Le kommunalki agli occhi degli stranieri

Le sensazioni di cittadini provenienti da Stati Uniti, Regno Unito e Italia che, in epoche diverse, hanno vissuto in appartamenti condivisi.

Naomi Marcus, USA
1972

«Sono arrivata a Mosca nel 1979 per imparare il russo. Vivevo in un dormitorio ma avevo molti amici che vivevano in appartamenti in condivisione e spesso andavo a trovarli, a volte rimanevo lì a dormire. Quello che i miei amici mi chiedevano sempre era di non parlare con i vicini, il mio accento mi tradiva e loro non volevano che i vicini sapessero che ero americana. Ricorderò per sempre la frase che uno di loro mi disse: “Ci hanno insegnato bene ad avere paura”. Mi è stato chiesto di non parlare inglese anche in taxi, avevano ancora paura di tutto.

Ho i capelli neri e la pelle scura, così gli amici cercavano di spacciarmi per armena o georgiana. Quando incontravo i loro vicini nel corridoio, cercavo solo di annuire educatamente e sorridere e il più rapidamente possibile tornare nella stanza dei miei amici, lì mi sentivo al sicuro. Andare in bagno era tutta un’avventura. Tutte queste precauzioni mi sembravano esagerate, ma non volevo che i miei amici avessero problemi, eppure avrei potuto andarmene in qualsiasi momento.

I vicini, ovviamente, sospettavano qualcosa a causa del mio aspetto (dopo tutto non sembravo molto armena, piuttosto italiana) e del mio comportamento. Ad esempio, all’inizio, per abitudine americana, non mi toglievo le scarpe all’ingresso. Un paio di volte ho preso il bollitore di qualcun altro o ho dimenticato il mio sapone in bagno. Semplicemente non ero abituata a questo livello di segretezza.

In ogni caso i miei amici non hanno avuto nessun tipo di problema. Andavo sempre in due o tre appartamenti, ero amichevole e cercavo di catturare l’attenzione il meno possibile e sembra che presto abbia iniziato ad essere percepita come una parente lontana, solo un po’ strana. Certo, lì c’erano persone che amavano ficcare il naso negli affari degli altri, ma mi hanno sempre avvertita da chi stare in guardia.

Mi sembrava terribile che gli adulti vivessero con i loro genitori nella stessa stanza, dove partorivano e crescevano i bambini. In America, tutti sono abituati al fatto che la vita privata rappresenti il proprio spazio personale. Qui non c’era spazio personale, non riuscivo a credere che le persone lo tollerassero.

Sono stata per lo più negli appartamenti dove viveva l’intellighenzia, quindi tutti si parlavano rispettosamente, ma si sentiva che non c’era vera simpatia tra le persone, era una guerra fredda costante. Questa vita ricordava un po’ gli appartamenti degli studenti americani: non si potevano toccare le pentole degli altri, bisognava sempre lavare immediatamente i piatti, ma comunque era diverso, perché gli studenti in America hanno scelto volontariamente una vita simile, qui invece la gente semplicemente non aveva altra scelta.

Festa in una kommunalka. Fotografia di Vladimir Lagranž. 1987

È sorprendente come, in queste condizioni, le persone abbiano cercato di trasformare il proprio, anche se piccolo, spazio. Le stanze sembravano piccoli palazzi, alle pareti erano appesi bellissimi piatti dipinti e tappeti orientali. I tappeti aiutavano anche l’isolamento acustico: in quegli appartamenti si sentiva tutto. Lungo le pareti c’erano armadi con libri, c’era sempre un giradischi e fiori freschi presi al mercato. Di solito le stanze erano piene di oggetti, ma, nonostante ciò, erano accoglienti. Fuori regnava la paura, non si poteva parlare con nessuno, ma in una stanza calda e accogliente con tè e musica ci si poteva rilassare. Una piccola fortezza nel mezzo di un appartamento in condivisione.

Alla kommunalka sono legati anche speciali ricordi romantici. A Mosca avevo un fidanzato, ma io vivevo in un dormitorio. A volte i miei amici uscivano durante il giorno e ci lasciavano usare la loro stanza, mettevano fiori, lasciavano lo champagne. Ci hanno fatto un tale regalo. Era così strano, un appuntamento romantico in una piccola stanza nel mezzo di una kommunalka, ma mi sentivo completamente al sicuro.

Quando sono tornata a lavorare in URSS alla fine degli anni ’80, si sentiva che le relazioni negli appartamenti condivisi erano cambiate. Alla fine degli anni ’70, c’era la sensazione di essere bloccati in questo appartamento condiviso per sempre, quasi un sentimento claustrofobico. Ad esempio, scambiare una stanza in una kommunalka nel centro per altre due più distanti era molto difficile, e questa pratica di scambio mi ha colpita. Alla fine degli anni ’80 le persone hanno iniziato ad avere delle opzioni, perciò tutti hanno cominciato a sentirsi molto più tranquilli.»

Appartamento di una kommunalka a Mosca. Fotografia di Vladimir Lagranž. 1992.
Steven Harris, USA
1995

«Nel 1995 sono venuto a San Pietroburgo per insegnare inglese, avevo 21 anni. All’inizio vivevo nella periferia della città in un normale appartamento, ma volevo essere più vicino al centro e volevo davvero vivere una vera vita russa e parlare tutto il tempo in russo. Così, dopo sei mesi, mi sono trasferito in un appartamento in condivisione sull’Isola Vasil’evskij, in una stanza che un collega trovò per me. L’appartamento era piccolo, c’era una donna di nome Irina con la figlia della mia età, Nastja e lo spazzino Boris.

Irina e Nastja provenivano da una famiglia dell’intellighenzia che prima della rivoluzione possedeva tutti gli appartamenti del loro piano di quella casa. Sebbene Irina stessa fosse nata dopo la guerra e non se lo ricordasse più, si comportava come se quello fosse ancora il suo appartamento. Ad esempio, avrebbe potuto entrare in camera mia in qualsiasi momento. Lei, forse per gli stessi motivi, puliva la cucina e il bagno e non lo richiedeva agli altri inquilini, avrei dovuto soltanto lasciare tutto nel modo in cui l’avevo trovato.

Irina era anche una tuttofare: riparava l’impianto elettrico sostituendo alcuni elementi con la carta stagnola che avvolgeva il cioccolato. Una volta è andata via la luce e, mentre stavamo cercando di capire se si fosse spenta in tutta la casa, Irina indossò guanti di gomma, prese un cacciavite, lo mise nella presa e fioccarono scintille. Una donna incredibile.

Tutti i miei conoscenti americani avevano lo stesso problema in Russia, negli appartamenti in cui vivevamo c’erano molti oggetti che avrebbero potuto rompersi da un momento all’altro e dovevano essere maneggiati con molta attenzione, per esempio, il rubinetto doveva essere ruotato leggermente, noi lo giravamo con forza e immediatamente lo rompevamo. Ho rotto un sacco di cose, non sapevo come trattarle. Beh, mi è stato detto che ero uno sciocco.

Irina guardava dall’alto in basso lo spazzino Boris, ma con me era gentile e parlava molto. Mi diceva che in epoca sovietica, nonostante la paura generale, era sempre alla ricerca di stranieri e cercava di conoscerli. C’era una TV nella sua stanza e mi invitava spesso a guardarla, ma Boris mai.

Credo che Boris mi guardasse con qualche sospetto, ma era comunque molto gentile. Beveva molto e raramente usciva dalla stanza, si comportava in modo molto silenzioso. Sia io che Irina e Nastja avevamo spesso ospiti e a volte Boris non ne era contento. Stavamo con gli ospiti in cucina perché lì si poteva fumare e la stanza più vicina alla cucina era proprio quella di Boris, in cucina c’era un grande tavolo rotondo smontabile, era molto comodo sedersi attorno. Un giorno Boris, indignato, ha semplicemente portato metà di questo tavolo nella sua stanza e, nonostante fossimo molto arrabbiati con lui, non potevamo farci niente. Ma, in generale, abbiamo avuto pochi conflitti.

A volte c’erano problemi a causa del frigorifero. Ce n’era solo uno e ognuno di noi aveva il proprio ripiano, se lasciavi il cibo sullo scaffale di qualcun altro, qualcuno sicuramente avrebbe iniziato a risentirsi. Una volta ricordo che qualcuno ha mangiato la mia panna acida, mi ero appena cucinato i pel’meni ed ero molto arrabbiato perché non avevo più il condimento, anche se ora mi imbarazza ricordarlo.

Allo stesso tempo, ci offrivamo cose a vicenda. Avevo più soldi dei miei vicini perché stavo dando lezioni private e avevo una carta di credito che loro non avevano mai visto, quindi potevo permettermi cose che loro non potevano. Ho sempre avuto il cibo migliore, l’alcol più costoso e cercavo sempre di condividere.

Certo, la mia situazione era particolare, sono finito in questa kommunalka perché lo volevo, non per mancanza di scelta, e avrei potuto andarmene in qualsiasi momento per tornare negli Stati Uniti. Per Nastja, come per molti amici russi della mia età, allora non c’era modo di trovare alcuna parvenza di casa propria, ecco perché a tutti i miei amici russi piaceva passare il tempo da me.

Volevo davvero vivere il più possibile la vita russa ma ci sono stati momenti in cui ho capito di essere ancora un estraneo. Con Irina e Nastja ho avuto un ottimo rapporto, ho insegnato loro l’inglese ma mi hanno sempre trattato come un turista in visita che ha mostrato interesse antropologico per la loro casa. Naturalmente gli appartamenti condivisi erano interessanti in gran parte perché rappresentavano l’era sovietica, da cui nel 1995 ho trovato solo frammenti e, dato che ero molto interessato alla storia sovietica, per me era il posto perfetto.

Poi ho vissuto in altre kommunalki. In un appartamento viveva con me un nonno diffidente che all’inizio mi ignorava e due o tre giorni dopo il mio arrivo è entrato nella mia stanza senza dire una parola, ha messo un piatto di biscotti sul tavolo e se ne è andato. Poi una volta ho provato a parlargli ma mi ha fatto capire che non ne aveva voglia, non ho mai capito se questo fosse dovuto al fatto che ero straniero.

Di certo l’appartamento di Irina, Nastja e Boris è stato speciale per me, l’ho percepito come una casa, perché c’erano sempre persone, c’era sempre comunicazione e mi è mancato molto quando sono tornato negli Stati Uniti. Mi sembrava che, anche se forzati, i legami tra le persone nelle kommunalki fossero più forti, comunicavano più tra di loro che in America, dove ognuno è solo. Così, ogni volta che sono tornato, ho cercato di sistemarmi in un appartamento condiviso, anche se probabilmente ho fortemente romanticizzato questo stile di vita.»

Appartamento condiviso. Fotografia di Vladimir Lagranž. 1992
Anna Blandy, Regno Unito
1990

«Sono arrivata in Russia quando avevo diciannove anni, era il 1990. Studiavo russo a Oxford e sono venuta a Mosca per praticarlo.

Avevo un fidanzato russo, Sergej, e ad un certo punto abbiamo trovato una stanza in un appartamento condiviso in una vecchia casa nel Vicolo del Campanile, abbiamo cercato a lungo un posto in cui vivere e questa era l’opzione più conveniente.

Era un grande trilocale: in uno vivevamo noi, in un altro una vecchia signora, e il terzo era chiuso a chiave. La vecchia era molto malata e andava sempre in giro per l’appartamento in una sorta di camicia da notte. Pare che non sia mai uscita dall’appartamento, aveva un odore molto pesante, penso che non fosse più in grado di lavarsi da sola.

Una volta alla settimana, un ragazzo di qualche associazione di supporto sociale veniva da lei e le portava delle provviste, ma quando nei negozi c’erano problemi con il cibo, spesso veniva a mani vuote solo per dire che non aveva niente. Quindi, di tanto in tanto, le davamo da mangiare noi, le abbiamo dato alcuni prodotti importati dagli aiuti umanitari. Naturalmente con la metà di essi non sapeva cosa farci. Una volta sono entrata in cucina e l’ho trovata a cucinare in una casseruola i fiocchi di mais, a quanto pare pensava che fossero una specie di kaša.

Rispetto a lei, eravamo molto ricchi, potevamo permetterci i prodotti importati nei negozi occidentali che allora erano appena comparsi. Oltre a studiare, lavoravo come interprete per la rivista “Novoe Vremja” e mi pagavano con rubli e cibo. Questa differenza di tenore delle persone che vivevano nelle stesse condizioni di vita, è stata per me sorprendente ma per gli appartamenti delle kommunalki, a quanto ho capito, era abbastanza tipico.

La vecchia era molto tranquilla, viveva da sola e quasi non la notavamo. Non credo si sia mai resa conto che ero straniera, ma proprio sopra di noi viveva la nostra padrona di casa e lei interferiva con la nostra vita in ogni modo possibile. Mi seguiva fissa tutto il tempo, sono sicura che ascoltasse le mie conversazioni telefoniche con gli Stati Uniti, anche se non avevano niente di speciale.

Telefono in una kommunalka. Fotografia di Vladimir Lagranž. 1989

Inoltre, ogni mese voleva aumentare l’affitto. Quando ci siamo rifiutati di pagare, ha iniziato a minacciare di denunciarmi: vivevo in quell’appartamento illegalmente, avrei dovuto vivere in un dormitorio. Per me l’aumento dell’affitto non era così critico, soprattutto perché in casi estremi avrei potuto ricevere sterline da Londra, ma per Sergej, che non aveva un aiuto simile, era sempre più difficile pagare la sua parte dell’affitto, quindi per principio ho litigato con la nostra padrona di casa.

Non posso dire che il nostro appartamento fosse terribile, in ogni caso era meglio delle stanze del dormitorio. L’unico problema erano i ratti che sentivamo correre dentro le pareti, negli angoli delle stanze sul pavimento c’erano delle piccole griglie di metallo, probabilmente per lavare il pavimento e in inverno i ratti si riunivano vicino a queste griglie e cercavano di entrare nella stanza.

Anche l’appartamento adiacente era condiviso, ma lì, a differenza del nostro, si beveva e si imprecava molto. Una volta, durante una lite dovuta all’alcol, qualcuno è stato ucciso, è arrivata la polizia ed è stato tutto molto strano. Quando l’ho raccontato ad un mio amico russo, l’unica cosa che l’ha sorpreso è il fatto che fosse arrivata la polizia, allora nessun servizio funzionava davvero.

Sono stata in molte altre kommunalki. Se allora le persone avevano paura a camminare per la città, nelle kommunalki era tutto molto tranquillo perché lì c’erano sempre persone.

Uno dei miei amici, Andrjuša, viveva in un grande appartamento condiviso vicino a via Prečistenka e aveva sempre ospiti. Mi sembra che tutti gli stranieri che in quel momento vivevano a Mosca, in un modo o nell’altro si siano incrociati lì. Andrjuša era molto amico dei musicisti, in particolare di Boris Grebenščikov, nel suo appartamento c’erano sempre musica e rumore.

Nonostante il fatto che la cucina in quell’appartamento fosse molto piccola, lì tutti gli ospiti si affollavano e bevevano. Nello stesso appartamento viveva una famiglia di tranquilli lavoratori sovietici che, nel bel mezzo del nostro divertimento, sono venuti in cucina e hanno cercato di preparare la cena. Dev’essere stato un inferno per loro ma eravamo giovani e allora non ci preoccupavamo molto. Poi, quando Andrjuša è diventato ricco, ha comprato l’intero appartamento e ha comprato a questa famiglia un appartamento privato da qualche parte in periferia in cambio della loro stanza.

Per me le kommunalki non sono state uno shock, sapevo dove stavo andando e non mi aspettavo condizioni molto confortevoli. Allora, anche negli appartamenti personali, le persone in Russia vivevano in condizioni molto peggiori che in Occidente. Il nostro appartamento mi sembrava incantevole, quei vecchi pavimenti in parquet, griglie di metallo, il vecchio bagno, il grande lavandino in cucina. Per un occidentale il suo fascino consisteva proprio in questo e poi, dopo aver comprato una casa in Italia, ho cercato di arredarla in uno stile simile.»

Il nostro cortile. Fotografia di Vladimir Lagranž. 1987
Giuseppina Larocca, Italia
2009 – 2012

«Durante il dottorato sono venuta a San Pietroburgo diverse volte per lavorare negli archivi e tutte le volte vivevo in un appartamento condiviso, era il 2009-2012. A volte stavo lì per un paio di settimane, a volte per diversi mesi. Mi sono ritrovata in questo appartamento per caso su consiglio di una conoscente. Era molto vicino alla Casa di Puškin, in cui andavo a studiare, e mi è stato estremamente comodo.

Tecnicamente non poteva essere definito un vero appartamento condiviso, in epoca sovietica là c’era davvero una kommunalka, e quando sono arrivata io, una famiglia aveva già affittato l’intero appartamento, ma per me è stata la prima esperienza di vita in Russia con dei vicini. Mi hanno affittato una delle stanze e, a parte loro ed io, non c’era nessun’altro. Solo una volta hanno affittato un’altra stanza a un uomo di Sahalin, nessuno conosceva il suo nome, tutti lo chiamavano Sahalin.

La famiglia era composta dalla madre e tre figli, due figli maschi e una figlia minore. La nostra vita era un po’ come la mia idea di vita in un appartamento condiviso. Non abbiamo avuto alcun conflitto né la sensazione che qualcuno disturbasse gli altri di continuo. Avevamo un ottimo rapporto: parlavamo, andavamo ai concerti insieme, passeggiavamo. Erano stati in Italia e ne abbiamo parlato molto, mi hanno anche mostrato le foto. Spesso preparavo la pizza, una volta l’ho cucinata per il compleanno della padrona di casa e lei ha persino registrato un video dell’intero procedimento in modo da non dimenticare la ricetta.

La cosa più insolita per me era che non avevano regole e orari. In Italia si pranza e si cena ad una determinata ora, loro si sedevano a tavola quando volevano mangiare. Quando volevano fare una festa, la organizzavano senza chiedermelo. I primi giorni sono stati difficili perché non capivo com’era organizzata la nostra vita, ma poi mi sono abituata.

Sì, voglio dire, le condizioni non erano molto confortevoli. Non dovevo fare i lavori domestici, ma cercavo comunque di pulire e lavare i piatti. A volte lavavo le stoviglie anche per loro, spesso lasciavano piatti sporchi, specialmente dopo aver ricevuto i loro numerosi ospiti. Raramente pulivano lo spazio comune e il bagno era piuttosto sporco.

Vivevamo molto apertamente e liberamente, forse troppo apertamente, per esempio, chiudevano a chiave la porta principale solo per la notte. Potevo fare quello che volevo e invitare chiunque ma allo stesso tempo non avevo molto spazio personale, non avevo le chiavi della mia stanza e madre e figlia potevano entrare nella mia camera senza bussare, i figli invece bussavano sempre. A volte i bambini prendevano senza chiedere le mie cose o il cibo che compravo e poi dicevano: “Oh, a proposito, abbiamo preso il tuo formaggio”. Ma la madre non l’ha mai fatto e in questi casi rimproverava severamente i bambini. È chiaro che non lo facessero di proposito, per loro era semplicemente naturale.

Forse questo può essere spiegato dal fatto che avevano una famiglia numerosa e io sono stata percepita come parte di essa. Una volta sono rimasta a dormire da un’amica e non li ho avvisati, mi hanno chiamata preoccupati per la mia assenza e mi hanno chiesto di avvertirli la volta successiva. Nonostante tutti questi piccoli difetti, questa atmosfera familiare era molto confortevole e perciò ero felice di tornarci ogni volta.

In famiglia avevano davvero una relazione insolita, forse troppo liberale per me. I figli generalmente trattavano la madre come un’amica, raramente la ascoltavano. Una volta, mentre festeggiavano la Pasqua, abbiamo parlato di fede. La madre era molto credente e i figli no, e mi ha sorpreso che le parlassero bruscamente senza alcun rispetto per le sue convinzioni: “Dio non esiste e basta, la Pasqua non ha alcun senso”. Sì, anch’io non sono credente, ma ho trovato strano questo rapporto familiare.»

Fonte Arzamas.academy – di Elizaveta Surganova, traduzione di Giada Sanseverino

Giada Sanseverino

Nata a Milano nel 1994. La mia passione per questo paese così affascinante e sconfinato nasce durante gli studi universitari alla facoltà di Lingue e Letterature Straniere e si intensifica grazie a diversi periodi di studio e volontariato in Russia ed Estonia. Traduco per passione, adoro mangiare i bliny, amo il freddo estremo e i lunghi viaggi in treno.