La penisola di Crimea

Il Territorio del Litorale[1] ha la sua Crimea. Quello che un tempo era un paese fiorente, oggi è un paese di morti. Ma forse non del tutto.

 

In Crimea non c’è nessuno. Questo secondo l’informazione ufficiale. Hanno cacciato da qui le ultime persone (non “gentili”, ma comuni) circa dieci anni fa; la maggior parte delle case è distrutta, la regione è lasciata in stato di abbandono. Questa non è la trama di un romanzo di fantascienza, ma questo è ciò che è avvenuto. La nazione una volta all’anno festeggia l’annessione della penisola di Crimea, ma in pochi si ricordano della Crimea del Territorio del Litorale. Questo paese è nostro da molto tempo, e da molto tempo è considerato un paese di morti. A dire la verità alcuni crimeani non concordano con questa versione e hanno un buon motivo per non lasciare la propria piccola patria. Un vecchio capitano, un sommozzatore e tuttofare, una bella ragazza e mamma di tre figli… Come vivevano prima e come vivono ora nella sorda provincia affacciata sul mare del Giappone – secondo il reportage di “Novaja”.

 

Latitudine della Crimea, longitudine della Kolyma.

La “nostra Crimea” dell’Estremo Oriente è situata sulla costa del mare del Giappone. Più precisamente, sulla costa della baia di Abrek e del golfo di Strelok. Venne fondata nel 1907. Secondo il censimento del 1915 qui vivevano 148 persone, delle quali 67 russi. Nel 1957 nel paese c’era il quartier generale della base della marina militare di Strelok con torpedinieri, navi della difesa antisommergibile, artiglieria, segnalatori, una sezione del dipartimento chimico ecc. Qui risiedevano gli ufficiali della marina e le loro famiglie, idrografi, equipaggi delle navi ausiliarie: negli anni migliori si raggiunse una popolazione di circa 500 unità. Ora su entrambi i lati della penisola di Crimea ci sono 2 basi militari, ma solo una è di fatto funzionante.

Foto di Valerija Fedorenko, di “Novaja”.

Negli anni 1980-1994 questo paese si chiamava Škotovo-19. La distanza dal centro distrettuale della Škotovo principale è di circa 50 km. Dello ZATO[2] di Fokino (ex-ZATO dell’Oceano Pacifico, chiamata Tichas dai locali, ma in quegli anni chiamata Škotovo-17) facevano parte anche Domašlino (Škotovo-18), Crimea (Škotovo-19, base di torpedinieri e fregate missilistiche), Rudnevo (Škotovo-20), Askol’d (Škotovo-21), Dunaj (Škotovo-22, nella baia di Chažma si trova il cantiere navale nr 30), Razbojnik (Škotovo-23), Temp (Škotovo-24), Južnorečensk (Škotovo-25), Putjatin (Škotovo-26), Abrek (Škotovo-27), Pavlovsk (Škotovo-28). Si riteneva che l’assegnazione di nomi numerati conferisse segretezza ai vari insediamenti, tuttavia, a dire la verità, ogni bambino conosceva a menadito tutte le località.

Ora la ZATO di Fokino si può trovare solo con il navigatore. Per raggiungere questo punto svoltiamo a destra e ci muoviamo per 6 km in direzione del paese di Dunaj. In generale qui metà della regione ha nomi che “rievocano posti lontani”: Tavričanka, Poltavka, Černigovka, Kievka, Čuguevka, Horol’. E, appunto, Crimea… Il paese si trova a 42 gradi 58 minuti di latitudine Nord, mentre la penisola è 3 gradi più a Nord, 45°24′. Non a caso c’è un detto famoso nel Territorio del Litorale: latitudine della Crimea, longitudine della Kolyma.

…Da Dunaj a Fokino prima si percorreva un’altra strada, un po’ più su. Nel 1986 ne hanno costruita una nuova, vicino al fiume. Noi stiamo appunto percorrendo questa.

 

“A proposito, 5 anni fa asfaltarono la strada sterrata “Fokino-Dunaj”, primo dell’arrivo di Šojgu[3] (a Dunaj si trova un arsenale, il ministro andò anche là), furono spesi per questa 30 milioni e la strada è durata persino per un paio d’anni”.

Ora gli automobilisti vanno con le “giapponesi”, i militari viaggiano sui camion “KamAz[4]” e i passeggeri degli autobus sono sballottati dalle buche.

Ovviamente non vi è alcuna segnaletica che indichi che siamo in Crimea. Sembra in effetti che non esista alcuna Crimea, le ultime 26 persone sono state cacciate nel 2010. Gli edifici, in cui non abita nessuno, sono quasi completamente distrutti. Al loro interno, pietre: pavimenti sfondati, soffitti pericolanti. Libri marci, mobili danneggiati, tendaggi strappati appesi a finestre sfondate…

 

“…davano da mangiare il grano saraceno ai maialini…”.

 

“Viviamo normalmente, come tutti”. Così dice Il’ja Semënyčev, nativo della Crimea, accogliendomi con un velo di diffidenza. Non lo si può biasimare: l’ultima volta che erano arrivati gli ennesimi blogger gli rubarono il suo cane Yorshire Terrier.

“Qui, in un modo o nell’altro, tutti avevano a che fare con il Dipartimento della Difesa”, spiega il crimeano. “Anche i miei genitori lavoravano per la marina: mia mamma era cuoca, mio papà era ufficiale di rotta. E io…”.

Il’ja Semënyčev nel cortile di casa sua. Foto di Valerija Fedorenko / “Novaja”.

Il’ja stesso non è un militare, ma ha lavorato anche in unità militari. Si è fatto trasferte in lungo e in largo, se ne è andato per mari, ha lavorato come cuoco sulla nave e marinaio di prima classe, è stato un sommozzatore professionista ed è stato anche un saldatore. Con questi lavori si poteva lavorare un paio di mesi e riposarsi per una buona metà dell’anno.

Semënyčev nacque nel paese di Crimea nel 1972. In onore del prozio di Il’ja, timoniere della corvetta “Vitjaz’” sottotenente P.A. Košelev, venne dato il nome a un promontorio dell’isola Russkij[5]. I suoi antenati – racconta –fondarono anche il villaggio di Arzamazovka nell’Ol’ginskij rajon (ora è rimasto solo il fiume con questo nome). Per questo motivo si sente a pieno titolo padrone del posto.

L’acqua proviene o da un torrente (col quale si arriva al traballante ponte di Crimea) o da un pozzo da 200 litri situato su un’idrovora mezza distrutta. Dietro al locale delle caldaie c’è una tubatura dell’acqua che collega il lago artificiale Majchinskij con Dunaj. La luce, invece, proviene da un’unità militare: si può mettere un generatore o costruire un mulino a vento. In alcune città, in inverno, la gente si fa 300 m con i secchi, mentre qui è tutto a portata di mano. Semënyčev è soddisfatto.

Quando si trasferì qui, il cortile era un totale caos. Ora tutto è decoroso: davanti a casa ci sono attrezzi, vecchie motociclette, barche, nel fienile galline ben nutrite, sul davanzale un gatto mezzo selvatico e fiori, mentre in casa se ne sta la moglie occupata nelle faccende domestiche. In generale, lei lavora nell’ospedale di Nahodkinskij (non ci sono posti liberi nelle vicinanze), ma oggi ha il giorno di riposo.

Il’ja e la moglie vivono in una palazzina di 3 piani al numero 15 di Crimea (prima su entrambi i lati della strada c’erano case). Di fatto ora sono proprietari di una casa letteralmente dismessa molto tempo fa. “Questo alloggio” lui dice “non è che sia una vera e propria casa, sembra in realtà più una dača. Prima al secondo piano di questa casa viveva la famiglia dei Konoplëvye, composta da madre e figlia. Circa 2 anni fa hanno seppellito l’ottantacinquenne Valentina Iosifovna, mentre Galja se ne è andata dal figlio.

Ci sono anche alcuni vicini che vengono qui a trascorrere l’estate. Anche la loro nonna è vissuta qui per tutta la sua vita. In ogni caso la maggior parte delle persone, ancora prima del disfacimento dell’Unione Sovietica, si spostò al villaggio di Tihookeanskij, (ora chiamato ZATO Fokino). Quindi si spinse verso la “civiltà”, le gastronomie, il teatro. Anche se del resto a Škotovo-19 c’erano la posta, un club con proiezioni cinematografiche, un negozio che era ottimo per quei tempi sovietici (abbigliamento un po’ più carino, cibo un po’ più buono). Nessuno faceva la fame e nessuno era in miseria. Quando sotto la cortina dell’URSS veniva distribuito il pane razionato con le tessere, in questi posti davano da mangiare il grano saraceno ai maialini. In una parola, provviste militari”.

 

Musica vietata

“Sotto gli zar qui vivevano ancor più persone che sotto l’URSS. Gli anziani raccontavano che c’erano persino degli edifici storici. Il “cigno bianco”, il “cigno nero”, ancora prima della rivoluzione. C’era una chiesa. Sono rimaste solo parti delle fondamenta. Fucilarono il povero sacerdote, ma, a quanto dice la leggenda, fece in tempo a sotterrare il crocifisso. Qui ci sono edifici dell’unità militare costruiti nel 1929! In quegli stessi anni in cui nel centro della Russia i Soviet dominavano in lungo e in largo, in Estremo Oriente le cose andavano meglio. E come hanno rovinato tutto? Nello stesso modo in cui hanno rovinato la Russia, hanno rovinato anche la Crimea… E anche ora continuano a distruggere, non lo vedete?” sospira Il’ja. “In teoria qui c’era un centro. Vicino al mare viveva un generale, ma non ricordo come si chiamasse. È stato lui che ha costruito tutto qui (con tutta probabilità, il contro-ammiraglio Vasilij Mihajlovič Lozovskij, primo tiratore comandante della base marina militare – V.F.). Ce lo raccontarono già le nostre nonne. Qui c’erano l’asfalto… e una scuola: qui ci venivano a studiare anche bambini dell’isola di Putjatin, ci venivano in barca; sull’isola c’erano le elementari, mentre qui le scuole medie.

 

Anche il piccolo edificio in mattoni della scuola a due piani è mezzo distrutto, anche se le scale si sono conservate nella loro interezza. Su una delle porte, una serratura cinese. Qui già da molto tempo non vi è nulla da rubare, ma è evidente che le persone, lasciando il paese, speravano di tornarvi. Sullo stucco ci sono delle scritte, soprattutto della serie “Kisa e Osja sono stati qua”. E all’entrata, sulla parete con i mattoni sgretolati una frase di gran effetto: “la Crimea è nostra”.

Dal secondo piano della sua palazzina a tre piani Il’ja Semënyčev osserva con grande curiosità come io tenti a fatica di uscire dalla scuola per raggiungere il sentiero. Là ha la sua sala da fumo. La consorte gli vieta di fumare in casa. “Tu non andare là, c’è molto fango, rischi di bagnarti i piedi” lui mi consiglia, sorridendo. Ma è troppo tardi. Pare che l’unico modo per destreggiarsi in questo posto abbandonato sia affondare fino alle ginocchia nella neve mezza disciolta e afferrare le sterpaglie. Questa è la primavera in Crimea…

“Era una buona scuola?”, chiedo io.

“Come erano le scuole c’erano sotto l’URSS? Ora non ce ne sono più così e non ce ne saranno più. Hanno distrutto tutto.

“I ragazzini di Crimea si divertivano in modo selvaggio nella loro infanzia”. Il’ja mi mostra le sue mani piene di bruciature. “Non era necessario cercare le munizioni. Si trovavano lungo la strada”.

Aveva raccolto, smontato e rimosso il tritolo, poi era andato a pescare.

“si occupavano anche di radiotecnica. Erano ragazzini molto avanti! In questo REP (parte delle contromisure elettroniche) ogni tanto registravano musica vietata nell’URSS. Ascoltavano … il rock grazie all’aiuto di strumentazione militare.

“E ascoltavano gli AC/DC?”

“Ma certo” mi ha risposto il mio interlocutore, non senza una punta di orgoglio.

“E i Beatles”?

“Sia i Beatles che i Pink Floyd. Tutto quello che era vietato. Già a quel tempo qualcuno faceva business: vendeva le registrazioni. Noi invece ascoltavamo musica per noi stessi. Almeno noi avevamo questa musica. Anche laggiù, dietro le ultime case, c’era un’unità militare. C’era una pista da ballo, nel campo da calcio. Sono passati già talmente tanti anni che è cresciuta ora una foresta”.

A Putin Il’ja chiederebbe una sola cosa: stanziare dei fondi e nominare una persona per ricostruire il paese. Anche se non crede nei miracoli.

 

Il capitano di Crimea dell’Estremo Oriente

 

In una casa privata all’indirizzo Crimea, 11 ci accoglie un nonno che indossa un berretto con la scritta “Capitan”. Lui è anche nella realtà il capitano Viktor Kornilov. Ha finito il “Bursa”, scuola della marina di Vladivostok. Ancora adesso parla con affetto dell’insegnante di idrografia e di astronomia Anna Ščetinina[6]: è famosa per essere stata, a livello mondiale, la prima donna-capitano di lungo corso.


Viktor Kornilov. Foto: Valeria Fedorenko. / “Novaja”.

Kornilov ha lavorato per 6 anni nell’idrografia, per 17 anni nel “Unione dei Pescatori” di Habarovsk: pescava nei mari di Ohotsk e Bering. Giunse a Crimea nel 1972. Ha lavorato per 6 anni in una grande nave idrografica costruita in cantieri navali polacchi nel 1959. Non appena inizia a raccontare si perde nella storia di territori militari di un tempo. Il crollo iniziò negli anni ’90, e la cosa non sorprende. Hanno iniziato a smontare le navi, a ridurre i pezzi di ricambio, il personale se ne è andato. La famiglia Kornilov, quando cacciarono tutti, non volle andarsene e fece un buon affare acquistando all’asta una casa in pietra. Fino al 2009 c’era persino il riscaldamento centralizzato, mentre ora hanno tolto gli allacciamenti ai termosifoni. A proposito, il bagno non è all’esterno, come usa in campagna, ma si trova all’interno.

Sulla parte posteriore della sua casa è scolpito, in grande, il numero 1957. L’anno di costruzione. Le palazzine da 8 appartamenti di 2 o 3 piani sono comparse successivamente, negli anni ’60.

Viktor Egorovič mi fa sedere a tavola in una stanzetta sommersa di libri, illuminata da una luce fioca. Da una fotografia sullo scaffale mi guarda un bell’uomo in uniforme da capitano: circa 40 anni fa il mio interlocutore, di ragazze, ne aveva a bizzeffe. In gioventù assomigliava all’artista Leonid Bykov[7], cosa di cui va molto orgoglioso.

Kornilov da giovane. Foto: Valeria Fedorenko. / “Novaja”.

…Dalla finestra si vedono sua moglie che traffica e Marsik, il suo grande cane bianco che corre, mentre in televisione trasmettono un ennesimo programma idiota. Ma Viktor Egorovič si sente chiaramente parte di un qualcosa di ben più grande, un piccolo ingranaggio dell’orologio della storia russa. E in moltissimi giornali, soprattutto, evidenzia articoli che parlano di cose grandi. Ad esempio, parlando dell’attore Vasilij Lanovoj[8], col quale una volta bevve all’interno di una cabina di un transatlantico sul quale Kornilov lavorava non so se come secondo o terzo assistente del capitano.

 

Il nonnetto tira fuori la raccolta di saggi “Il Golfo di Pietro il Grande” del dottore delle Scienze, geografo ed etnografo Pëtr Brovko. La bacia, come se fosse la Bibbia, e la apre subito sulla pagina giusta. Legge citando ridotte, baie della zona, l’isola Putjatin… Mi fa cenno di guardare una vecchia mappa sovietica di Vladivostok e dei suoi dintorni e mi mostra tutti questi posti, nominando con affetto ogni baia e ogni insediamento. “E questa è Crimea. Eccola qui tutta”.

 

“Ecco, ho costruito una piccola nave, la “Mercurio””. Kornilov solleva leggermente un vecchio giornale e la pellicola: sulla mensola più in alto si scopre un brigantino ligneo della lunghezza di circa 30 cm, copia del veliero realizzato a Sebastopoli nel 1820 che aveva sconfitto, nella guerra turco-russa, 2 navi da guerra nemiche. Accanto c’è invece una nave anonima, non finita.

“C’è un bel po’ di polvere, questa estate bisogna metterla a posto. Porto fuori tutto…” promette il marinaio. Nel tempo libero legge il giornale, guarda la televisione, fa i cruciverba, per distrarsi dal trambusto di tutti i giorni. Ce n’è abbastanza a cui pensare: ha fatto un buco negli stivali e non c’è un posto dove comprarli, il garage si è congelato, l’autobus non passa. 

Viktor Kornilov non è abituato a parlare di quello che prova per la lontana e grande Crimea: per lui è molto più importante la storia del nostro paese del Territorio del Litorale.

 

Una finestrella si illumina nell’oscurità…

Il capitano Kornilov mi mostra ponderosi elenchi (da cui si evince a quali navi consegnasse il pesce, quante tonnellate, in quanti porti fosse andato) e delle fotografie. Ecco una che ritrae lui come secondo assistente sulla nave “Aleksandr Možajskij” nella città di Nahodka, ex-transatlantico belga “Patria”. Ecco il battello “Unione Sovietica”, ex-“Hansa”, i nostri lo presero ai tedeschi. Ecco la foto in cui si vede la cattura di uno squalo. Ecco una vecchia Toyota ritorta, con la quale era stato coinvolto in un incidente; eccolo in un’altra foto con la nipotina sul ghiaccio, a bordo di un iceboat: il mare è solo cinque minuti a piedi. Ecco la foto del figlio, è morto. Ecco la figlia maggiore, Tanečka, ora lavora a Bol’shoj Kamen’ nella fabbrica “Zvezda” dove riparano sottomarini nucleari. Ecco la figlia più piccola: Viktor Egorovič ne ha fatto un disegno. Ed ecco che appare Sveta, abita nella sua stessa palazzina, nell’appartamento adiacente.

Svetlana. Foto: Valeria Fedorenko. / “Novaja”.

Ragazza biondo platino, di circa 30 anni, a giudicare dall’aspetto: ha labbra rosse; indossa una pelliccia bianca e guida un Lancer di serie 666. È Svetlana, crimeana, una di quelle donne che superano la tempesta e che hanno il coraggio di entrare in una casa che va a fuoco. Lei ha un negozio di tatuaggi a Fokino, un marito turco, una casa in Tailandia; gestisce concorsi di bellezza, realizza dei videoclip, film (gira film dell’orrore) ed è mamma di 3 bambini (i 2 ragazzi giocano con «l’arricciacapelli», mentre la figlia ci aiuta a farci le foto). E in generale va tutto bene. Se ne sarebbe potuta andare via da qui almeno cento volte, se avesse voluto. Ma al cuor non si comanda: “mi raccomando, scrivi la cosa più importante: in Crimea va tutto bene!”.

 

Una volta Svetlana Kornilova si candidò persino a governatore del Territorio del Litorale (in occasione delle elezioni di Oleg Kožemjako nel 2018). Ovviamente non si mise a raccogliere firme, ma almeno si divertì e si fece un po’ di pubbliche relazioni. Non so come sarebbe stata come governatore, ma a giudicare dal modo con cui gestisce la casa e il lavoro, le si sarebbe potuto tranquillamente affidare la ricostruzione della Crimea.

“Sono nata veramente in questa casa nel 1983, viviamo qui da sempre. All’inizio c’era una atmosfera allegra, vivevano qui molte persone. Poi hanno assegnato a tutti appartamenti, mentre noi abbiamo acquistato la nostra casa all’asta. Non ho fatto in tempo a vedere la scuola, visto che l’avevano chiusa prima. C’era un negozio e l’ufficio postale. Una donna chiese: datemi un negozio, me ne occuperò io. Invece no: hanno bombardato tutto e non glielo hanno assegnato” così racconta la padrona di casa. «E ora porto i bambini a scuola: passiamo tutta l’estate al mare. Fa caldo alla svelta. Viaggiamo molto, i miei figli non si annoiano affatto. Abbiamo anche una “palestra”, praticamente Schwarzenegger alla parete. Ecco qui il telescopio: non sai quante stelle si riescano a vedere. Amo la Crimea, non potrei mai vivere senza di lei. Torno a casa precipitandomi da ogni dove. Torni a casa dalla Tailandia, è là ci sono la calura e le palme. Mentre qui la bufera, neve fino alla cinta, e una finestrella che si illumina nell’oscurità. Questa è casa…”.

 

FONTE: Novayagazeta.ru, 14 marzo 2021, Valerija Fedorenko. Foto di Valerija Fedorenko /“Novaja”.

 

Traduzione a cura di Dario Pantaleoni: da bambino volgevo lo sguardo sempre verso Est; da adulto ho coltivato l’attrazione per questo punto cardinale abbracciando, grazie alle lingue russa e polacca, il fascino malinconico del mondo slavo. 

 

[1]Primorskij kraj. Suddivisione di secondo livello della Federazione Russa, appartenente al circondario federale dell’Estremo Oriente. N.d.T.

[2] ЗАТО (закрытое административно-территориальное образование). Abbreviazione che sta a indicare una città chiusa, ovvero località con particolari restrizioni di accesso per questioni di segretezza. N.d.T.

[3] Sergej Kužugetovič Šojgu, politico e generale russo di etnia tuvana. Dal 2021 è Ministro della Difesa della Federazione Russa.

[4] KamAz (Kamskij Avtomobil’nyj Zavod) è una casa produttrice di autocarri prima sovietica, ora russa.

[5] L’isola Russkij è un’isola russa che fa parte dell’arcipelago dell’imperatrice Eugenia ed è bagnata dal mar del Giappone.

[6] Si riferrisce a Ščetinina, Anna Ivanovna (1908-1999), prima donna al mondo ad essere stata capitano di lungo corso.

[7] Bykov, Leonid Fëdorovič (1928-1979): attore, regista e sceneggiatore sovietico.

[8] Lanovoj, Vasilij Semënovič (1934 -2021): attore prima sovietico, poi russo.

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