Recensione di “Compagno Kerenskij”, di Boris Kolonickij

Recensione di "Compagno Kerenskij", di Boris Kolonickij

Boris Kolonickij, storico e docente presso l’Università Europea di San Pietroburgo, analizza in questo volume la figura di Aleksandr Kerenskij e il complesso ruolo di vožd’ che il Primo Ministro del Governo Provvisorio del 1917 si trovò a ricoprire

Recensione a cura di Chiara Cardelli

 

Compagno Kerenskij è un libro di Boris Kolonickij, pubblicato nel 2017 in Russia e tradotto in italiano da Emanuela Guercetti per Viella Editore. Si presenta come un saggio di tematica storico-biografica, sebbene non corrisponda al 100% né a una vera e propria biografia, né a un vero e proprio saggio storico.

Dal punto di vista storico, il libro si concentra sull’anno 1917 con riferimenti, anche dettagliati, agli anni precedenti; ma l’autore non intende, come egli stesso scrive, riproporre l’ennesimo libro su quel periodo. La Storia non è infatti la protagonista della narrazione, sebbene faccia muovere i fili della vicenda trattata.

Dal punto di vista biografico, invece, Compagno Kerenskij non parla di Aleksandr Fëdorovič trattando la sua vita dalla nascita alla morte (Kolonickij precisa anche in questo caso che esistono numerose biografie sul personaggio, di cui possiamo leggere estratti nelle pagine del libro), piuttosto caratterizza quello che è lo sviluppo della figura del vožd’, a cui Kerenskij ha contribuito nel corso della sua ascesa politica fino al culmine, appunto, nell’estate 1917.

Il sostantivo russo vožd’ (вождь) deriva dal verbo vodit’ (водить), “guidare”, “condurre” e designa quindi colui che guida, conduce (тот, кто водит). Nel corso della storia russa si sono contraddistinte diverse tipologie di vožd’. Inizialmente, il vožd’ era il capotribù e il capo del consiglio degli anziani. Il termine è andato poi a indicare il capo militare, che poteva essere eletto solo in caso di conflitto.

Ben presto la figura del vožd’ passa a contraddistinguere colui che detiene il potere. Ciò determina una sorta di “dualismo” dei voždi: da un lato il vožd’-autocrate, incarnato dallo zar’, con carattere ereditario; dall’altro, i vari capi militari (generali, comandanti in capo, ecc.). Dal 1917, come emerge dalle pagine del saggio di Kolonickij, questo “dualismo” va a unirsi in un’unica figura, andando nel contempo anche a rafforzarne il carattere politico e dando così vita a un vero e proprio culto del vožd’ del partito e dello Stato.

Compagno Kerenskij
Compagno Kerenskij, traduzione di Emanuela Guercetti. Viella, 2020

Aleksandr Fëdorovič nasce nel 1881 a Simbirsk (oggi Ul’janovsk), dove qualche anno prima era nato anche Vladimir Il’ič Lenin. Diventa presto un noto avvocato, sia per la tendenza a difendere gli “oppressi”, sia per le abilità oratorie, caratteristiche che poi lo porteranno a essere considerato il vožd’ russo. La professione di avvocato contribuisce alla sua ascesa politica soprattutto perché, in difesa dei più deboli, emerge la sua lotta disarmata contro il sistema spietato.

Il popolo associa questo operato alla difesa della rivoluzione, vedendo in Kerenskij l’eroe martire, il difensore della libertà, il difensore degli oppressi, il difensore della rivoluzione. Egli arriva così, nel 1912, alla Duma, la prima tappa della sua carriera politica. Sarà poi membro del Soviet di Pietrogrado per la sua vicinanza al popolo (esorta addirittura gli operai allo sciopero collettivo) e nel marzo 1917 entrerà a far parte del Governo Provvisorio, inizialmente come Ministro della Giustizia.

I deputati sconvolti camminavano su e giù per il Palazzo di Tauride. Il consiglio degli anziani si era riunito e non sapeva che iniziative prendere. Fu letto l’ordine di scioglimento. Decisero di non obbedire, ma non avevano il coraggio di autoproclamarsi subito governo. […] Kerenskij cominciò a pronunciare un discorso: «Siamo con voi. Vi ringraziamo per essere venuti, e promettiamo di marciare insieme al popolo». Allora la folla sollevò Kerenskij e prese a lanciarlo in aria.

Il libro si caratterizza per la presenza di tantissime fonti, anzi si può dire che sono le fonti stesse a portare avanti la narrazione storica e biografica di Kerenskij. Troviamo sia fonti ufficiali che ufficiose, fonti scritte e fonti originariamente orali, documenti privati, pubblici, riservati, documenti di archivio, diari, citazioni da pagine di giornali e da trasmissioni radiofoniche, persino opinioni di esponenti dell’intelligencija del tempo ed estratti di opere letterarie che parlano di questo personaggio:

L’ho visto, Kerenskij… parlava… una folla enorme. E ho visto come un raggio di luce che scendeva su di lui, ho visto la nascita dell’’uomo nuovo’… Ecco l’u-o-mo.

(Cit. di Andrej Belyj)

L’utilizzo delle varie fonti non serve solo a portare avanti la narrazione: esse sono testimonianze importanti nella ricostruzione del personaggio di Kerenskij, e quindi del vožd’, così come dell’idea che le persone avevano di lui in quel periodo. Ne emerge sicuramente la figura di un uomo abile, forse più maestro nel dire che nel fare, sotto certi aspetti anche divertente per i suoi atteggiamenti.

Molte sono le testimonianze dell’affetto che il popolo provava per lui: si passava da un amore inteso come fiducia a un amore vicino al fanatismo (si può dire che avesse un vero e proprio fanclub!). Contemporaneamente, gli veniva attribuito sempre più un ruolo di salvatore, di liberatore della Russia dalla guerra e dall’autocrazia: la gente era convinta che Kerenskij potesse riportare in Russia libertà, pace e democrazia. Tutti questi elementi contribuirono a rafforzare l’immagine di Kerenskij come vožd’ (la storia mondiale vorrà poi altri voždi con caratteristiche a volte simili, a volte diverse).

Kerenskij
Aleksandr Kerenskij (Fonte: oursociety.ru)

Le abilità oratorie e retoriche di Kerenskij sfociavano spesso in istrionismo e teatralità, elementi peraltro supportati dalla sua costante voglia di mostrarsi come una persona magnanima e alla portata di tutti: egli tendeva, ad esempio, a baciare e stringere le mani a tutti, dai più umili ai più facoltosi (queste continue strette di mano gli provocarono addirittura una sorta di intorpidimento dell’arto destro!). Questi gesti divennero però anche uno spunto di derisione, soprattutto per gli oppositori: Lenin lo definì “ministro della teatralità rivoluzionaria”.

Un’altra particolarità di Kerenskij fu il suo ruolo di equilibrista, di giocoliere, cioè il suo perenne non schierarsi politicamente, giocando a fare l’uomo apartitico. La cosa gli procurò una certa fama, perché veniva visto come paciere, controllore, anello di congiunzione tra la democrazia – rappresentata dal volere del Soviet – e la borghesia rappresentata dal Governo Provvisorio. Per questo era considerato un salvagente per evitare la guerra civile.

Tuttavia, questa sua ambiguità gli si ritorse contro una volta divenuto Primo Ministro, nell’estate 1917, laddove si trovò costretto a prendere decisioni nette, cosa che non riuscì a fare. Nonostante un incipit in ascesa, Kerenskij compì il primo passo falso dopo essere divenuto Ministro della Guerra (maggio 1917). Certo, in quel momento il popolo era felice e una persona così democratica sembrava necessaria al comando militare; in un periodo in cui erano richieste a gran voce la pace e la fine della guerra, egli era visto come il risolutore.

Ma con la “Dichiarazione dei diritti del soldato” iniziò la sua rovina: la “Dichiarazione” fu percepita più come un’abolizione dei diritti che come una concessione. L’opinione pubblica cominciò ad avvicinarlo allora alla borghesia. Di conseguenza, parte dell’esercito – e cioè l’esercito di professione – si rivoltò, mentre il popolo, inclusi i soldati-operai, continuò ad acclamarlo e a identificarlo come la speranza per la pace.

Kerenskij impressiona, forse entusiasma perfino, nei quartieri generali del fronte […] dove non ci sono soldati, ma operai travestiti da soldati […] che salutano in lui il socialista, il compagno, e non il ministro della Guerra; dove invece si avvicina alla massa vera dei soldati, lì è un estraneo e… silenzio di tomba. Lì anche Kerenskij si smarrisce, esce di carreggiata.

È bene ricordare che Kerenskij non ricevette mai una formazione militare e la sua nomina a Ministro della Guerra non fu ben vista da coloro che erano nelle fila dell’esercito, soprattutto considerando che, fino a poco tempo prima, il generale dell’esercito era il vožd’-comandante, ben distinto dal vožd’-autocrate, incarnato dallo zar. Con Kerenskij queste due figure andarono a covergere in un unico vožd’.

Il secondo passo falso fu la famosa offensiva dell’estate 1917, che aveva lo scopo di far retrocedere i Tedeschi e quindi di permettere all’esercito russo di avanzare, riprendendo terreno. L’operazione fu una catastrofe. Da qui, la discesa di Kerenskij si fece sempre più ripida.

Il libro si ferma a questo punto, lasciando intuire che la disfatta è vicina. Leggendo il saggio, emerge l’intenzione di Kolonickij di riportare volutamente testimonianze sia dei sostenitori di Kerenskij, che dei suoi detrattori. In ultima analisi, il consenso nei suoi confronti appare molto più forte dell’astio. Grazie ai molteplici punti di vista e alle numerose opinioni riportate, saltano all’occhio i contrasti e le contraddizioni di questa figura e come essa apparisse nell’immaginario collettivo dell’epoca.

È quindi inevitabile non riflettere su quei tratti che contraddistinsero Aleksandr Fëdorovič Kerenskij come vožd’ russo, paragonandoli ai tratti che troviamo ancora oggi presenti nelle figure di “capo del Paese, guida della nazione” a livello mondiale.