“Vi hanno portato qui in quanto traditori” Il lungo cammino degli italiani di Crimea verso la riabilitazione.

Continua la serie di reportage dell’agenzia di stampa TASS sui popoli deportati dalla Crimea. Non tutti sanno che il confinamento di gente dalla penisola iniziò ben prima del 1944, anno in cui ci fu la deportazione di massa dei tatari. Per esempio, la comunità italiana era già stata confinata in Kazakistan all’inizio del 1942.

L’Italia era un alleato importante della Germania Nazista e, verso la fine del ’41, la conquista definitiva della penisola da parte dei tedeschi sembrava cosa fatta, con i sovietici che consideravano gli italiani una pericolosa “quinta colonna”. Già negli anni ’30, quando i fascisti presero il potere in Germania, molti italiani di Crimea iniziarono a essere sospettati di simpatie verso Hitler e condannati alla deportazione in Siberia. Verso il 1942, gli italiani rimasti in Crimea furono meno di mille, e praticamente tutti abitavano a Kerč’.

 

Sopravvivere nei bunker

 

Fabiana Giovanelli racconta di essere stata tra i primi, assieme ai suoi genitori, a essere deportati il 29 gennaio 1942. Vennero messi su un barcone con direzione Novorossijsk. In quel momento praticamente tutta la Crimea, a eccezione di Sebastopoli e Kerč’, era già stata presa dai tedeschi.

-Allora avevo un anno, due mesi e un giorno. Mia madre, come mi avrebbe raccontato più tardi, disse che il primo barcone su cui misero gli italiani venne bombardato nello stretto di Kerč’ dall’aviazione tedesca. Ci fu un solo sopravvissuto – afferma Fabiana.

 

 

Dopo aver attraversato lo stretto, si profilò un lungo viaggio fino al Kazakistan settentrionale che sarebbe durato più di un mese. Ai deportati non venne detto dove li stavano trasferendo. Gli dissero solo che in quel posto “faceva caldo” e che non c’era bisogno di portare vestiti leggeri con sé. Di fatti, però, si rivelò proprio l’opposto. Mentre i convogli stavano attraversando le steppe del Kazakistan del Nord, la temperatura scese fino ai – 45 gradi. Molti perirono durante il viaggio, e tra di essi anche bambini. Come mi raccontava la mamma, non c’era proprio niente da mangiare – ricorda Fabiana – Finché mia madre allattava ancora, riusciva a sfamarmi lei, mio padre, invece, correva per le piccole stazioni ferroviarie a scambiare qualche suo oggetto per metterci qualcosa sotto i denti. Poi, però, divenne sempre più difficile.

 

Subito dopo l’arrivo in Kazakistan, la sua famiglia venne destinata in un kolchoz e sistemata in delle baracche, precedentemente adibite a stalle.

-All’inizio non ci accolsero bene in Kazakistan – afferma Fabiana – Come raccontava mia madre, le persone del posto si rivolgevano così agli italiani di Crimea:” Vi hanno portato qui in quanto traditori che devono morire in questo posto”.Mio padre lavorava nel Kolchoz, poi fu arrestato per affronto al direttore dello stesso stabilimento. Il lavoro veniva calcolato in trudoden’ (misura di tempo e di efficienza del lavoro) e non vedevamo neanche un pezzo di pane.Mio padre chiese al direttore di dargli almeno un po’ di pane poiché aveva un bambino piccolo. Ma il direttore gli rispose che non aveva intenzione di parlare con i traditori e che se avesse nuovamente accampato diritti, l’avrebbe pagata cara. Mio padre venne incarcerato e morì in prigione. All’epoca avevo quattro anni.

 

Fabiana Giovanelli (in centro) in Kazakistan qualche anno dopo la deportazione

Più tardi, la mamma di Fabiana iniziò a lavorare in una fabbrica di armi chiamata Kazachsel’maš, che produceva articoli militari. La vita si fece un po’ più semplice. Una razione standard, un pezzettino di pane, una manciata di zucchero e un pugno di farina. Per i vestiti, però, non c’erano soldi. Fabiana Iosifovna ricorda chiaramente che, all’età di quattro anni, non aveva neanche un paio di scarpe.

“Mia mamma allora ritagliò un pezzo di coperta e l’avvolse attorno ai piedi, fissandola con un po’ di spago e stringhe, affinché potessi camminare tranquillamente. Era un sostituto degli stivali. Ma c’era così tanto freddo e ghiaccio che questi ritagli si attaccavano alla pianta del piede. Ho tutt’ora piaghe sui piedi, a malapena cammino.”

 

Paglia per pranzo

 

L’anziana signora italiana ricorda che, solamente all’età di sette anni e dopo la fine della guerra, vide e assaggiò per la prima volta la carne.

— I cosacchi all’epoca non se la passavano bene, poiché quello era il periodo successivo alla guerra, un periodo di fame. Avevano, però, questa specie di festa a cui ci invitarono. Ricordo ancora il sapore di quella carne di montone. Chiesi loro: “ma che cos’e?”. Mi risposero che era carne – ricorda Fabiana – Durante la guerra mangiavamo di tutto senza sapere cosa fosse. Sapete, probabilmente mi sbaglio, ma mi ricordo che mia madre riscaldava della paglia e poi la mescolava con delle bucce e il risultato erano delle sorte di bliny (crepes)

 

La famiglia Giovanelli tornò in Crimea nel 1952, ma non riuscirono a ottenere né la carta di residenza, né lavoro. Trovammo una posto dove stare nel Kuban’ e anche un lavoro per la madre e poterono tornare definitivamente in Crimea solamente nel 1953.

– Solo dopo la morte di Stalin, riuscimmo a rientrare dal Kuban’ e ad avere la carta di residenza e l’autorizzazione di lavoro e studio a Kerč’ – afferma Fabiana.
La signora Giovanelli ha due figli, nipoti, ma per il momento nessun pronipote.

I nipoti vogliono sposarsi, ma per il momento li sto ancora trattenendo dal farlo. Dico loro che per fare famiglia, bisogna costruirsi la casa o l’appartamento, come si è soliti fare – racconta tra le risate la signora italiana. Fabiana Giovanello è diventata la prima della comunità italiana di Crimea a ottenere, nel febbraio del 2017, il certificato di riabilitazione.

Adesso siamo stati riabilitati e nessuno più ci ritiene traditori o nemici. Ma la cosa più importante è il riconoscimento politico e, volendo, anche umano e morale secondo cui non abbiamo colpa alcuna. Il sentimento effimero di colpa posatosi su di noi è perdurato per tutti questi anni, ma adesso non c’è più.

Fabiana Giovanelli con il certificato di riabilitazione

Il decreto del presidente russo sulla riabilitazione dei popoli deportati della Crimea è stato firmato ancora il 21 aprile 2014. Nel documento si parla degli armeni, bulgari, greci, tatari di Crimea e tedeschi, ma non c’è alcuna menzione degli italiani. Per fortuna, ci sono state alcune persone che, nella loro insistenza, hanno raggiunto i leader di entrambi i paesi e hanno ottenuto giustizia.

 

La lunga strada verso la riabilitazione

 

Giulia Giachetti-Bojko è la presidente della comunità italiana “Cerchio”. Era proprio quella, infatti, la forma della fortezza eretta nel VI secolo d.C. sullo stretto di Kerč’ dagli oriundi delle città italiane medievali. Il suo appartamentino, stretto ma di gran comfort, e non lontano dalla stazione ferroviaria di Kerč’ è diventato il punto di incontro degli attivisti della comunità italiana.

Giulia ha combattuto oltre vent’anni per la riabilitazione della sua famiglia e di tutti gli italiani.

– Mia mamma, Tamara Giachetti, quando venne deportata aveva appena compiuto un anno. Assieme a lei, vennero mandate al confino anche sua sorella di nove anni e suo fratello di sei. – racconta Giulia – Secondo quanto raccontato da mia zia, vennero tutti divisi in due barche e loro vennero fatte salire sulla seconda. Proprio davanti ai loro occhi, però, la prima nave, dove c’erano altri italiani, venne bombardata dagli aerei tedeschi, che così l’affondarono.

La zia di Giulia, Nadežda Matveevna raccontava che il cammino era stato molto lungo. All’inizio raggiunsero Novorossijsk, poi Baku, attraversarono il Caspio, arrivarono a Krasnovodsk e, infine, al villaggio di Atbasar nell’Oblast’ di Aqmola, Repubblica socialista sovietica del Kazakistan.

“La zia ci spiegava che in Kazakistan li accolsero con diffidenza, scetticismo. Dicevano che avevano portato lì i fascisti. Ma una donna una volta lì guardò e disse: “non sembrano fascisti, ma persone normali, proprio come noi (Giulia Giaccheti-Bojko).”

 

Giulia si occupa della deportazione degli italiani dalla Crimea da più di vent’anni. Si tiene in contatto con i discendenti dei deportati, molti dei quali
si sono trasferiti in Italia. Alla fine dello scorso anno è uscito il suo primo libro-ricerca “Gli italiani di Crimea. Storie e destini” dove sono raccolte le testimonianze storiche, le memorie dei testimoni della deportazione e innumerevoli fotografie.

Secondo quanto detto da Giulia, si sta raccogliendo il materiale per produrre ancora qualche altro libro:

“Vogliamo ricostruire le circostanze della distruzione della prima barca affondata con gli italiani, mettere insieme i tasselli della storia di ogni famiglia italiana che è stata cacciata dalla Crimea. C’è ancora molto lavoro da fare.”

 

L’ottenimento della riabilitazione degli italiani a livello ufficiale è un lavoro che Giulia e alcuni attivisti hanno iniziato nel 1991. Più volte si sono rivolti al parlamento ucraino e a ogni presidente ucraino neoeletto, ma ancora non è stata data una risposta. Subito dopo il referendum del 2014 e l’annessione della Crimea alla Russia, Giulia scrisse la sua prima lettera al Cremlino. E poi altre e poi altre ancora…

“Tuttavia, la risposta del Cremlino non tardò ad arrivare. Ci chiamarono e ci comunicarono l’invito a un “incontro di grande importanza”, ma dove e a chi fu rivolto l’invito non ci era dato saperlo. Tuttavia, scoprimmo che invitarono proprio noi a un incontro con Vladimir Putin e Silvio Berlusconi. In quell’occasione, durante l’incontro a Jalta, sollevammo tutte le questioni di nostro interesse. Il presidente ci sostenne e il giorno successivo venne emesso il decreto sulla riabilitazione degli italiani deportati dalla Crimea. E di ciò siamo molto grati (Giulia Giacchetti-Bojko).”

 

Giulia Giacchetti-Bojko (nella foto al centro) all’incontro tra i rappresentanti della comunità italiana, Vladimir Putin e Silvio Berlusconi.

 

Nonostante durante l’ultimo censimento russo del 2014 solo 77 persone in Crimea si sono dichiarate italiane, il loro numero risulta ben più alto. Solo a Kerč’, secondo quanto affermato da Giacchetti-Bojko, la comunità italiana conta più di 500 membri. Giulia con rammarico ammette che, dopo le sofferenze e le persecuzioni patite negli anni ’40 e ’50, molti connazionali desiderarono rinunciare al cognome italiano e alcuni genitori addirittura nascosero ai propri figli la loro vera provenienza.

 

Buongiorno dalla Crimea

 

Eccoci nella piccola cameretta di Giulia; su un tavolino il computer, appese al muro, invece, una copia dell’ “Ultima cena” di Leonardo da Vinci e un’immagine della Madonna. In cucina la sua matrigna Anastasia Bojko è occupata con le faccende casalinghe. Giulia dice che senza l’aiuto di questa donna russa sarebbe stato difficile raccogliere tutti i materiali riguardanti gli italiani di Crimea.

 

“La considero una seconda mamma, anche se non è una matrigna. In italiano si dice “una seconda madre” e lei per me lo è stata negli ultimi dodici anni.”

La stessa Anastasia Nikolaevna afferma di aver preso a cuore la tragedia degli italiani di Crimea e di aiutare la comunità locale come può. La nostra casa è diventata questo piccolo circolo culturale italiano a Kerč’ dove si incontrano i membri della nostra comunità; vengono a farci visita  non solo il parroco della chiesa italiana locale, ma anche giornalisti e politici – racconta Anastasia.

Inoltre, Anastasia ha anche imparato molte ricette della cucina italiana come il risotto, diversi tipi di pasta che prepara assieme a Giulia utilizzando la formula originale dell’impasto, nonché molti tipi di formaggi.

 

-Prendiamo la bryzna (tipo di cagliata) e ci mettiamo diversi additivi, poi la lasciamo stagionare e così otteniamo dei formaggi fatti in casa. Sono stati gli italiani a portare questi prodotti in Crimea e una volta venivano conservati in scantinati, mentre noi adesso li facciamo stagionare sul balcone – ci spiega Giulia Giacchetti-Bojko.

 

Giulia viene contattata di continuo – sia dall’Italia che da ogni parte del mondo dove vivono i discendenti degli italiani di Crimea ​

-Mi chiamano da ogni posto dove ci sono degli oriundi italiani che hanno legami con Kerč’. Rispondo sempre che sono felice di sentirli e addirittura vederli se ci sentiamo in videochiamata. Per noi è importante. La nostra patria è Kerč’, la Crimea, la Russia, ma per nulla al mondo vogliamo perdere i legami con la terra d’origine dei nostri antenati.

 

 

FONTE: https://tass.ru/spec/italians di Sergej Pavliv, TASS, traduzione di Lorenzo Fasano

Lorenzo Fasano

Mi chiamo Lorenzo, ho 24 anni e sono un laureato in Traduzione e Mediazione Culturale all'Università degli Studi di Udine. Le mie lingue di laurea sono l'inglese e il russo. Sono cresciuto in un paesino vicino Udine, a solo 24 km dalla Slovenia e da tutto quell'incredibile sistema culturale conosciuto col nome di "Mondo Slavo" per il quale spesso si dice che con la parola "Pivo" puoi andare da Nova Gorica a Vladivostok senza problemi. Ed è proprio questa vicinanza a un mondo così distante ma così vicino che mi ha fatto appassionare sempre di più al russo e alla sua tradizione, il suo folklore, la sua letteratura e la sua musica e cerco di condividere queste passioni anche con tutti quelli che, come me, hanno sempre preferito un buon boršč alla più mainstream paella o bratwurst.