Recensione di “Festa notturna”, di Vladislav Chodasevič

Recensione di "Festa notturna", di Vladislav Chodasevič

Il testo di Festa notturna è estratto da una lettera datata 1 Luglio 1911, che il poeta russo Vladislav Chodasevič scrive al suo amico Samuil Kissin. Edito in un piccolo ma prezioso formato, Festa notturna è pubblicato in Italia da Edizioni Damocle (testo russo a fronte).

Recensione a cura di Giordana Carbone

Vladislav Felicianovič Chodasevič (1886-1939), moscovita, di padre polacco e madre nobile di origine ebraica, esordisce nel campo letterario nell’”età d’argento” della letteratura russa, ovvero tra i simbolisti, agli inizi del Novecento. Viaggia molto e nel 1922 si trasferisce con la moglie, Nina Berberova, nella villa a Sorrento di Maksim Gor’kij. In seguito, si recherà a Berlino e a Parigi (dove morirà), occupandosi soprattutto di poesia e critica letteraria.

 

Chodasevič soggiorna più volte in Italia e in questo racconto breve quanto prezioso, scritto nell’estate del 1911, anno della sua prima visita nel Paese, fa emergere le proprie impressioni, sintetizzandole in un modo che a un lettore di oggi risulta spaventosamente contemporaneo. “Il Signore”, scrive Chodasevič a un amico, Samuil Kissin, ci ha donato un Paese dove “tutto viene terribilmente bello”, a prescindere da ciò che facciamo. Venezia gli si mostra come uno scorcio della bellezza che l’Italia ha in sé.

 

Venezia, Kustodiev
Venezia dipinta dal pittore russo Boris Kustodiev (1913).

È nelle tele di Giotto e Tintoretto, nella “pianura blu del mare”, nella vita ovunque illuminata dai raggi di un sole che batte su ogni cosa, dal campanile (di una chiesa invisibile) ai riccioli neri di un pescatore. La bellezza, come una donna, può essere apprezzata, conquistata, ma è impresa domarla. È in ciò che è statico, che si conserva intatto, immobile, fermo come in una vecchia fotografia, così come nell’attimo del mutamento, in cui sorge bellezza “nuova, a sostituire quella vecchia e sfiorente”. Tutto ciò attira inevitabilmente e sopraffà.

 

Venezia, nota Chodasevič già nel 1911, ammalia lo straniero e ne è inevitabilmente minacciata: “Nelle tasche dei suoi figli tintinnano monete di tutti i paesi del mondo.” Le folle che inondano l’Italia la soffocano, mostrandole il prezzo da pagare per la sua bellezza eterna.

 

Vediamo allora il tedesco, in fila per il giro in gondola organizzato perché possa sentirsi “un po’ veneziano”, una coppietta di francesi circondata da migliaia di luci di alberghi e locali di lusso, chiasso, rumore, americane con mantelli di seta, russe eccitate…

 

Tutto ciò uccide la silenziosa bellezza che è intorno, sembra voler suggerire Chodasevič, è volgare. Di italiani, oltre ai gondolieri, neanche l’ombra. Ma ecco, d’improvviso, qualcosa squarcia prepotentemente il cielo senza luna di una notte tanto stupida e vuota. Ed ecco l’Italia, vicinissima, proprio sotto un portico, al riparo: un vocio allegro e dolce, un grande applauso e un buon caffè. Perché “per quanto piacerebbe all’Italia essere brutta, proprio non le riesce.”

 

Un piccolo gioiello in un’edizione da adorare quanto il contenuto, inframmezzato da splendide fotografie di Venezia in bianco e nero e con testo russo a fronte (che riserva non poche belle sorprese).

"Festa notturna", Chodasevic
"Festa notturna", traduzione di Maria Emelianova. Edizioni Damocle, 2021

 

Girovagando per una cittadina in Italia, tra le sue stradine tortuose, anguste e spioventi sul mare, ho capito una volta per tutte che la bellezza è un ingiusto e dolce dono del cielo, dato a questo paese per l’eternità. L’Italia non può scappare o nascondersi dalla bellezza, né mai compirà peccato tanto grave da esserne privata.

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