Recensione di “Inseparabili”, di Anatolij Pristavkin

Recensione di "Inseparabili", di Anatolij Pristavkin

Pristavkin parte dall’esperienza autobiografica per ricostruire la tragedia della guerra attraverso gli occhi dei suoi due piccoli protagonisti. La storia di Kol’ka e Saška Kuz’min è complicata ma d’altronde, cosa non lo era in Unione Sovietica? 

Recensione a cura di Olga Maerna

Di difficili storie personali vissute durante i settant’anni di Unione Sovietica ne sono già state raccontate tante, eppure c’è ancora così tanto da riscoprire e narrare. Interi gruppi di persone vengono spesso esclusi dalle narrazioni di massa, e le loro storie – che pure meriterebbero attenzione – faticano a venire a galla. Seguire tutti i fili che si sono intrecciati in decenni così complessi è però difficile, anche se ci si concentra solamente sugli anni drammatici della Grande Guerra Patriottica (la Seconda guerra mondiale).

Inseparabili
Inseparabili. Due gemelli nel Caucaso, traduzione di Patrizia Deotto. Guerini e Associati, 2018

Inseparabili. Due gemelli nel Caucaso di Anatolij Pristavkin è in questo senso un testo prezioso, che permette di far luce su vicende spesso trascurate, inserendosi nella grande tradizione letteraria russa.

Pubblicato in Italia da Guerini e Associati con la traduzione di Patrizia Deotto, il romanzo autobiografico evoca quanto accaduto in anni fondamentali per la storia personale l’autore. La vicenda ha inizio nel 1944 in un orfanotrofio di Mosca e segue la storia di due gemelli – Kol’ka e Saška Kuz’min – dal momento in cui, come molti altri orfani come loro, vengono portati nel Caucaso perché possano servire lavorando in un kolchoz.

Lo stesso Pristavkin, nato a Mosca nel 1931, trascorse gli anni della Guerra tra un orfanotrofio della capitale e poi una fabbrica di conserve nel Caucaso. Il romanzo narra allora le vicende dell’autore, che si trovò in prima persona ad assistere agli orrori del conflitto, della fame e delle deportazioni con occhi da ragazzino. Pubblicato per la prima volta in URSS nel 1987, in piena perestrojka, il romanzo fece guadagnare a Pristavkin il Premio Statale dell’URSS e venne poi tradotto in trenta lingue.

Il titolo originale – Nočevala tučka zolotaja (“Una nuvoletta dorata dormiva”) – è un omaggio a Lermontov e alla poesia Utes (Scoglio, 1841), che viene evocata più volte lungo le pagine e che in alcuni momenti culminanti ben descrive quanto vissuto dai protagonisti.

Il romanzo rappresenta quindi una preziosa testimonianza sulla vita dei besprizornye: le migliaia, se non milioni, di bambini rimasti orfani in seguito alle guerre e alle carestie, che vagavano per tutta l’URSS in condizioni di estrema povertà e spesso di criminalità. Lo stesso Pristavkin perse i genitori a dieci anni e fu uno dei tanti besprizornye per cui il governo dovette cercare una soluzione negli anni della Guerra, così come per i ragazzini dell’orfanotrofio di Mosca da cui si apre il suo romanzo – Kol’ka e Saška.

PRSITAVKIN
Anatolij Pristavkin

Nel romanzo sono due le voci che si alternano: un narratore esterno, che racconta le vicende dei due gemelli dal loro punto di vista, e la voce di Pristavkin ormai adulto, che talvolta interviene per inserire ricordi personali inerenti a quanto viene raccontato. Le due voci si distinguono per un tono radicalmente differente – per cui occorre anche rendere merito alla traduttrice, che ha saputo trasmettere in italiano le sfumature del testo originale russo.

Se nei ricordi narrati in prima persona da Pristavkin la tragicità degli eventi è chiara ed esplicita, veicolata senza filtri dall’uomo adulto che ripensa al proprio passato, quando il punto di vista adottato è quello dei ragazzini Kol’ka e Saška la sofferenza emerge implicitamente dai fatti raccontati, ma sempre con uno sguardo infantile e talvolta addirittura giocoso. In questo contrasto emerge in modo ancora più dirompente la tragicità della storia dei due gemelli, abituati alla sofferenza fin da piccoli ma che arrivano solo con il tempo a comprendere davvero l’orrore che stanno vivendo.

I besprizornye non sono, però, l’unico gruppo di persone spesso trascurato e su cui Pristavkin concentra la propria attenzione. Il romanzo porta agli occhi del lettore anche le vicende delle popolazioni del Caucaso (i ceceni, in modo particolare) che, attaccati e deportati dal governo sovietico, finirono per ribellarsi agli “invasori russi” in modo anche estremamente violento. I conflitti tra le forze del governo centrale di Mosca e la popolazione locale della Cecenia non si esaurirono con la fine della guerra e il crollo dell’URSS ma si sono trascinati, come tristemente noto, anche in anni molto recenti.

Gianluca Pardelli
Mordovia

Due fotografie della Cecenia di oggi (© Gianluca Pardelli, Soviet Tours)

Il romanzo di Pristavkin permette allora di aggiungere un tassello a questa complessa vicenda di colonizzazione e resistenza, e lo fa attraverso gli occhi di un ragazzino russo e di uno ceceno, a cui la violenza perpetrata dai rispettivi gruppi di adulti appare ancora più insensata.

Inseparabili offre poi uno spaccato della vita in Unione Sovietica anche grazie ai numerosi realia presenti nel testo. Parole che indicano oggetti o concetti tipici della cultura russa o sovietica (trudarmeec, vol’njaški, samogon, tjubetejka, papacha, le stesse parole besprizornye o kolchoz) che sono state lasciate nella loro forma originale, senza resa o traduzione. I lettori meno abituati al lessico russo-sovietico non devono però preoccuparsi: la presenza di un glossario alla fine del volume e di numerose note a piè di pagina rende la lettura fluida e previene qualsiasi intoppo nella comprensione del testo.

Il romanzo di Pristavkin è stato portato in Italia da Guerini e Associati come primo volume della collana Narrare le Memoria, il cui obiettivo è raccontare “le storie dimenticate dell’Europa dell’Est” e recuperare il patrimonio di vicende personali rimaste inedite o pubblicate con ampie manipolazioni da parte della censura ufficiale.

Una memoria che l’autore testimonia anche nell’impostazione stessa del romanzo: i continui rimandi ad altri scrittori russi inseriscono Pristavkin e la sua opera nell’alveo della grande tradizione letteraria russa, attivando un dialogo intertestuale continuo con altri testi. Anche questo è, dopotutto, un importante processo di memoria: non una ripetizione formale di elementi passati, ma lo sforzo continuo di recuperarli, farli propri e renderli significativi per il presente.

 

Eravamo abituati al treno, al vapore e alla strada: erano il nostro elemento. Ci sentivamo abbastanza al sicuro nelle stazioni, nei mercati, tra i trafficoni, tra gli sfollati, sui treni e sulle banchine rumorose. Tutta la Russia era in movimento, tutta la Russia andava da qualche parte e noi eravamo in quella corrente, noi eravamo i suoi figli, carne della sua carne.

Olga Maerna

Il fatto che mi sia stato messo un nome slavo senza che nessuno nella mia famiglia lo fosse è stato probabilmente un segno del destino. Mi sono laureata in Lingue e Letterature Straniere studiando tra Milano e Mosca. Ora sogno di riabbracciare presto una betulla siberiana e di aprire un giorno una mia casa editrice. Nel frattempo, recensisco libri e traduco.