Nabokov e l’aspetto cinematografico dei suoi mondi

In un’intervista del 1967, Vladimir Nabokov osservò che il cinema «disonora il romanzo, semplificandolo e storpiandolo attraverso la sua lente ricurva». Detto questo, lui stesso, nel 1962, fu nominato all’Oscar per «miglior adattamento cinematografico per il film Lolita».

 

Nonostante avesse un rapporto così controverso con l’industria cinematografica, lo scrittore ricorreva spesso alle sue tecniche nel proprio lavoro. Ma qual è il vero motivo di questa posizione dell’autore? La risposta è da cercare nei suoi testi.

In tutta la sua produzione creativa Nabokov utilizza l’immagine del cinema come mezzo per mostrare l’opposizione tra realtà e fantasia. Ciò si evince soprattutto in opere come «Mašen’ka» (1926) o «Disperazione» (1943). È proprio ai testi di queste opere che faremo riferimento per analizzare il tema.

Fonte: Artifex.ru

L’autore scriveva che l’obiettivo principale della creatività sia «rifrangere e, rifrangendo, ricreare il mondo che vedi, come visto allo specchio». Vale a dire che il mondo immaginario deve creare uno spazio reale o simile alla realtà.

Questa differenza tra il mondo reale e immaginario si realizza in «Mašen’ka», sottoforma del contrasto tra la vita del protagonista a Berlino —  il suo presente opprimente e i ricordi della vita in Russia — e il suo passato dalle tinte nostalgiche. In altre parole, l’autore impiega le tecniche espressive del mondo del cinema per sottolineare quanto sia impossibile la vita da emigrato in Germania.

Questa posizione dello scrittore non deve stupire, visto che nei 15 anni di permanenza nella capitale tedesca, lo stesso Nabokov «non aveva incontrato da vicino nessun tedesco, non aveva letto nessun giornale o libro e non aveva mai avvertito il minimo disagio per la mancata conoscenza della lingua tedesca». La storia dell’emigrazione russa trasuda di nostalgia di casa e mancata accettazione della nuova vita. Allo stesso modo, anche gli eroi di «Mašen’ka» «si sentono a casa in mezzo agli stranieri e stranieri in mezzo ai compatrioti».

Pertanto, descrivendo il soggiorno di Ganin a Berlino, l’autore utilizza il confronto tra la vita e la produzione cinematografica: «Tutta la vita gli si è presentata proprio come una ripresa, durante la quale una comparsa disinteressata non ha idea di quale sia la scena cui deve prendere parte».

A proposito, lo stesso Nabokov, all’inizio dei suoi anni berlinesi, lavorava anche come comparsa in uno studio tedesco, dove guadagnava fino a 10 marchi al giorno (circa 50€). Inoltre, è proprio durante questo periodo che l’autore prova per la prima volta a scrivere sceneggiature cinematografiche, ma l’idea viene abbandonata a causa dei continui rifiuti da parte degli studi.

Un ulteriore sviluppo della metafora cinematografica plasma i motivi dell’ombra e dell’oscurità, che simboleggiano l’insignificanza e il vuoto nella vita dei protagonisti. Quindi, la descrizione del mondo di Berlino e dei suoi abitanti è piena di ritratti ombrosi: «la casa in cui vivevano sette tristi ombre russe».

Questo particolare non rappresenta solo una tecnica artistica, ma è un riferimento all’Espressionismo tedesco degli anni Venti. La peculiarità di questo genere era la negazione della classica visione del mondo e l’eliminazione dei contorni naturali degli oggetti. Giocando con le ombre, Nabokov cerca di rivelare le persone che non  riescono a trovare il loro posto nel mondo.

Fonte: Artifex.ru

Nel romanzo «Disperazione» l’aspetto cinematografico trasforma quello di Nabokov  in un mondo di bugie, dove non c’è verità. Ecco perché l’inganno di Hermann non ha successo, perché lui vede una somiglianza che non esiste nella realtà.

Nabokov iniziò a sviluppare questa idea già nella raccolta «Il ritorno di Chorba» (1929), dove in uno dei racconti si trova una metafora simile,  dell’artificiosità di ciò che accade davanti agli occhi dello spettatore (in questo caso del lettore): «la vita stessa, la quale non sa che la stanno filmando». L’autore utilizza il cinema come immagine in grado di immortalare la vita, ma che non ne riflette la realtà.

Dunque in Nabokov troviamo il motivo della vista come non visione (l’assenza degli occhi nel ritratto di Hermann), quale tema della cecità degli eroi— si tratta della tecnica preferita di Nabokov, che rimanda a quella del cinema muto degli anni Venti («Un cane andaluso»). Così l’autore riconosce l’irrealtà dell’azione che si sta svolgendo sullo schermo.

L’atteggiamento contraddittorio di Nabokov nei confronti del mondo del cinema non è dovuto, come si potrebbe pensare, allo snobismo, bensì alla capacità del cinema di realizzare  un irreale somigliante al reale.

Disegnando questa caratteristica del mondo artistico, Nabokov non solo rende omaggio alle tecniche visive del cinema muto degli anni Venti, ma parla anche dell’impossibilità della vita degli emigrati.

 

FONTE: Artifex.ru– Vypusk n. 68 Novembre 2020 – di Semen Korčin

TRADUZIONE di Giorgia Mattavelli  – LINKEDIN

 

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