Intervista a Guido Carpi

Il professor Giudo Carpi, ordinario di letteratura russa all’Orientale di Napoli, è una delle voci più importanti nel panorama italiano per quanto riguarda la Russia. Il suo ultimo libro, “Lenin. La formazione di un rivoluzionario” è il primo volume di una interessante biografia della vita del leader bolscevico, un racconto intrapreso con le sapienti armi della narrazione che il professore conosce molto bene.

Professor Carpi, al termine della lettura del primo volume di “Lenin”, rimane impressa nella mia memoria la dedica che fa all’inizio, “ai militanti che ci sono e a quelli che verranno”, e ancora prima all’Ex OPG “Je so Pazzo” di Napoli, realtà che chi è del territorio conosce molto bene. Chi sono questi militanti? C’è qualcosa che hanno in comune con il Lenin degli inizi?

L’incontro coi militanti dell’Ex OPG è stato molto importante per me. Io vengo da una storia un po’ diversa: quella, diciamo, della militanza partitica “classica”, anche se da tempo non faccio più politica attiva. Non ho mai visto un punto di riferimento nei centri sociali della mia zona, la Toscana. Ma Napoli è un universo a sé, è una città con aspetti di una certa durezza e classismo, che forse proprio per questo sa crearsi i propri anticorpi: militanti dotati di una grande determinazione e di una capacità di penetrare nei conflitti sociali più aspri e più reconditi. Quando li conobbi mi colpì subito la grande inventiva nell’organizzare le lotte, unita a uno spirito irriverente e giocoso, molto “napoletano”: ecco, forse è questa versatilità organizzativa, questa curiosità a 360° a ricordarmi un po’ i giovani rivoluzionari della Pietroburgo degli anni 1890… Grazie ai militanti dell’Ex OPG, poi, ho conosciuto anche i giovani compagni del Catai di Padova, dove sono andato a fare alcune iniziative.

Pensa che il comunismo abbia perso la sua componente “letteraria” troppo presto? Che si sia popolarizzato a tal punto da allontanarsi dalla sua fonte ideologica e filosofica finendo, in una società come la nostra contemporanea, per essere percepito più come un fenomeno di costume nostalgico, cristallizzandosi in una fazione storica circoscritta? 

L’esperienza del movimento rivoluzionario russo mostra come non esista problema teorico che non si traduca immediatamente in lotta pratica, e viceversa: i due momenti raggiungono la propria sintesi nell’organizzazione, che deve rispondere al quadro generale da interpretare e su cui incidere. Lenin, che oggi viene spesso considerato un dogmatico, era sempre attento a misurare le proprie scelte partendo dal contesto: in lui c’era un nucleo analitico e metodologico molto ben definito, ma anche una grande capacità di adattamento tattico. Anche nei confronti dei suoi predecessori, i rivoluzionari populisti, Lenin sapeva coniugare le critiche più feroci su alcuni aspetti (ad esempio la pratica del terrorismo individuale, la scelta di puntare su una rivoluzione contadina) al recupero di altri, che finivano in buon ordine nella sua cassetta degli attrezzi. Noi dovremmo cercare di fare lo stesso nei confronti della ricca e diversificata tradizione socialista e comunista da cui veniamo, senza cristallizzazioni nostalgiche fini a se stesse, ma non è facile: la realtà in cui viviamo e agiamo è in continuo mutamento, ed è molto più complessa di quella (già tutt’altro che semplice) in cui operava Lenin.

Questo volume biografico segue la pubblicazione nel 2017 di “Russia 1917” uscito in occasione del centenario della Rivoluzione. È la riflessione storica che l’ha portata a scrivere su Lenin? C’è un legame tra queste due pubblicazioni?

Senza dubbio! Infatti il secondo volume della biografia si chiuderà con lo scoppio della rivoluzione del febbraio 1917: l’attività di Lenin dal febbraio all’ottobre è già tratteggiata a sufficienza nel libro sull’anno rivoluzionario. Non penso poi di scrivere un ulteriore volume sul Lenin post-rivoluzionario, ossia sullo statista sovietico: dal 1917 al 1924 la sua vita si fonde indissolubilmente con l’evoluzione dell’organismo politico a cui aveva dato vita, e in quanto tale è stata oggetto di studi approfonditi senza che mi ci metta anch’io…

 Nel volume si racconta molto bene (è stata la mia parte preferita) di come il giornale “Iskra” riuscisse ad entrare in Russia. Questo racconto evidenzia una fortissima volontà da parte dei membri del partito in un periodo storico fatto di censura di comunicare un’idea. Oggi invece cosa si è disposti a fare per comunicare le proprie idee?

 Oggi le classi dominanti hanno tecniche molto più raffinate e subdole per mobilitare il consenso, anche da parte di chi avrebbe tutto l’interesse a ribellarsi: basta vedere come è stata appena gestita l’operazione d’immagine volta a legittimare un repentino cambio di esecutivo… E va detto che anche noi, che a vario titolo facciamo riferimento a una determinata tradizione politica, ce la mettiamo tutta per non farci prendere sul serio: a parte la frammentazione organizzativa che ci condanna all’irrilevanza, manca un tentativo di leggere i processi storici profondi (quello che Lenin ha tentato di offrire con Lo sviluppo del capitalismo in Russia, il Che fare? e tanti altri scritti). Il nostro è un perenne oscillare fra l’affermazione astratta di principi universali e la chiusura identitaria, con inquietanti derive “autarchiche”.

Lenin viene definito sin da subito come un “letterato”. È possibile essere letterati oggi nello stesso modo in cui lo era Lenin?

No, non credo che sia possibile. La società in cui viviamo oggi possiede tanti canali per elaborare analisi e stimolare dibattiti, anche in Russia, e la stessa mole di informazioni, la pluralità delle istanze (nonché le forme di manipolazione a cui alludevo prima) creano un “rumore di fondo” assordante: l’epoca del “letteraturocentrismo” e il mito dello scrittore come “coscienza della nazione” hanno avuto termine grosso modo nel periodo della Perestrojka di Gorbačev. La letteratura non è più la sfera dove si va plasmando la coscienza nazionale, ma è un monotono “ron ron” di premi letterari, di strenne e di presentazioni, con quelle belle collane color pastello a fare da oggetto di arredamento.

 

Nel corso della sua carriera e dei suoi studi non sarà questa certo la prima né l’ultima volta che si trova ad approfondire un personaggio come Lenin, in particolare dalla ricchissima bibliografia ci si rende conto che lo studio è stato davvero importante. Sente di aver “conosciuto” Lenin meglio rispetto a prima? Si è fatto un’idea nuova del leader bolscevico?

 Decisamente! Vorrei anche aggiungere che uno sfondo molto vivido sul quale collocare l’opera di Lenin è lo sviluppo del marxismo russo nelle sue varie diramazioni, dal menscevismo (a sua volta teoricamente assai composito) alle teorie di Aleksandr Bogdanov e a quelle di Lev Trotsky e di Nikolaj Bucharin. La stessa Rosa Luxemburg, grande dirigente del Partito social-democratico di Polonia e Lituania oltre che di quello tedesco, ha un piede “dentro” il dibattito fra marxisti russi.

Un altro aspetto che conoscevo poco era il già citato mondo della militanza “di base”: una falange di attivisti pronti a sacrificarsi e capace di farsi propagandisti, guerriglieri, addirittura faccendieri internazionali senza perdere mai il proprio spirito guascone. Senza di loro, Lenin si trasforma in un santino polveroso e isolato.

Il mondo accademico si è abituato a conoscerla soprattutto per i suoi volumi sulla letteratura russa, ma la letteratura e la storia sono intricate in modo indissolubile, come descriverebbe questo rapporto? 

Il faro della storia, illuminando la singola opera letteraria, corrente o personalità, le conferisce concretezza ben maggiore, definendo la dimensione della sua profondità, come anello dialettico fra diverse linee di evoluzione letteraria e fra queste e il mondo dei rapporti storici. È la storia che pone i problemi. Un processo storico scandito dai rapporti di proprietà e di produzione, che nel loro evolversi contraddittorio e spesso traumatico sono il terreno su cui si definiscono ideologia e cultura: queste ultime sono sempre il risultato di un filtraggio e di una rielaborazione sublimata di quei traumi e di quelle contraddizioni.

Faccio un esempio: nei primi anni Sessanta dell’Ottocento, Dostoevskij credeva fermamente che la liberazione dei servi della gleba avrebbe portato a un rinnovamento generale, democratico, della società russa. Fu il fallimento di quella prospettiva, una profonda delusione, a portare lo scrittore ad abbracciare un’antropologia religiosa secondo cui l’uomo è destinato a soccombere alle forze disgregatrici se non interviene un potere “sovrastorico” a tirarlo fuori dai guai: di qui i suoi capolavori della maturità, dagli Appunti dal sottosuolo ai Karamazov…

Nel 2017 è divenuto professore ordinario all’Orientale di Napoli, inserendosi nella comunità della cattedra di russo che è molto attiva. Cosa ci racconta sull’Orientale e sul modo di approcciarsi alla cultura russa?

L’Orientale è un’Università molto diversa dall’Ateneo pisano, dove ho insegnato per 16 anni. A Pisa, le lingue straniere erano inserite in un contesto di Dipartimenti più “forti” e più ricchi come Ingegneria, Medicina, Legge, Economia… L’Orientale è invece concentrata proprio su quel settore, con continue possibilità d’interazione molto interessanti fra culture diverse.

Le dimensioni più ridotte favoriscono anche una maggior facilità nell’interfacciarsi con chi ha responsabilità direttive. Ho inoltre notato una grande determinazione negli studenti napoletani e campani, che in media devono confrontarsi con difficoltà logistiche maggiori rispetto ad altre zone, e spesso hanno una percezione molto forte del valore che lo studio (lo studio vero, non il “pezzo di carta”) può avere nella realizzazione personale.

Nel 2017 io finii all’Orientale quasi un po’ per caso: l’incontro coi nuovi colleghi fu una bella sorpresa da entrambe le parti, e per me la scoperta ha riguardato in generale la città di Napoli, che in precedenza conoscevo solo da turista. Credo comunque che cambiare Ateneo ogni tanto sia utile, anche se mantengo rapporti di grande affetto coi miei ex colleghi e studenti pisani (alcuni dei quali sono oggi a loro volta divenuti colleghi).

Questo glielo devo proprio chiedere e spero in una risposta positiva: ha mai pensato di scrivere narrativa?

Sì, ho scritto un romanzo breve anni fa, ambientato nella Russia rivoluzionaria: le avventure di una spietata agente segreta (detta “Murka”) e dei suoi scalcinati compagni, il tutto narrato in una lingua che forse ricorda un po’ quella di Carlo Emilio Gadda. Ma gli editori a cui l’ho saltuariamente fatto leggere lo hanno sempre trovato, diciamo, un po’ hard…

Intervista a cura di Simona Carosella per Russia in Translation