Lettura da 15 minuti: “Gli ultimi giorni dell’America russa”

Nel 1867 il fabbro finlandese Tomas Allund si recò in Alaska e, sei anni dopo, quando fece ritorno in patria, pubblicò le proprie affascinanti memorie. Arzamas propone un estratto di queste memorie nella traduzione di Jaroslava Novikova. Si può trovare il testo completo sulla piattaforma “Bookmate”. > [link]>

 

Nel 1867 il fabbro finlandese Tomas Allund fu testimone di una serie di eventi storici, che culminarono nel passaggio dell’Alaska agli Stati Uniti. Egli tornò in patria a bordo dell’ultima nave equipaggiata dalla compagnia russo-americana: il Clipper “Winged Arrow”. Fece tappa alle Hawaii e a Tahiti, in Brasile e a Londra, e  nel 1873 uscirono sulla rivista Suomen Kuvalehti delle note colorite su questo giro del mondo in barca. Tuttavia, queste memorie non vennero mai riproposte in finlandese, ma furono tradotte direttamente in russo. La loro pubblicazione venne resa possibile grazie all’Istituto Finlandese di San Pietroburgo. > [link] >

Tomas Allund con la moglie e i figli. Fine degli anni 80-inizio degli anni 90 dell’Ottocento.
Keski-Suomen Museo

“Nel tempo libero, di tanto in tanto, me ne andavo in giro a osservare i Kološi [più spesso conosciuti come Tlingit, popolo indigeno dell’Alaska sud-orientale], i nativi del luogo, al mercato, che si trovava davanti al villaggio, dietro una recinzione molto alta. Con mio grande stupore notai che le loro facce erano sempre dipinte con colori diversi, mentre alcuni avevano la faccia pitturata di nero. Come decorazione tutti portavano al naso un anello argentato, e le donne, oltre a quello, avevano al labbro inferiore una sorta di chiodo argentato, posizionato in modo tale che la sua testa rimanesse dal lato interno del labbro e non cadesse. Una delle ragazze si era agghindata in maniera molto elegante. Aveva i capelli completamente rasati e la faccia pitturata di nero; portava un anello argentato al naso, fermato da due fili d’argento; le sue orecchie erano completamente ricoperte di anelli, cui erano fissati dei fili rossi, alla fine dei quali erano legati diversi tipi di denti di pesce. Dal suo collo pendevano da tutti i lati perle variopinte di misure diverse, in fondo alle quali erano attaccate teste di uccelli altrettanto variopinte. La ragazza era avvolta in un mantello di feltro senza maniche né aperture per le braccia, decorato da una moltitudine di bottoncini ricavati da conchiglie. La sua testa rimaneva scoperta, come i piedi, che erano scalzi.

Una volta ebbi l’occasione di assistere a un funerale. Una delle navi della compagnia russo-americana era ancorata vicino al villaggio dei Kološi, e una guardia, un mio conoscente finlandese, mi invitò ad avvicinarmi.

Mentre bevevamo un tè, notammo in mezzo agli alberi un mucchio di legna da ardere, intorno al quale girava un gruppetto di Kološi, che indossavano cappelli a larghe tese. In quel momento, altri di loro portarono un cadavere nudo, e lo misero in verticale sul mucchio di legna; dopodiché appiccarono il fuoco. A causa del calore emanato dal fuoco, le membra del morto sembrarono prendere vita. A questo punto, lo sciamano del villaggio con un balzo si avvicinò il più possibile al corpo, e iniziò a spiegare che il deceduto, attraverso quei movimenti, era come se volesse comunicare la propria felicità. Coloro che erano radunati lì attorno iniziarono a gridare molto forte, poi improvvisamente tacquero per un istante, e poi iniziarono a urlare di nuovo. Quando del corpo rimasero solo le ossa, le mischiarono con la cenere, accompagnati da un canto molto forte. Infine le ossa più grandi vennero sepolte in un luogo più adatto. Tale onore, tuttavia, non era riservato a tutti i defunti: si trattava, a quanto sentii, di una persona importante, o di rango.

Sitka (ex Novo-Archangel’sk). 1877-1907 – Presbyterian Historical Society / Sheldon Jackson Papers

Un’altra volta, mentre dormivo sulla nave, dalla riva iniziarono a giungermi delle grida. Recatomi sul ponte, scorsi una folla di Kološi immersi fino al collo nel mare, nonostante il gelo. In mezzo a loro avanzava lo sciamano, a bordo di una piccola imbarcazione, gridando. Questo era il modo in cui tempravano i propri figli: inizialmente li immergevano nell’acqua ghiacciata, e poi li colpivano con dei rami, in modo da riscaldare loro il sangue; senza quei colpi i poveretti sarebbero probabilmente morti di freddo.

Una volta, insieme a un estone, mi recai in un villaggio a comprare delle pelli di foca, con le quali avevo intenzione di ricoprire il mio baule da viaggio. Le case dei Kološi erano disposte lungo la riva del fiume, in modo da formare una fila unica. L’abitazione del capo villaggio fu la prima nella quale entrammo. La porta era abbastanza ordinaria, le pareti ricoperte di tavole; sul soffitto c’era una grande apertura, attraverso la quale usciva il fumo. Al centro dell’abitazione, sulla terra nuda, si trovava il focolare. Non notai alcun utensile da cucina, ma al loro posto, tra il focolare e il soffitto erano posizionati dei pali, sui quali si affumicava il pesce. Proseguendo oltre all’interno dell’abitazione, si apriva una piccola capanna fatta di assi: si trattava della vera e propria casa di sua maestà. Uscendo di lì, il capo villaggio, essendo vestito con un’uniforme della flotta russa e una sciabola orizzontale, dava veramente l’impressione di essere un gentiluomo. Tuttavia non era molto alto, ed era completamente sbarbato, come tutti i Kološi, ai quali non cresceva la barba sul mento.

Successivamente ci recammo in un’altra casa, il cui proprietario, un nobile, sedeva in maniera maestosa su una specie di giaciglio fatto di rami di pino, che si trovava al centro della casa. Non appena gli chiesi delle pelli di foca, lui gridò qualcosa di incomprensibile con la sua voce rauca. Io provai di nuovo a parlargli dello scambio, al che lui sbottò in maniera ancora più terribile, e gli altri Kološi ci invitarono a uscire, perché evidentemente il signore non aveva voglia di parlare con noi. Ma quando tirai fuori dalla tasca qualche foglia di tabacco russo, l’anziano si ammorbidì e ci promise che la domenica successiva ci avrebbe fatto avere le pelli.

In un’altra abitazione ancora, la padrona di casa stava avvolgendo un bambino in fasce. Lo aveva disteso di schiena su una tavola della sua stessa lunghezza, e lo stava legando ad essa con una pezza lunga e sporca. Dopodiché appoggiò questa struttura alla parete, in un angolo della casa. Il povero bambino aveva già un anello al naso, e la faccia tutta pitturata di rosso e nero. La madre al labbro inferiore portava un disco di osso largo circa un pollice, che avrebbe rimpiazzato con uno ancora più grande ogni volta che fosse nato un nuovo figlio. Una volta vidi una signora anziana che portava al labbro inferiore un osso talmente grande che riusciva a malapena a parlare.

Strada principale a Sitka, (ex Novo-Archangel’sk). 1877-1907 – Presbyterian Historical Society / Sheldon Jackson Papers

La lingua dei Kološi consiste quasi esclusivamente di suoni gutturali, che ricordano  il verso del corvo. Sembra che abbiano anche delle parole in comune con la lingua di questo uccello. Una volta, mentre tornavo a lavoro dopo pranzo, c’era uno dei Kološi seduto sul ciglio della strada, e improvvisamente dai tetti giunse il gracchio di un corvo: “Akuch, akuch!”. “Hai sentito? – gli dissi io sventolando la mano, – vai, che c’è qualche tuo conoscente che ti sta chiamando!”. Il fatto è che “akuch” nella loro lingua significa “vieni qui”. Lui mi guardò con fare minaccioso, ma non disse nulla. Sono persone particolarmente accigliate: possono stare seduti tutto il giorno nello stesso posto e non ridere nemmeno una volta. Quando uno di loro è seduto e guarda un punto fisso, tocca parlargli molto a lungo prima che questo giri leggermente la testa e risponda anche solo “Sì!”.

I russi non permisero mai ai Kološi di entrare nel loro accampamento; solo uno dei capi poteva andare dove desiderasse. Gli americani successivamente abolirono questo divieto e contestualmente permisero a tutti – ognuno era responsabile per se stesso – di andare al villaggio dei Kološi e commerciare con loro. L’unica cosa vietata era vendere la vodka ai nativi. Da quel momento gli uni e gli altri per giorni interi popolarono le botteghe. Anche se non comperavano niente, non volevano comunque uscire dai negozi, fino a che non venivano pregati di andarsene. Erano troppo pigri per stare in piedi, non riuscivano a sedersi normalmente, perché erano abituati a stare accucciati, se non del tutto sdraiati. Di solito masticavano quasi incessantemente la resina degli alberi, e sputavano sui muri, così che si sentiva un biascichio continuo e davanti a ognuno di loro c’era una tavola ricoperta di sputo.

Dimitrij Petrovič Maksutov, ultimo governatore dell’America russa, anni ’60 dell’Ottocento – Alaska State Library

Ho detto che gli americani abolirono il divieto del governo russo nei confronti dei Kološi. Il fatto è che, come scoprimmo più tardi, subito dopo il nostro arrivo l’imperatore aveva venduto i suoi possedimenti agli Stati Uniti d’America. Eravamo a Sitka solo da qualche settimana, quando arrivarono due grandi navi a vapore, che trasportavano le proprietà degli Stati Uniti. Qualche giorno più tardi, a bordo di una nave da guerra, giunse anche il nuovo governatore con una guarnigione.

La residenza a due piani del governatore russo si ergeva su un’alta collina, e nel cortile del palazzo, attaccata a un lungo palo, sventolava la bandiera russa, con l’aquila a due teste al centro. Chiaramente ora sarebbe stato il momento, per la bandiera russa, di cedere il posto a quella a stelle e strisce. E così, nel giorno prestabilito, nel pomeriggio, dalle navi americane arrivò un gruppo di soldati, guidato da un portabandiera. Con una marcia solenne – a dire il vero senza orchestra – si avvicinarono alla residenza del governatore, dove i militari russi erano già pronti in formazione e li aspettavano. Giunse il momento di spodestare l’aquila, ma non so che cosa le passò per la testa: allungandosi un pochino, afferrò il palo con gli artigli, in un modo che rendeva impossibile rimuovere la bandiera. A questo punto ordinarono a uno dei soldati russi di raggiungere la cima del palo e slegarla, ma evidentemente l’aquila utilizzò le sue forze per fare un incantesimo e il soldato scivolò, non riuscendo nel suo obiettivo. Anche il secondo soldato fallì nell’intento: solamente il terzo ebbe modo di riportare l’aquila ribelle a terra. Quando ammainarono la bandiera, suonò l’orchestra e spararono i cannoni; lo stesso numero di colpi venne sparato dalle navi americane nell’istante in cui issarono la nuova bandiera. Dopodiché i soldati americani presero il posto di quelli russi alle porte del villaggio dei Kološi, che era recintato da una palizzata.

Ora erano gli americani i padroni di quella terra, e noi dovevamo attenerci ai loro ordini e adattarci ai loro costumi”.

 

FONTE: Arzamas, 29 /01/ 2021

 

Traduzione di Beatrice Marchesini: Sono nata a Verona nel 1995. Dopo avere conseguito la laurea triennale alla Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori di Trieste nel 2018, ho proseguito e portato a termine i miei studi presso l’Università degli Studi Internazionali di Roma. Ho avuto la possibilità di trascorrere due periodi di Studio a Mosca, durante i quali il mio entusiasmo e il mio interesse verso la cultura russa non hanno fatto che crescere. Attualmente lavoro come interprete e traduttrice freelance. LINKEDIN

 

 

 

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