Dostoevskij, ma è esteticamente più armonico e le persone con un’anima artistica tendono involontariamente verso di esso, a volte persino non notando gli abissi del caos nascosti sotto un’armonica superficie. Dostoevskij osserva senza paura il caos dell’esistenza, trovando tracce della perduta armonia e credendo nella possibilità di recuperarla. Le anime di Dostoevskij sono inquiete, dubbiose, in cerca di qualcosa. Tolstoj e Dostoevskij sono entrambi necessari all’umanità e una divisione in fazioni mi sembra disumana. Io stesso, occupandomi di Dostoevskij, leggendolo e rileggendolo, meravigliandomi e sorprendendomi, amo molto Tolstoj.  L’uno leggeva l’altro attentamente e di gusto, discutendo e studiandosi.

– Esiste l’opinione che Lev Nikolaevič sia uscito da “La figlia del capitano” di Puškin. Dostoevskij da dove è uscito?

Anche lui da Puškin. Per Dostoevskij egli era una figura assoluta.  Per tutta la vita ha dialogato spiritualmente con lui. Fin da bambino leggeva tutte le sue opere, molte le imparò a memoria, le leggeva con entusiasmo alle serate letterarie. Non è un caso che gli eroi di Dostoevskij si rivelino ammiratori di Puškin, che nelle loro biblioteche private si trovino singoli volumetti del poeta e intere raccolte di opere.

– L’ultimo romanzo di Dostoevskij è l’incompiuto “I fratelli Karamazov”. Quale dei numerosi progetti avrebbe potuto realizzare se fosse vissuto un po’ più a lungo?

Dostoevskij è stato un autore che guardava alla vita contemporanea e più lo faceva, più si preoccupava del destino della Russia. Forse avrebbe potuto posticipare la composizione del secondo volume de “I fratelli Karamazov”, influenzato dall’assassinio di Alessandro II. Mettersi a giudicare ciò che non è accaduto è un compito ingrato.

– Il mondo di giorno in giorno appare sempre più irrazionale. In quale soggetto di Dostoevskij noi viviamo qui e ora?

Nell’ultimo sogno di Raskol’nikov riguardante le “trichine” della discordia: “Durante la malattia sognò che tutto il mondo era condannato ad essere vittima di una terribile e inaudita pestilenza, senza precedenti, che dalle profondità dell’Asia arrivava in Europa. Tutti dovevano morire, tranne pochissimi eletti. Erano comparse delle nuove trichine, esseri microscopici che si insediavano nei corpi della gente. Ma questi esseri erano spiriti, dotati di intelligenza e volontà propria. Chi li aveva presi diventava immediatamente ossesso, pazzo. Mai e poi mai le persone si erano ritenute così intelligenti e certe della verità come questi infetti. Mai avevano ritenuto infallibili i propri principi, le proprie deduzioni scientifiche, le proprie convinzioni morali e le proprie credenze. Tutti erano in agitazione, non si capivano l’un l’altro, ognuno pensava di avere in sé la verità e ognuno soffriva guardando gli altri, si batteva il petto, piangeva, si torceva le mani. Non sapevano chi e come giudicare, non riuscivano a trovare accordi su cosa ritenere giusto o sbagliato. Non sapevano chi condannare, chi assolvere…”

 

Fonte Izvestija, 13/01/2021 – di Arina Stulova, Traduzione di Chiara Cardelli