15 artisti russi usciti di senno

Tutti conoscono le sofferenze psichiche di Van Gogh o Camille Claudel, ma quali furono gli artisti russi che riportarono la stessa triste diagnosi? No, non parliamo di Kandinskij o Filonov, con la loro pittura ipnotica, ma di pittori le cui tele erano talvolta perfettamente realistiche. Studiamoli insieme a Sof’ja Bagdasarova.

 

Michail Tichonovič Tichonov (1789-1862)

Servo del principe Golicyn, riuscì a studiare all’Accademia d’Arte grazie alle sue capacità. Dopo aver ottenuto la libertà, nel 1817 prese parte alla spedizione intorno al mondo di Vasilij Golovnin sulla corvetta “Kamčatka”, durante la quale ritrasse le popolazioni aleute, alaskane e kamčadale.

Il pittore cominciò a dare segni di squilibrio quando la spedizione era giunta all’altezza delle Filippine: “iniziò a farsi meditabondo”, poi diventò ipocondriaco e, infine, completamente pazzo. Nel 1818 Tichonov si ripresentò in patria e rimase fino al 1822 in una clinica psichiatrica cittadina (dove, tra l’altro, una vedova riuscì quasi a ingannarlo con un matrimonio di convenienza). Per i quarant’anni successivi percepì una pensione d’invalidità, mentre di lui si prendeva cura la famiglia di un suo amico, anch’egli pittore; Tichonov non tornò mai in sé. Formalmente morì di paralisi1, a più di ottant’anni.

Michail Tarasovič Markov (1799-1835)

Questo ormai dimenticato pittore accademico fu finanziato, nel 1826, per recarsi in Italia con il fratello minore Aleksej – anche lui artista. I fratelli vissero a Roma per alcuni anni, fino a quando il trentenne Michail non si ammalò gravemente, passando probabilmente quattro anni in una clinica psichiatrica. Aleksej si prese cura di Michail e con la sua borsa di studio riuscì a portare il fratello in giro per l’Europa. Purtroppo, dopo tre anni dall’insorgenza dei sintomi, il pittore morì. Dopo l’evento, il fratello minore tornò in Russia, dove proseguì un’eccellente carriera; in particolare, affrescò la cattedrale di Sant’Isacco e quella del Cristo Salvatore.

Jakov Maksimovič Andreevič (1801-1840)

Andreevič, nobile del distretto di Poltava appassionato d’arte, fece parte della Società degli Slavi Uniti2 e fu in seguito uno dei più attivi decabristi. Al tempo dell’insurrezione del 1825, servì presso l’arsenale di Kiev. Venne arrestato nel gennaio dell’anno successivo e, durante l’inchiesta, emerse che aveva promosso il regicidio e sollevato le unità militari alla rivolta. Andreevič fu giudicato uno dei congiurati più pericolosi e fu condannato a venti anni di lavori forzati. Il brillante luogotenente fu spedito in Siberia dove, con il tempo, perse il senno. Dopo tredici anni di esilio morì nell’ospedale locale – apparentemente di scorbuto. Del suo lavoro si è conservato estremamente poco.

Aleksandr Andreevič Ivanov (1806-1858)

Il futuro autore de L’apparizione del Messia al popolo arrivò in Italia da giovane ventiquattrenne che aveva appena vinto una borsa di studio. In quelle regioni calde rimase per quasi tutta la sua vita, resistendo tenacemente agli ordini di tornare in patria. Per più di venti anni dipinse pervicacemente il suo grande quadro, incupendosi sempre più e ritirandosi dalla vita pubblica.

Tra i membri della diaspora russa3 circolavano voci sull’insanità mentale del pittore. Gogol’ scriveva: “Ad alcuni piacque proclamarlo pazzo e diffusero talmente questa voce, che sembrava volessero sentirla nelle loro stesse orecchie ad ogni pie’ sospinto”. Gli amici dell’artista lo difendevano, affermando che fossero tutte calunnie.

Ad esempio, il conte Fëdor Tolstoj comunicò nel suo rapporto che il pittore Lev Kil’, a seguito dell’arrivo dell’imperatore in Italia, “ha messo in atto tutti gli intrighi, affinché il sovrano non entri nei laboratori dei nostri artisti; in particolare egli non sopporta Ivanov, che fa passare per un pazzo mistico, e l’ha già spifferato alle orecchie di Orlov, Adlerberg e del nostro inviato, con il quale maligna ovunque e su tutti quanti”.

Tuttavia, questi pettegolezzi sembrano trovare fondamento proprio nel comportamento di Ivanov. Aleksandr Turgenev descrisse una scena alquanto deprimente quando, insieme a Vasilij Botkin, invitò a pranzo il pittore:

“«Nossignore, nossignore», ripeteva facendosi via via più pallido e confuso, «Non vengo. Lì mi avvelenano.» […] Il viso di Ivanov assunse una strana espressione, i suoi occhi vagavano… Scambiai un’occhiata con Boktin; fummo presi involontariamente da una sensazione di orrore. […] «Voi non conoscete ancora gli Italiani; sono persone terribili, sissignore, e per queste cose sanno il fatto loro. Lo prendono da una tasca del frac e in questa maniera ne buttano dentro un pizzico… e nessuno se ne accorge! Mi avvelenano dappertutto, dovunque vada»”.

Ivanov soffriva chiaramente di manie di persecuzione. La biografa del pittore, Anna Comakion, scrive che la sua sospettosità crebbe gradualmente e in misura allarmante: temendo l’avvelenamento, Ivanov evitava di mangiare non solo nei ristoranti, ma anche a casa dei suoi conoscenti. Si cucinava i pasti da solo, andava a prendere l’acqua alla fontana e, talvolta, si cibava solo di pane e uova. I frequenti dolori di stomaco dei quali soffriva, la cui causa gli era sconosciuta, lo convinsero che qualcuno riuscisse a iniettargli periodicamente del veleno.

Aleksej Vasilievič Tyranov (1808-1859)

Un tempo pittore di icone, fu scelto da Venecianov per insegnare realismo pittorico e, successivamente, entrò a far parte dell’Accademia d’Arte e fu insignito della medaglia d’oro. Tornò in patria dal viaggio in Italia nel 1843, sull’orlo di un esaurimento nervoso, a causa – dicono – dell’amore non ricambiato per una modella italiana. L’anno seguente fu ricoverato nell’ospedale psichiatrico di Pietroburgo, dove riuscirono a riportarlo in buono stato. Passò qualche anno a casa sua, a Bežeck, per poi tornare nuovamente a lavorare a Pietroburgo. Morì di tubercolosi all’età di cinquantun’anni.

Pimen Nikitič Orlov (1812-1865)

Gli amanti dell’arte russa del XIX secolo ricordano Pimen Orlov come ritrattista dotato, che dipingeva alla maniera di Brjullov. Terminò con successo l’Accademia d’Arte e vinse una borsa di studio per il viaggio in Italia, dove si rifugiò nel 1841. Gli venne ripetutamente ordinato di rientrare in patria, ma Orlov si trovava bene a Roma. Nel 1862 il cinquantenne Orlov, a quel tempo professore accademico di ritrattistica, soffrì di alcune crisi nervose. La missione russa lo arrangiò in un ospedale per malati di mente a Roma. Morirà, in questa stessa città, tre anni dopo.

Grigorij Vasilevič Soroka (1823-1864)

L’artista, servo della gleba, si rivelò uno degli studenti più talentuosi della scuola privata di Venecianov. Differentemente dalla sorte toccata a molti altri allievi della scuola di Venecianov, il padrone di Soroka si rifiutò sempre di concedergli la libertà, costringendolo a lavorare come giardiniere e cercando di ostacolarlo il più possibile. Nel 1861, infine, il pittore ottenne la libertà4 grazie ad Alessandro il Liberatore, e con lui tutto il Paese.

Da liberto, Soroka difese la sua comunità, raccogliendo le denunce contro il barìn5. Durante uno di questi conflitti, l’artista quarantunenne venne convocato dal governo del volost’ 6, che lo condannò a tre giorni di arresto per “crudeltà e calunnie”. A causa della sua malattia, però, fu rilasciato; la sera, tornato al suo capanno, Soroka si impiccò. Nel rapporto scrissero che la morte era da attribuire “all’ubriachezza smodata, alla tristezza ad essa correlata e alla follia conseguente alla sua nuova situazione di uomo libero”.

Aleksej Filippovič Černyšëv (1824-1863)

A 29 anni, il giovane Černyšëv – cresciuto nelle fila dei Soldatskie deti7 – ottenne la Grande medaglia d’oro dell’Accademia imperiale dei pittori e vinse una borsa di studio per l’Italia. Qui si presentarono i primi sintomi della sua malattia, definita nel XIX secolo come “rammollimento del cervello”. La sofferenza nervosa era accompagnata da problemi agli occhi, peggioramento della vista, reumatismi e – chiaramente – depressione.

Černyšëv tentò di curarsi in Austria, Francia e Svizzera, ma le sue condizioni non fecero che peggiorare. Dopo sette anni dalla partenza tornò in Russia: tanto era il suo successo, infatti, che fu nominato comunque accademico. Purtroppo il suo degrado non si arrestò e, alla fine, venne ricoverato presso l’istituto per malati mentali di Stein, dove morì tre anni dopo essere tornato in patria, a trentanove anni.

Pavel Andreevič Fedotov (1815-1852)

Quando l’autore de “Il fidanzamento del maggiore” e di altre famosissime tele raggiunse i trentacinque anni, la sua condizione mentale iniziò a deteriorarsi rapidamente. Se precedentemente era solito dipingere scene satiriche, da questo momento in poi i suoi lavori diventarono deprimenti, colmi del sentimento dell’inutilità della vita. La povertà e il duro lavoro in condizioni di luce scarsa danneggiarono la sua vista e lo costrinsero a soventi emicranie.

Nella primavera del 1852 iniziarono i veri e propri disturbi psichici. Un contemporaneo scriveva: “Ha ordinato una bara per sé e prende le misure sdraiandocisi dentro”. Inoltre, Fedotov aveva immaginato un matrimonio per il quale iniziò a sperperare denaro, mentre faceva visita a varie famiglie di sua conoscenza per cercare moglie.

Ben presto, l’Accademia venne informata dalla polizia che era stato fermato “presso un presidio un matto che dichiara di essere il pittore Fedotov”. Fu internato nella clinica del professore di psichiatria viennese Leidesdorf, dove il trattamento standard per scoraggiarlo dal battere la testa contro il muro consisteva in cinque persone che lo frustavano per acquietarlo. Fedotov cominciò ad avere allucinazioni e deliri e le sue condizioni peggiorarono.

Il paziente fu trasferito all’ospedale della “Gioia di tutti gli afflitti”8, sulla strada per Peterhof. Un suo amico scrisse che lì “[Fedotov] urla e si dimena in preda alla rabbia, la sua mente vaga per le sfere celesti, insieme ai pianeti, si trova in una situazione disperata”. Il pittore morì quello stesso anno, di pleurite. Lo psichiatra contemporaneo Aleksandr Šuvalov suppone che il pittore soffrisse di schizofrenia con sindrome di delirio acuto e catatonia oniroide.

Michail Aleksandrovič Vrubel’ (1856-1910)

I primi sintomi della malattia comparvero in Vrubel’ a quarantadue anni. Il pittore divenne progressivamente più irritabile, violento e prolisso. Nel 1902 la famiglia riuscì a persuaderlo a farsi vedere dallo psichiatra Vladimir Bechterev, il quale espresse una diagnosi di “paralisi progressiva e incurabile, dovuta a infezione sifilitica”, che allora veniva curata con mezzi abbastanza severi – in particolare, con il mercurio. Poco tempo dopo Vrubel’ fu ricoverato con sintomi di disturbi psichici acuti. Passò gli ultimi otto anni della sua vita in clinica, con saltuari intervalli di libertà; due anni prima di morire, perse del tutto la vista. Morì a cinquantaquattro anni, a seguito di un’infreddatura.

Anna Semenovna Golubkina (1864-1927)

Ai tempi degli studi a Parigi, la più famosa scultrice dell’Impero russo cercò di togliersi la vita due volte a causa di un amore infelice. Rientrò in patria in uno stato di profonda depressione e finì immediatamente nella clinica psichiatrica del professor Korsakov. Golubkina riuscì a tornare in sé, ma nel corso della sua vita si ripresentarono più episodi di inspiegabile melanconia. Durante la rivoluzione del 1905, si gettò su un cavallo cosacco, tentando di contenere la folla; fu condannata come rivoluzionaria, ma in seguito rilasciata poiché malata di mente.

Nel 1907 Golubkina fu dichiarata colpevole di aver diffuso letteratura rivoluzionaria, con una sentenza che le imponeva un anno di prigione; tuttavia, fu nuovamente rilasciata a causa delle sue condizioni psichiche. Nel 1915, un pesante episodio depressivo la costrinse ancora una volta in clinica e, per alcuni anni, non riuscì a produrre alcunché a causa della sua difficile situazione. Anna Golubkina aveva sessantatré anni al momento della sua morte.

Ivan Grigor’evič Mjasoedov (1881-1953)

Figlio del famoso ambulante9 Grigorij Mjasoedov, divenne anche lui un pittore. Al tempo della guerra civile, combatté con i Bianchi e in seguito fuggì a Berlino. Qui, Mjasoedov impiegò le sue doti artistiche per sopravvivere, diventando un falsario di banconote – dollari e sterline –, attività che aveva imparato già ai tempi dell’Armata dei Volontari. Nel 1923 fu arrestato e condannato a scontare una pena detentiva di tre anni e di nuovo, nel 1933, a un anno di prigione per contraffazione di banconote.

Nel 1938 lo troviamo al palazzo del principe Lichtenstein, dove Mjasoedov diventò pittore di corte, dipingendo ritratti del principe e della sua famiglia; nel frattempo. eseguiva anche schizzi per i francobolli postali. Durante il periodo a corte, visse e lavorò con un falso passaporto ceco, a nome di Evgenij Zotov; alla fine, comunque, la verità verrà a galla, comportandogli non pochi problemi. Sua moglie, una ballerina e circense italiana sposata nel 1912, restò con lui per tutti questi anni, aiutandolo a superare ogni difficoltà, nonché nell’attività falsaria.

Mjasoedov ritrasse Mussolini durante un soggiorno a Bruxelles e in tempo di guerra fu legato persino all’ambiente nazista, facendo parte dei vlasovcy10 (ai Tedeschi interessava soprattutto la sua capacità di contraffazione delle valute alleate).

L’Unione Sovietica ordinò al principe Lichtenstein di consegnare i collaborazionisti, ma questi rifiutò. Nel 1953, dietro suggerimento dell’ex-comandante dell’Esercito Nazional Popolare Russo Boris Smyslovskij, Mjasoedov e la moglie decisero di trasferirsi in Argentina, dove il pittore settantunenne morirà tre mesi più tardi per un cancro al fegato. L’artista soffriva di una grave forma di depressione, particolarmente evidente dai quadri del suo periodo tardo, pieni di pessimismo e disillusione, come ad esempio quelli del ciclo degli “incubi storici”.

Sergej Ivanovič Kalmykov (1891-1967)

Allievo di Dobužinskij e di Petrov-Vodkin che, secondo la leggenda, lo raffigurò ne “Il bagno del cavallo rosso” −, dopo la rivoluzione, Kalmykov visse a Orenburg e nel 1935 si rifugiò ad Alma-Ata [oggi Almaty, n.d.t.]. Qui lavorò come scenografo teatrale e si guadagnò presto la nomea di “matto del paese”, a causa del suo aspetto e dei suoi comportamenti. Portava pantaloni variopinti, una redingote gialla (Benvenuti, futuristi!) e una blusa a cui teneva legate alcune lattine. Nel 1962, Kalmykov ottenne una piccola pensione e ben presto finì in miseria; era denutrito e cinque anni dopo sarebbe morto in un ospedale psichiatrico, a settantacinque anni, per una polmonite correlata alla distrofia.

Aleksandr Pavlovič Lobanov (1924-2003)

Il XX secolo non fu il tempo dei pittori usciti di testa, bensì di quelli che divennero pittori essendo già matti. L’interesse crescente per il primitivismo, “l’arte degli outsider” (art-brut) assicurò loro grande popolarità. Uno di questi fu Lobanov. A sette anni soffrì di meningite e da allora rimase sordomuto. A ventitré anni venne rinchiuso, per la prima volta, in un ospedale psichiatrico; sei anni dopo entrò nell’ospedale “Afonino”, dove rimarrà per il resto della sua vita. Fu proprio all’“Afonino” che Lobanov iniziò a disegnare, grazie alla direzione dello psichiatra Vladimir Gavrilov, sostenitore dell’arteterapia. Negli anni Novanta le sue opere naïf, eseguite con penne a sfera, vennero esposte e Lobanov conobbe grande fama.

Vladimir Igorevič Jakovlev (1934-1998)

Jakovlev, uno dei più memorabili rappresentanti dell’anticonformismo sovietico, a sedici anni rischiò di perdere la vista e da quel momento sviluppò una forma di schizofrenia. Durante la sua giovinezza era seguito da uno psichiatra e, di tanto in tanto, passava dei periodi in clinica. Malgrado avesse salvato la vista, il piegamento della cornea gli faceva vedere il mondo a modo suo: un mondo dai contorni primitivi e dai colori sgargianti. Nel 1992, a quasi sessant’anni, un’operazione eseguita presso l’Istituto di microchirurgia oculare gli restituì parzialmente la vista – fatto che, curiosamente, non influì sul suo stile. Le sue opere rimasero riconoscibili, anche se più elaborate. Per molti anni non uscì dalla clinica neuropsichiatrica dove, infine, morirà sei anni dopo l’operazione.

 

Fonte: Kul’tura.Rf – Traduzione di Giulia Cori


1 Probabilmente una formula usata nell’Ottocento, all’epoca in cui alcune patologie moderne erano ancora sconosciute.

2 Società segreta fondata nel 1823 dai fratelli Borisov, il cui fine ultimo era quello di creare una federazione democratica di tutte le popolazioni slave.

3 Così si definisce la comunità di russi e di russofoni che vive fuori dalla Russia.

4 Nel 1861 viene abolita la servitù della gleba in Russia.

5 Proprietario terriero.

6 Suddivisione amministrativa territoriale.

7 Sorta di reggimento giovanile in cui venivano reclutati i figli della servitù della gleba, che crescevano educati negli ambienti militari.

8 Nome di una Madonna russa

9 I cosiddetti ambulanti (peredvižniki) furono una corrente artistica russa della seconda metà del XIX secolo, contraddistinta dal realismo e dal rifiuto dei dettami accademici

10 Dal nome del generale Andrej Andreevič Vlasov. Così erano chiamati i componenti della Russkaja Osvoboditel’naja Armija (Esercito russo di liberazione), collaborazionisti della Germania nazista contro l’Unione Sovietica. 

Giulia Cori

Nella mia migliore tradizione, ci è voluta una laurea in letteratura inglese per farmi apprezzare quella russa. Considero la letteratura russa e il suo modo di vedere il mondo semplicemente incantevoli.