Recensione de “Il signore di San Francisco”, di Ivan Bunin

Recensione de "Il signore di San Francisco", di Ivan Bunin

Sull’Atlantide viaggia, verso il Vecchio Continente, l’alta società americana. Nelle viscere del piroscafo, sotto i tacchi danzanti dei signori, sgobbano i macchinisti. Un mare impetuoso guida il signore di San Francisco al suo destino.

Recensione a cura di Chiara Cardelli

Protagonista del racconto è un ricco capitalista americano che sente la necessità, ormai cinquantottenne, di godersi la vita dopo anni di “duro lavoro”. Decide quindi di fare un viaggio di due anni nel Vecchio Mondo, assieme a moglie e figlia “solo e soltanto per diletto”. Viaggiare per l’Europa e l’Oriente va molto di moda tra i membri della classe abbiente e lui certo non può essere da meno. Volutamente, non conosciamo il nome del signore di San Francisco in quanto l’autore lo sceglie come rappresentante della classe sociale cui appartiene. La famiglia si imbarca sul piroscafo Atlantide in autunno, arriva a Gibilterra in novembre e, da lì, si dirige verso l’Italia.

A ben vedere, Bunin non descrive il viaggio in sé, anzi si concentra sulla descrizione della tipica giornata dei ricchi e benestanti passeggeri dell’Atlantide, dei loro comportamenti, delle loro abitudini, ed esalta lo splendore dell’imbarcazione: la giornata comincia la mattina presto con un caffè, dopo il quale gli ospiti si adagiano su vasche da bagno in marmo, fanno ginnastica e, dopo essersi ricomposti, si dedicano alla prima colazione.

Passeggiano poi per i ponti del piroscafo, dove sorseggiano brodo caldo e leggono il giornale fino all’ora del pranzo, terminato il quale si stendono sulle chaises-longues all’aperto, a contemplare il cielo o a sonnecchiare. Alle quattro il riposo è intervallato dall’arrivo di tè e biscotti. Alle sette gli squilli di tromba annunciano il coronamento della loro esistenza: il cambio d’abito in vista della cena.

Quest’atmosfera tranquilla e serena dell’interno della nave si contrappone al mondo esterno: un “deserto d’acqua grigio-verde che s’agitava pesante nella nebbia”, “l’oceano faceva paura”, “la sirena ululava”, “le nere montagne d’acqua”, “i marinai di vedetta bubbolavano dal freddo”. La nave appare, quindi, come una bolla sicura che protegge chi vi è all’interno; i suoi passeggeri, noncuranti di quello che succede o che può succedere fuori, vivono sicuri nel loro lusso, certi che la realtà non li possa toccare, quasi come non vi appartenessero. Traspare subito l’opinione che Bunin ha di questi personaggi, che in qualche modo vuole punire… E vedremo presto come.

Onde
Ivan Ajvazovskij, "Onda", 1889

In contrapposizione alla rilassatezza e al lusso dei passeggeri, alla natura arrabbiata e violenta del mare e del cielo, troviamo gli uomini che popolano il fondo della nave, quello sotto il livello dell’acqua: sudati, sporchi, seminudi, stanchi, lavorano vicino al carbone e alle caldaie arroventate.

Tutte queste descrizioni fanno pensare alla nave come fosse l’inferno: anziché dividerlo in cerchi e gironi alla maniera dantesca, Bunin pone sullo stesso livello i dannati-passeggeri: troviamo infatti golosi, avidi, lussuriosi, superbi, e non si salvano neanche i camerieri, adulatori e ipocriti. Il ventre della nave “somigliava alle viscere tetre e torride dell’inferno, al suo nono e ultimo cerchio”. La nave e i dannati-passeggeri sono in balia del vento, del freddo, del mare in burrasca che mai li lascia in pace. Si noti che ogni volta che i protagonisti viaggiano per nave, il tempo, il mare, la natura in genere, non sono mai sereni, calmi.

L’Atlantide approda nel porto di Napoli. Il signore di San Francisco e famiglia si dirigono in albergo. Anche qui viene scandita la loro routine quotidiana: colazione presto, giro in macchina, visita a chiese e musei, pranzo, merenda, cena. Lo sfarzo dell’albergo e dei suoi ospiti contrasta di nuovo con la semplicità e la povertà della città e dei suoi abitanti: “la città pareva più sporca e angusta che mai”, “orrende le scarpe dei signori che spazzavano i binari dei tram”, “mostruosamente corte di gambe le donne che scalpicciavano nel fango”, “umidità e lezzo di pesce marcio che salivano dal mare schiumante”.

I mezzi lessicali di Bunin rendono lo stato d’animo del signore di San Francisco che, in visita a Napoli, appare sprezzante e disinteressato: “corridoi stretti, umidi e affollati”, “musei di un nitore funereo, perfettamente, gradevolmente ma noiosamente illuminati”, “chiese fredde e odorose in cui trovare sempre le medesime cose”.

Certa di trovare un ambiente migliore, la famiglia parte per Capri. Il viaggio è di nuovo burrascoso: l’imbarcazione dondola tanto, non stando mai ferma, provocando malessere e nausea nei passeggeri. Sull’isola, la famiglia soggiorna in un albergo il cui proprietario è stato sognato, tale e quale, dal signore di San Francisco la notte prima dell’incontro. La scena lo mette in agitazione ma preferisce liquidare le sue preoccupazioni scherzandoci su.

Prima di cena, il maître annuncia lo spettacolo di tarantella dei famosi Carmen e Giuseppe. L’uomo, accertatosi che i due ballerini non fossero coniugi, ha già in mente di voler conquistare la donna, figurandosela in tutto il suo splendore. Per questo scopo, oltre che per ribadire la propria ricchezza e importanza, si agghinda di tutto punto per la cena (preparazione della quale Bunin offre una descrizione molto accurata).

Finitosi di preparare, il signore di San Francisco decide di attendere moglie e figlia nella sala di lettura dell’albergo, occupata in quel momento solo da un ospite tedesco. Mentre scorre velocemente i titoli degli articoli di giornale, al protagonista manca improvvisamente l’aria, tenta di respirare spalancando la bocca, rovescia gli occhi, si contorce nella lotta contro la morte. Tutti accorrono in suo soccorso, si intuisce la gravità della situazione, nonostante il proprietario dell’albergo cerchi di sminuirla. È inutile. Il signore di San Francisco è morto.

L’importanza che aveva in vita viene ironicamente meno al momento della morte: si decide infatti di portarlo nella stanza più piccola, più brutta e umida dell’albergo, situata nel seminterrato. Bunin ribadisce la frivolezza della classe abbiente che resta impassibile anche di fronte alla morte: “di lì a un quarto d’ora in albergo tutto era tornato come prima […] non c’è nulla che stupisce gli uomini più della morte, nulla in cui essi si ostinino tanto a non credere”.

 

Il signore di San Francisco
Il signore di San Francisco e altri racconti, traduzione di Claudia Zonghetti. Adelphi, 2020

Bunin ritrae il protagonista negli ultimi attimi di vita in tutto il suo orrore: si contorce, cerca aria, scalpita, giace in una branda di ferro sotto una luce fioca, gorgoglia, rantola. Non c’è più quella posatezza che lo distingueva da vivo. Una volta morto, viene trattato come un peso di cui sbarazzarsi: il maître e le cameriere lo beffeggiano, viene posto in una bara fatta di casse contenenti in precedenza bottiglie, viene portato via dall’albergo su un biroccio il cui vetturino, ubriaco e con le scarpe logore, pensa solo a prender soldi alla famiglia del morto per il servizio offerto. Per tutte queste persone, che fino ad allora lo avevano servito e riverito, adesso egli non è più una fonte di guadagno e viene trattato come un nessuno.

Sull’isola la vita riprende tranquilla, come se nulla fosse accaduto. La salma del defunto sta tornando a casa su quello stesso piroscafo che lo aveva condotto mesi prima nel Vecchio Mondo. Questa volta, il signore di San Francisco è però calato nella stiva, non insieme agli altri passeggeri che, incuranti della presenza di un morto, danzano e sfoggiano il loro lusso. Anche questo viaggio è accompagnato da una bufera.

Sul ponte più alto della nave si erge la figura del comandante “il suo corpulento nocchiero” che ci appare, per riagganciarci al tema infernale, come Caronte, traghettatore di anime che guida l’imbarcazione tra “ululati grevi e le grida furiose della sirena soffocata dalla tormenta” mentre la nave “cercava di avere la meglio faticosamente sulle tenebre”.

Il viaggio proposto da Bunin è, a ben vedere, non solo quello turistico intrapreso dal signore di San Francisco in Europa, ma anche un viaggio verso la fine, verso il declino di un ceto sociale, di un’epoca. Il protagonista è il suo rappresentante; egli non solo muore, ma muore dimenticato. La nave su cui viaggiano i passeggeri, anch’essi appartenenti al ceto abbiente e quindi all’epoca, continua la sua rotta, attraverso mari in burrasca e cieli tempestosi, come fosse un organismo vivente che si muove autonomamente verso uno scopo. La nave è il destino che inevitabilmente conduce i passeggeri verso la fine.

E l’amore? Leggendo il racconto l’amore sembra non sfiorare i passeggeri dell’Atlantide. Le varie coppie presenti a bordo si sono unite per motivi economici, per celebrità, per dinastia, non sembrano essere composte da innamorati. La stessa figlia del protagonista si è invaghita di un principe, ma non spinta dall’amore, bensì da motivi più pratici, considerando anche che non l’uomo in questione non è più nel fiore degli anni. Lo stesso signore di San Francisco va a caccia di donne, alla ricerca di un amore carnale, di passioni momentanee e fugaci.

A bordo sembra esserci una sola coppia di felici innamorati, che suscita curiosità e invidia tra i passeggeri. Ma il disincanto non tarda ad arrivare: scopriamo infatti che i due sono stati assunti dalla compagnia per recitare la “commedia amorosa” sul piroscafo.

Secondo Serge Kryzytski, nel racconto gli elementi sociali passano in secondo piano: «quello che conta è il comportamento degli uomini e la loro falsità, il che sollecitò molti critici a stabilire un parallelo tra il racconto di Bunin e La morte di Ivan Il’ič di Tolstoj, […] soprattutto nella seconda parte dove si mostra l’atteggiamento dei vivi nei confronti del morto. […] Non si deve dimenticare che Ivan Il’ič muore dopo una lunga e tormentosa agonia, mentre il “signore” muore improvvisamente. Tolstoj analizza scrupolosamente i pensieri di Ivan Il’ič morente, mentre Bunin si chiede: Che cosa sentiva, che cosa pensava il signore di San Francisco in quella sera fatidica?”» (trad. it. Olga Strada).

Il racconto è considerato un capolavoro, sia per lo stile, sia perché presagisce il declino della civiltà di cui i passeggeri sono rappresentanti. Il senso di crollo che si percepisce avvicina il racconto al decadentismo, ricordandoci Il piacere di Gabriele D’Annunzio o La morte a Venezia di Thomas Mann. Proprio il titolo del racconto di Mann sembra ispirare il titolo originario del racconto buniniano, che era appunto La morte a Capri. Ma per l’evidente vicinanza tra i due titoli Bunin preferì infine cambiarlo in Il signore di San Francisco.

Ivan Bunin
Lo scrittore Ivan Alekseevič Bunin (1901)